Rapsodia Monocromatica ################## 00. Enter Fernando ################## Piazzale Loreto. La parola di Milano e' monocromatica. Il cielo e' una distesa non uniforme di grigio: dal pallore del cielo quasi bianco verso via Costa, verso nord-nordest, fino al grigio scuro di nubi cariche di pioggia che evaporera' o si trasformera' in pasta grigiastra prima di arrivare a toccare il suolo della zona centrale in lontananza verso sud. Il piazzale e' teatro di un costante carosello di macchine, clacson, insulti, infrazioni: questa citta' si snoda in arterie e noduli in cui queste arterie si incrociano. Doveva essere un posto piu' divertente cinquanta o sessanta anni fa, in cui al posto delle macchine c'era una ressa di persone che finalmente si gettavano alle spalle 20 anni di merda e violenza. Milano sembra non cambiare mai, poco affetta da stagioni e cambiamenti climatici: ti accorgi se e' estate da un lieve mutamento della temperatura. Per il resto il verbo monocromatico sembra estendersi alla sua incapacita' di essere diversa da se' stessa, di interpretare ruoli diversi da quelli a cui ti ha abituato. Appena la conosci pensi che sia una citta' piatta nel suo grigiore umano, oltre che visivo, uditivo, sensitivo. Poi ti rendi conto che Milano puo' raccontarti qualcosa ad ogni angolo, ad ogni svolta del tuo senso di marcia, e a volte anche indipendentemente da te e dalla tua voglia di restare fermo e immobile in pace con il resto del mondo (per quanto piccolo sia) intorno a te. E' solo dopo questa fase che capisci che milano e' come una specie di magma monocromo che continua a travolgerti. Ed e' dopo questa fase che ti accorgi che la cosa puo' effettivamente risultare fastidiosa tanto quanto piacevole. Nella cornice del grigiore cadaverico del cielo nord orientale di Milano, Fernando cammina lentamente e senza fretta lungo il marciapiede di via Porpora. La giacca scura ordinata e pulita, la camicia bianca dal taglio anomalo, vicino a una t-shirt ma con una eleganza tutta sua, il pantalone elegante e le scarpe lucidate di fino. Dalle maniche della giacca spuntano due mani che non vanno per il sottile: le dita corte e arrotondate sulla punta, ruvide e segnate dal tempo e dalla fatica, si inseriscono su palmi ampi e solidi. Delle mani che riducono rapidamente a zero ogni discussione. Il collo largo e muscoloso e' proporzionato al suo fisico massiccio e non troppo alto, e sostiene una testa squadrata e ben sbarbata. Ogni particolare di Fernando parla di un uomo che tende a non tergiversare e a concludere in fretta ogni questione. Fino ad arrivare ai capelli grigi ben tenuti e corti, e al cappello a tesa larga scuro calato in testa nei periodi piu' freddi dell'anno. Oggi non fa freddo e il viso rugoso e invecchiato di Fernando cerca di raccogliere ogni alito di vento che allevi la caligine milanese, come a incanalare nei canyon della sua pelle quel poco di fresco sollievo che una brezza di origine sconosciuta e insolita, anche se sicuramente monocromatica, riesce a portare. Arriva fino all'angolo con il piazzale e si ferma a osservare le nubi che si addensano sull'Isola e la Centrale, rendendosi conto grugnendo che non ha ne' ombrello ne' l'impermeabile, e che se piove sara' costretto a comprare un trabicolo da 10 euro da qualche cazzo di immigrato che magicamente comparira' al primo angolo di strada disponibile dopo le prime 10 gocce. Alle volte gli e' venuto il sospetto che si nascondano in ogni tombino pronti a scattare con i loro 10 ombrelli e le loro facce allenate a ispirare compassione nelle vecchiette e in un'altra masnada di rincoglioniti. Altre volte che siano proprio loro a evocare la pioggia con una qualche cazzo di diavoleria. Quasi sempre quando ci si ferma a pensare si rende conto che con tutta probabilita' alla prima nuvola questo esercito di disperati si scapicolla su e giu' per milano per farsi strozzinare una fornitura di ombrelli che non riusciranno a vendere e che rendera' la loro vita solo piu' miserabile. Non riesce proprio a capire perche' lo facciano. D'altronde c'e' un motivo se lui fa il lavoro che fa e loro fanno i vu cumpra' o i lavavetri, si ritrova a concludere, mentre guarda le macchine attraversare il piazzale. Scosta leggermente la giacca dalle tasche dei pantaloni e ci infila le grosse mani per tirarne fuori una sigaretta senza estrarre il pacchetto. La accende aspirando a lungo e staccando la la sigaretta dalle labbra prendendola con un movimento armonico da fumatore di lunga data, stringendo la base della sigaretta con l'attaccatura delle grosse dita in un movimento a meta' tra una forbice e una presa. In questa citta' del cazzo non si ammazzano mai, pensa quasi a voce alta. Scazzano, trafficano, spacciano, si menano, sbraitano, ma non si ammazzano se non per un colpo di coltello o di fucile partito quasi per sbaglio. Nessuno cerca mai qualcuno per ammazzare qualcun altro Non lo fanno i delinquenti della periferia, non lo fanno i ricchi annoiati, non lo fanno neanche gli sbirri. Che citta' di merda per scegliere il mestiere del sicario... L'unica citta' in cui con un mestiere cosi' sei praticamente un disoccupato in pianta stabile. Le mie solite idee del cazzo. Fernando prende un'altra boccata dalla sigaretta e si avvia lungo corso buenos aires senza una meta specifica. Mentre e' ancora all'altezza della Feltinelli, che lui ancora chiama Ricordi dal negozio che prima occupava lo stesso stabile, decidendo dove andare in questa giornata, squilla il telefono. Lavoro, spera. E per una volta tanto il suo intuito non lo delude. ################### 01 Cerchi sull'Erba ################### Quando Grunhir arriva nella Piccola Pianura ha sulle spalle parecchie decine di chilometri, di morti e di feriti, di grida e sangue. La piccola scrofa di cinghiale irsuta e malnutrita che li ha portati fino a qui si ferma finalmente in un punto imprecisato della piana, anche se Grunhir non sapra' mai se si e' fermata sfinita dalla fame e dalla sete, dalle malattie, oppure dal Fato che i druidi tanto decantano. Grunhir non crede molto al Fato, conosce le battaglie e gli uomini e sa che il Fato sembra sempre essere una motivazione per tutto, anche per le cose piu' crudeli e insensate che ha visto in vita sua. Il Fato li porta ad allontanarsi dai villaggi e dalla donne, dai loro animali, per conquistare questa piana dal cielo plumbeo e cosi' diverso dal blu del cielo dell'oceano e della sua terra. Il Fato li porta a bruciare vivi i nemici, a sbranare i loro greggi e a cacciarli come fossero selvaggina. E alla fine il Fato porta il loro cinghiale a fermarsi qui. Il terreno e' asciutto e sembra molto fertile, e poco lontano si sente il rumore di piccoli ruscelli... e' sempre bene avere l'acqua a portata di mano... Ti allunga la vita. La temperatura e' molto meno rigida e ci mancherebbe considerato che si sono spostati parecchio a sud. Gli tornano in mente le montagne, le battaglie, i forti che hanno dovuto costruire per riuscire ad arrivare qui. Montagne alte e ruvide, ghiacciai e freddo intenso. Chissa' se gli altri ce la faranno a seguire le tracce che hanno lasciato. Incisioni nella roccia, foglie e aghi mischiate a sangue e feci umane, il modo migliore per farsi riconoscere. In posti dove non sono passati molti umani, il nostro odore non passa inosservato. Grunhir si volta verso nord, guarda le montagne in lontananza... Sembrano cosi' vicine che pensa di poterle raggiungere con una corsa a perdifiato nella pianura fino a sentire l'aria piu' rada. Eppure ci sono voluti giorni per arrivare qui dalle pendici dei monti, dalla base di quei denti aguzzi e spietati che hanno portato via una buona parte di questo primo gruppetto di avanscoperta del terreno. Il suo sguardo torna sulla scrofa... Brava scrofa ha deciso dove metteremo le fondamenta della nostra nuova capitale... Il nostro Re Guerriero ne sara' felice. Ma c'e' qualcosa che non quadra intorno alla scrofa, qualcosa di impercettibile che non sa definire. Sente il sapore amaro della paura che gli sale su per la gola dal profondo delle viscere, una paura che non ha nulla a che fare con gli uomini e con il sangue, con le battaglie e con le armi, una paura che non conosce. L'erba intorno alla scrofa e' strana, sembra non avere una lunghezza uguale al resto, sembra splendere di una luce sinistra che non riesce a decifrare e che fa apparire gli steli come diversi da quelli circostanti. Senza togliere lo sguardo dalla scrofa Grunhir si gira e sale su una piccola collinetta rialzata nei pressi e si accorge che intorno all'animale l'erba ha disegnato una specie di cerchio... Non saprebbe dire se e' la composizione dell'erba o la lunghezza degli steli o anche solo la luce della luna che illumina quel tratto in maniera un po' diversa dal resto della piana. E' tempo di chiamare il druido. E' tempo di consacrare la nostra nuova fondazione alla Dea, che ci sta guardando dal cerchio perfetto che illumina la piana in questa prima notte nel Medhlan. o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o Il druido e' molto piu' vecchio di Grunhir, lo si nota dalle strisciate grigio intenso nei suoi capelli ancora folti e lunghi. Si avvicina al luogo dove la scofa si e' fermata, senza appisolarsi, come se quello fosse il punto in cui era previsto e deciso che si accucciasse. E' bianca e la luce della luna la trasforma in una specie di torcia naturale che illumina tutto intorno. Il druido ha lo sguardo soddisfatto. Chiude gli occhi e ascolta il rumore dell'acqua e il fruscio degli steli di erba. Grunhir si chiede se i fili d'erba del cerchio intorno al cinghiale suonino diversi dagli altri, ma le sue orecchie non sono fine abbastanza. Forse qualche uccello volante potrebbe aiutare a capirlo, ma come non saprebbe dirlo. - Vai a prendere una pietra. Deve essere grossa e liscia. Lunga quanto tu sei alto e larga la meta'. Sceglila bene, Grunhir, come se ci dovessi costruire la casa per la tua donna e per i tuoi figli, solida e pesante. Prendi i buoi e il carro e trasportala qui. Grunhir non dice nulla. Conosce i riti, anche se non e' in grado di praticarli. Ma sa che cosa serve per consacrare la fondazione di una citta'. Si incammina verso le montagne per cercare una pietra ed e' fortunato, o forse la dea ha fretta di veder nascere una nuova citta' a lei consacrata: la luna non si e' mossa di molto nel cielo quando trova quello che cercava. Una grossa pietra liscia e dai contorni regolari spunta dal terreno come se aspettasse di essere trovata. Lega i buoi alla pietra e li incita a tirare, mentre con un arnese recuperato chissa' dove toglie terra, erba, sassi dall'alloggio della pietra. Quando ha finito la luna si e' spostata parecchio, ma e' ancora alta. C'e' tempo per finire tutto stanotte: carica la pietra su un piccolo carro e torna indietro verso la piana. Al suo arrivo il druido ha gia' preparato i fumi e le armi. Ha acceso un piccolo fuoco dove ha fatto bollire dell'acqua del fiume piu' vicino e dove ha riposto alcune erbe che ha raccolto sui monti durante il viaggio. Dalla pentola si sprigionano dei vapori intensi e dall'odore acre. Sulla fiamma ha passato i coltelli fino a vederli diventari arancioni e rossi per il calore sulla lama. Quando arriva Grunhir, si fa aiutare da altri uomini a sdraiare la pietra a terra: il lato lungo che guarda verso la stella rossa che li ha guidati fino a qui e che li avrebbe guidati fino alla morte, fino a quando, una volta oltrepassata, un giorno Grunhir avrebbe capito cosa succedeva ai guerrieri uccisi in battaglia. Di fronte alla stella rossa il tramonto del sole a Beltane, la festa dei fuochi, proprio sulla stessa linea dove e' posizionato il fuoco del druido. E cosi' la pietra sembra indicare lo scorrere del tempo per il suo popolo, pensa Grunhir, da un lato avremo le lunghe notti dedicate alla dea e dall'altro i lunghi giorni dedicati alla fertilita'. La scrofa bianca attende che la pietra sia posata per spostarvisi, come se fosse il suo habitat naturale, come se non amasse piu' i cespugli e i boschi a nord, ma solo la fredda pietra di questa pianura. Il druido si avvicina lentamente tra i vapori delle erbe dei monti, mentre la luna scende sull'orizzonte, preparando il terreno al nuovo giorno. I colpi dei suoi coltelli sono sicuri e rapidi, e il sangue del cinghiale si mischia al terreno colando in rivoli lungo i bordi della pietra. Le piccole pozze di sangue vengono assorbite rapidamente dal terreno, mentre il druido si volta verso il sole che sorge e che saluta la fondazione della nostra nuova capitale. "Che le nostre stagioni qui in questa piana siano lunghe e forti" - pensa Grunhir - guardando intensamente il sangue che si rapprende rapidamente sulla pietra e l'erba che sembra essere viva intorno a lui. o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o0o Quando e' arrivato il re Belloveso non e' stato soddisfatto del sito scelto dalla scrofa e dal druido. Grunhir e' cupo e preoccupato dal male auspicio che il Re ha deciso di infliggere al suo popolo. Le scelte della dea non si discutono. Nonostante questo, il suo popolo non mette in dubbio il Re, e in poco tempo la nuova Capitale ha iniziato a sorgere poco distante dalla pietra dove la scrofa bianca ha trovato la sua fine e dove il Medhlan ha trovato il suo inizio. I due punti non sono lontani, ma il tempio rimarra' fuori dalla cinta di difesa. Grunhir pensa che sia una stupidaggine, ma si fida del druido e rimane con lui a proteggere il tempio che intanto e' stato edificato. E' un tempio semplice, non troppo grande e non troppo vistoso, ma anche Grunhir che non conosce dei e di + segni, sente scorrere l'energia. Il centro della Capitale scelto da Belloveso e' debole e non racconta nulla ai sensi di Grunhir. Forse il Re e' stato contagiato dal cielo grigio di questa piana e i suoi sensi faticano a vedere la luce della luna e del sole, cio' non toglie che la sua scelta sembra a Grunhir molto discutibile. L'erba sul pavimento del tempio illumina fiocamente lo spazio limitato che le mura costruite dal druido hanno delineato intorno alla pietra. Non ci sono torce se non durante la festa del fuoco e non servono certo a illuminare la stanza, ma solo a rendere omaggio agli dei in modo appropriato. Ogni sera Grunhir esce dalla Capitale e va al tempio a pregare davanti alla pietra, a riempirla di quello che lui ha sperato per la sua donna e per i suoi figli che presto arriveranno da oltre i monti. Non sa se la pietra o la dea risponderanno, ma il tempio gli da una sensazione di tranquillita' che non riesce a trovare altrove. Spera che presto questa sensazione si estenda anche alle case nelle mura difensive del Re, ma non sa perche', sente che non sara' cosi' facile. ################################## 02 Mille e Una Baracca Industriale ################################## Hassan non sa come fanno gli altri. Non ci arriva proprio. Non capisce come si possa ancora riuscire a immaginare, sognare i deserti dell'arabia e del nord africa, rivedere la sabbia che turbina nell'aria, i cammelli e la pelle scura dei suoi coetanei che li cavalcano. Ha 17 anni e non ne puo' piu'. Sono anni che e' arrivato a Milano e non ne puo' piu'. Tornerebbe indietro se potesse, ma per tornare ci vogliono i soldi, e se lui ne avesse non starebbe cercando di addormentarsi su questo pavimento sudicio circondato da strani liquidi e da una puzza che farebbe cambiare il colore ai capelli. Non puo' tornare indietro, e tanto a cosa tornerebbe... Chissa' se della sua famiglia c'e' ancora qualcuno vivo, o cmq qualcuno che abbia voglia di accoglierlo e di offrirgli delle possibilita'... No. Non ha senso tornare indietro. Il Profeta gli direbbe che deve essere capace di prosperare anche li', in quel luogo dimenticato da Allah, che deve resistere perche' il suo destino si compia. Non e' mai stato molto religioso, Hassan, ma si rende conto che piu' sta nella merda e piu' gli ritornano in mente i versetti del Corano, e capisce perche' cosi' tanti arabi intorno a lui ritrovino una fede molto piu' forte da immigrati che da cittadini di un paese musulmano. E' immerso nei soliti pensieri che non porteranno a nulla se non a narcotizzare il suo cervello come una ninna nanna, quando un rumore improvviso lo trascina fuori dal mantra delle sue solite stupidaggini. Una retata? Una rissa? Che cosa sara' questa volta? Apre gli occhi e il suo cervello e' gia' attivo, scatta in piedi, raccogliendo le sue cose pronto a muoversi. Due tunisini stanno litigando al piano di sotto del capannone dismesso in fondo a viale Corsica che un tempo era una fabbrica di merendine, panettoni e altri dolciumi. Hassan si sporge dal parapetto del lastrone di cemento dove si era coricato, e riesce a vedere un cerchio di persone intorno ai due contendenti che si gridano ogni sorta di insulto in arabo. Alla fine e' la solita questione di quattro lire e due grammi di roba. Infedeli dalla pelle olivastra. Alla fine non sono che quello. Arabi da due soldi. Decide di levare le tende prima che accada il peggio, che qualcuno tiri fuori un ferro e inizi a sparare. E' gia' la terza volta in un mese che e' costretto a cambiare casa, sempre che si possa chiamare casa. La terza volta in questo mese, per la precisione, prima ci sono state una struttura di cemento in fondo a via De Marchi e una villetta sulla circonvallazione. La seconda gli piaceva pure, aveva un giardino incolto che avrebbe voluto coltivare, e non era cosi' mal messa come le strutture industriali. Comunque aveva dovuto sloggiare quando uno dei suoi "compaesani", come se gli arabi d'arabia, i nordafricani, i mediorientali e via dicendo fossero tutti uguali... comunque aveva dovuto abbandonare l'unico posto quasi decente degli ultimi 7 mesi quando questo tizio aveva portato delle donne da mettere sulla strada, tirandosi dietro le solite merdate di schiaffi, pugni, calci, legacci e via dicendo. In ogni caso la terza in un mese o la quindicesima in sette, non fa molta differenza: Hassan vuole smettere di vivere cosi', non ce la fa piu'. Ma per smettere ci vogliono dei documenti. Per avere dei documenti un lavoro. Per avere un lavoro una casa. Per avere una casa dei documenti e dei soldi. Non ne vede la fine, pero' sa che nel mondo reale quello che taglia in due i circoli viziosi sono i soldi, o la violenza; siccome con la violenza non se la cava bene, dovra' provare a cominciare dai soldi. Passa la notte a rimuginare, tanto e' troppo tardi per trovare un altro rifugio. E' una notte serena e tiepida per essere quasi autunno, e l'aria nella periferia e' di poco piu' pulita, quel poco che ossigena dieci volte tanto il cervello e lo fa frizzare, come se fosse un altro pianeta la citta' all'altro capo di via Forlanini. Quando e' notta fonde gli stradoni che si allontanano da Milano come grosse corde non sono molto diverse da una campagna solitaria: si possono sentire i grilli e gli uccelli notturni, ascoltare i propri passi che risuonano, guardare le ombre tracciate dai coni di luce proiettati dai lampioni, immergersi in quello che si pensa fino a sussultare al primo passante che si incrocia. Hassan sta pensando ai soldi: in Italia come altrove i modi per fare tanti soldi sono pochi... Politica, droga, armi, calcio, culo. La prima non saprebbe come fare a convincere i democratici milanesi a votare per uno sporco negro... Poco importa se lui e' arabo e non nero, o se lui e' bravo o meno. Per la seconda gia' lo fa, ma non essendo portato alla violenza o si accontenta di giri piccoli rischiando anni di galera per due soldi o finisce morto ammazzato. Idem per le armi. Per il calcio, la sua chance se l'e' giocata in arabia. Buca anche questa. Rimane il culo, ma si puo' ben immaginare che dubita di esserne adeguatamente fornito considerata la sua vita fino ad oggi. Si ferma un secondo all'altezza del ponte della tangeziale, che taglia in due l'orizzonte, la notte, le stelle e in questo particolare momento anche la luna, oltre a struttre di cemento che avrebbero dovuto essere alberghi per i mondiali in Italia e che un tale Ligresti ha lasciato a meta' dopo essersi intascato i soldi della commessa. Tutto tagliato a meta', come se lo stradone a sei corsie decidesse il sopra e il sotto di quel mondo cosi' ordinario ma cosi' pesante da affrontare. Hassan non sa se e' un segno oppure no. Un tempo i suoi antenati credevano ai segni, come gli antenati di quasi tutti i popoli, ma ormai nessuno ci crede piu'. Non e' sicuro che sia una buona idea non crederci, ma i segni non gli bastano a sopravvivere a Milano. Gli servono i soldi, che sempre segni sono, ma con il benestare di una banca e di uno stato, cosa che li rende segni particolarmente significativi per rivoluzionare la tua vita. -Presto cambierai idea... Hassan si gira intorno con gli occhi sgranati. Non capisce da dove e' arrivata quella voce. Profonda. Profonda come la notte. Tagliata in due da un accento roco e greve come il rumore delle macchine sulla tangenziale. Si gira di scatto e accelera il passo per tornare verso la citta'. Si sente a disagio. Anzi, si sta proprio cagando addosso. Quella voce non poteva essere di nessuno. Era bassa, bassissima, e chiunque fosse doveva essere a pochi passi da lui, ma lui non l'aveva sentito. Che scherzi da infedele... Tornando verso la citta' Hassan decide di girare verso citta' studi, che mano a mano che la mattina si avvicina sara' piu' popolata da professori mattinieri e universitari studiosi o ansioni di dare un esame, bidelli che devono pulire le aule e giardinieri che devono tenere pulite le macchie di verde di questa zona di Milano. In fondo a viale Forlanini gira a destra risalendo quartieri dormitorio di milanesi di seconda e terza generazione, un quartiere per bene, senza vizi e senza particolari virtu', fino ad arrivare in Citta' Studi. E' ormai a poche decine di metri dal parco del politecnico dove potrebbe sperare di dormire qualche ora mentre albeggia. Una luce rosa inizia a diffondersi proprio in questi quartieri estendendosi poi sul centro fino ad arrivare ai quartieri dimenticati di Baggio e Gallaratese dove il sole conclude il suo arco milanese. Forza dell'abitudine dei musulmani, ha imparato subito verso quali quartieri o edifici di riferimento girarsi quando deve pregare. Non c'e' ancora nessuno in giro nessuno, ma i lampioni sono gia' spenti, anche se la luce e' tagliente come solo alla mattina presto riesce a essere. L'edificio alla sua sinistra e' una specie di Castello in mezzo a milano e sembra essere uscito da un fumetto americano: l'enorme portone di metallo si chiude ad arco acuto sopra i gradoni di ingresso, incastrato tra due torri di cemento, guglie e vetrate che arrivano fino al terzo piano. In cima alle torri delle cuspidi di rame pungono il cielo come se lo stile gotico fosse stato rivisitato e corretto nel Novecento. Le luci spente nelle vetrate sembrano degli enormi occhi scuri e bui, occhi come quelli degli spiriti del deserto le cui storie gli venivano raccontate quando era piccolo da suo nonno. Le cuspidi sono anch'esse delle macchie scure che si stagliano tra le nuvole mattutine e la luce pallida del sole che ancora deve sorgere completamente. Quando Hassan riabbassa lo sguardo sul portone di metallo e' conficcato un chiodo con appeso qualcosa, un chiodo che prima non c'era e che nessuno senza l'aiuto di un qualche macchinario Black & Decker pesante avrebbe mai potuto incastrare nel portone di metallo spesso venti centimetri. - Ma cos'e' un vizio stasera ? Hassan si accorge di averlo detto ad alta voce e si sente stupido. Si sente ancora piu' stupido mentre si avvicina al portone. "Imbecille, adesso ti beccheranno che ficchi il naso dove non devi e penseranno che stai cercando di rubare qualcosa e ti sbatteranno a San Vittore..." Si ripete mentre sale i gradoni che sembrano non produrre alcun suono. Sul chiodo e' affisso un foglio di carta ingiallita. Hassan lo strappa e legge cosa c'e' scritto: stasera ha un appuntamento; non sa con chi ne' per quale motivo, ma a questo punto non gli rimane che andare a capire che cazzo sta succedendo. Alla fine quantomeno chiunque sia il buontempone che gli sta tirando questo scherzo ha ottenuto un risultato: la notte e' passata e Hassan non ha piu' sonno; avra' tutta la giornata per cercare un lavoro in nero per pagarsi almeno un pasto o due. Non ne puo' piu'. Hassan non riesce a smettere di ripeterselo. Ma sente che qualcosa sta cambiando. L'unico dubbio e' se stia cambiando per il meglio o se stia facendo un salto nell'ultimo piano di scale verso l'inferno dei cristiani. "Sia fatta la volonta' di Allah!" Pensa. "Forse..." Aggiunge a mo' di nota mentale di scetticismo da strada. ##################### 03. Lavoro Finalmente ##################### Fernando salta sull'11 senza tanti complimenti alla fermata sull'angolo con via Lazzaretto. E' sera ma la luce grigia del giorno milanese e' ancora lungi dallo scomparire. La telefonata l'aveva messo di buon umore e si era concesso di vagabondare senza particolari obiettivi ai giardini di Porta Venezia, cercando di godersi quell'ultimo giorno di estate senza impegni. Se tutto andava come doveva andare per stasera avrebbe avuto un lavoro per le mani, e questo lo metteva di buon umore per due motivi: aveva bisogno di soldi e aveva bisogno di muoversi. Un lavoro soddisfava entrambi i desideri. La voce sensuale di donna al telefono gli aveva dato appuntamento per le 19.30, orario di consueta chiusura dei negozi, a una macelleria in centro: - Entri nella macelleria Rossi & Grassi di via Ponte Vetero. Aspetti lì fino alla chiusura. Il suo futuro cliente l'aspetterà nel retro. L'11 prosegue fino a via Farini, passando per un pezzo della circonvallazione interna della città, inseguendo il 29 e incrociando il 30. Fernando scende e salta sul 4 in direzione del Castello. Una città si può vedere in molti modi, da molte prospettive. Quella attraverso il vetro di un tram, condita dal ronzio del motore elettrico e dei condensatori sotto i sedili, dagli schianti degli scambi elettromagnetici dei binari, è tutta particolare, quasi ingiallita dall'età stessa del mezzo di trasporto. La cosa incredibile è che questa prospettiva si sta trasmettendo anche ai mitici nuovi tram da due miliardi l'uno (una specie di mazzetta a rate del comune di milano verso la ditta produttrice, guardacaso una grande casata italiana da oltre un secolo). Milano oltre il vetro di un tram scorre lenta, a volte a macchie di pioggia che si depositano senza scorrere nei canali di scolo arrugginiti dei finestrini che si aprono solo fino a metà corsa, a volte uniformemente ingrigita dallo strato di smog sul vetro. E' come se venisse passata al setaccio di una vecchia pellicola noir degli anni 50, inserendo Fernando in un contesto senza tempo in cui si sente a casa, come ai vecchi tempi: non si ammazzavano neanche allora, pero' almeno c'era piu' movimento, le batterie, la ligera, la mala quella vera. Adesso come adesso rischi di finire ammazzato da un quindicenne colombiano imbastito di coca fino ai capelli, e Fernando è sicuro che non ci sia niente di romantico in tutto ciò. In pochi minuti il tram arriva alla fermata tra via dell'Orso e via Ponte Vetero, dove da anni troneggia un cartellone pubblicitario grande come tutta la parete della casa a quattro piani che si affaccia sull'incrocio. Un tempo c'era una splendida edera su quel palazzo, ma ormai la pianta rinsecchita e appesantita dai fumi delle auto è diventata poco più che un contorno per la succulenta bistecca griffata Armani o D&G. La macelleria è proprio davanti alla fermata: una vetrina sobria con un po' di carne in esposizione, costolette, arrosti, polli, conigli, e tranci di vari animali ad attirare i carnivori della zona. Di fianco alla vetrina una porta di metallo verde appena rifatta con il battente in finto ottone si apre con tutta probabilità su una rampa di scale per accedere ai due piani superiori dove abiterà una qualche famiglia imbottita di grana. Fernando è soddisfatto del posto: cinque diverse vie di fuga, anche se per arrivarci dovrebbe riuscire ad uscire dal retro in qualche modo. O chi lo ha invitato è molto poco esperto oppure il messaggio è forte e chiaro: "Non vogliamo fregarti". Non che si fidi ma è già una situazione migliore delle ultime in cui si è trovato. Entra nella macelleria Rossi & Grassi alle sette e mezza in punto. Davanti a lui ci sono ancora due signore di mezza età in tailleur, appena uscite dall'ufficio presumibilmente a pochi minuti a piedi dal negozio, che stanno comprando qualcosa per la cena del marito e dei figli. Aspetta che abbiano finito, osservando il macellaio. E' giovane e spesso. Le spalle larghe quanto le sue e alto più di lui, anche se non riesce a capire se dietro al bancone ci sia o meno un gradino. Negli occhi neri vede brillare una luce sinistra, per ogni colpo di coltello che scende sui pezzi di carne bovina ancora da macellare, per ogni colpo di pestacarne. Il ragazzo è esperto e Fernando è sicuro che non usa coltelli e martelli solo sul lavoro. Il macellaio liquida le signore con un sorriso giovane e aperto e loro escono soddisfatte della loro dose quotidiana di micro-ormoni in offerta speciale, che ripagano adeguatamente il costo della carne decisamente al di sopra di quella del supermercato sotto casa. Mette una mano sotto il bancone e Fernando istintivamente porta la mano verso la cintola e la schieda. Il macellaio ghigna mentre le saracinesche si abbassano azionate da un interruttore di fianco al registratore di cassa. "Forse sto eccedendo con la paranoia" pensa Fernando. Appena la saracinesca è abbassata la luminosa macelleria sembra trasformarsi in una immensa stanza delle torture dalla sinistra luce artificiale perpetua. Come se al di fuori della saracinesca il pallido sole milanese non fosse ancora li' a bussare. Il macellaio gli fa cenno di seguirlo dietro il bancone, scomparendo nell'apertura in fondo alla stanza che dovrebbe comunicare con il retro. Fernando lo segue. Gli ci vuole un attimo per adattare gli occhi dalla luce al neon alle candele del retro. Prima della luce fioca lo colpisce l'odore di fumo e incenso che pervade l'aria. Dietro la scrivania collocata a metà stanza è seduto un tizio scavato, con i capelli grigi e gli occhiali dal taglio moderno. Veste di scuro, ma non saprebbe definirlo meglio di così. Sulla scrivania c'è un mazzo di carte e un monitor lcd che illumina di una luce azzurrognola metà del viso del suo nuovo cliente. "Ti pareva che era un fuori di testa", pensa Fernando sconsolato "Tutti a me..." Pochi secondi e perde di vista il macellaio, mentre il suo nuovo cliente lo invita ad accomodarsi. - Ha bisogno di lavoro. Non discute, afferma. Il tipo è pieno di merda, ma Fernando non deve prendere in simpatia chi gli rifila un lavoro. Cioè, non è obbligatorio essere simpatici per offrirgli un lavoro... - Dal nostro punto di vista è una cosa semplice - continua - ma richiederà del tempo, per questo abbiamo pensato che lei ne aveva in abbondanza. "Ma che cazzo ne sai tu..." pensa Fernando, mentre dice: -Certo. Di che si tratta. - Bene. Sbrigativo. Non ci piace perderci in chiacchere. Pure il plurale. Ma diocane, tutti a me... Si tratta sostanzialmente di recuperare un oggetto di valore per questo tizio, e di eliminare tutte le tracce che vi sono collegate. Tradotto in parole povere: trovare questa cosa, qualcunque cosa essa sia, infilarla in un sacchetto, ammazzare chi ci ha avuto a che fare. Da zero a cento in pochi secondi. Fino ad oggi nessuno ammazzava nessuno in questa città, mentre di botto trova qualcuno che lo ingaggia per una serie infinita di omicidi. - Costerà. - dice secco. - Non è un problema, l'importante è che non ci deluda. - Che cos'è che devo recuperare? - Non sono affari che la riguardino. - Da dove si parte ? - Da qui. Il tizio scavato gli passa un foglietto, con su scritto un nome. Un classico. Fernando spera che basti l'elenco telefonico e un taxi, per chiudere in fretta questo affare che per quanto redditizio gli puzza. E non di incenso. D'altronde al contrario dei telefilm, l'elenco telefonico nel 90 per cento dei casi basta e avanza. Mentre valuta questa possibilità si accorge che il tizio gli sta parlando. - ... ogni città ha qualcosa che la trattiene, che la invischia nel tempo e nello spazio. Non sono i muri, non sono neanche le strade, o le sue istituzioni. "O cristo ci mancava la filippica del fuori di testa, mi pareva che mancasse qualcosa per concludere l'atmosfera da film di serie B." Fernando è già sconsolato. Mai una cosa tranquilla tipo vai lì uccidi quello prendi la roba. Mai. Che sfiga. - ... le città si stratificano intorno alle loro storie, intorno ai loro personaggi, alle loro leggende, sia quelle vere, che quelle false, per quanto questo spesso non significhi nulla. Ma nel cuore di tutta questa rete di nozioni e racconti e miti che rappresenta l'essenza informazionale di una città esiste del potere. E questo potere può essere usato nel momento in cui si riesce a trovarlo, a trovare qualcosa che sia capace di tradurre questi secoli di dati, di trasmetterli, di renderli tangibili e consumabili... "Ma che cazzo vuoi che me ne freghi dei tuoi strippi da invasato!" vorrebbe gridare. Invece sta zitto e fa finta di ascoltare sperando che lo molli presto prima che quel nome diventi ancora meno utile di quello che potrebbe essere. - ... so che lei non ci crede, ma anche la sua è una specie di magia - magia? ha detto magia? o cristo... - tanto quanto la mia. Se ne accorgerà presto presumo. Se le serve qualcosa, può passare di qui quando vuole. Lucio sarà felice di metterci in contatto. Fernando deduce che Lucio e' il macellaio. Spera vivamente di non dover più parlare con questo rincoglionito prima di quando dovrà incassare l'assegno. Alla fine del perché gli stiano chiedendo di recuperare delle cianfrusaglie e ammazzare un po' di gente non gli interessa granché. Fernando saluta ed esce dalla saracinesca che Lucio ha rialzato. Non mi vogliono far vedere l'altro ingresso. Comprensibile.... Ognuno ha i suoi trucchi del mestiere. Decide di camminare un po' per levarsi di dosso l'odore di cera, candele e incenso, e anche per far sbollire l'irritazione che le minchiate che gli ha rifilato il suo "nuovo cliente" gli ha provocato. Quando arriva al Teatro Smeraldo dopo una buona mezz'ora a passo sostenuto, l'11 sembra essere lì ad aspettarlo. ################################ 04. Un Impero sul Letto di Morte ################################ Nel terzo giorno del quarto mese dell'anno di Nostro Signore 397 sento avvicinarsi l'ultimo respiro. Curvo su questo scrittoio dove ho passato tanta parte delle mie notti, alla luce tremula delle candele, tormentato dai demoni di troppi giorni su questa terra di mercanti e imperatori, di empi, di ariani, di pagani, di poveri senza speranza e di guerre senza fine, ti ritrovo fratello mio, Satiro... Sei tornato qui... Sei tornato da me... Ho mandato via tutti i servi e mi sono fatto lasciare acqua, pergamena e inchiostro a sufficienza per lasciare traccia delle mie ultime volonta'... E tu sei qui... Mio Dio... Sei uguale all'ultimo giorno in cui ci siamo visti... Sei uguale a me, nati nello stesso giorno ma destinati a morire in epoche diverse... Mi sei mancato fratello mio, mi sei mancato e mi sono mancati i tuoi consigli e le tue parole... Come dici? Si... Lo so... Ho commesso cose atroci in questi anni in tua assenza, ma anche cose grandiose... Grazie a me... Grazie a noi e al tuo sacrificio la nostra fede, la nostra Chiesa si e' rivelata piu' forte dei seguaci di Ario, piu' forte dei pagani, delle loro dee madri, delle loro pietre, e alberi, e fonti, che presto il Papa proibira' senza lasciarne traccia. Siamo piu' forti, tutto il mondo conosciuto e le nostre citta' pagano omaggio alla nostra Chiesa... E' costato molto, ma quante piu' vite sono costati mille dei e mille empieta', quante pesti, quanta fame, quante carestie? No, no... Era necessario, era necessario lottare per una Chiesa Unica, per un potere che fosse indipendente dagli incesti, dall'avidita' di Re e Imperatori, di uomini come gli altri che vogliono essere al di sopra di Dio... Lo so, lo so... Ho fatto cose terribili, ma non capisci, non capisci? Milano e' di nuovo sacra, e' di nuovo Impero, e' di nuovo salva dai tumulti... E la nostra Chiesa e' forte, e i nostri riti sono anche piu' forti di quelli romani, e tutto questo grazie a noi, grazie a te. Se pensavo a come fuggivo questa missione, questa richiesta d'aiuto che i cittadini di questa urbe mi hanno rivolto in quel lontano anno di Nostro Signore 374. Venti anni. Sono passati venti anni. Sembra ieri... Sembra ieri dacche' siamo arrivati qui... La fatica mi tempesta le tempie, Satiro, mi tempesta di domande e di risposte, di ricordi e di dubbi e di certezze. Le immagini di una vita intensa e aspra mi spaventano ora che mi presento davanti alle porte del Regno di Nostro Signore... Non dovrei? Certo che dovrei, lo so, non infierire... Ho paura, fratello mio, gemello mio, carne sacrificata alla Necessita' dei nostri tempi... Le parole che io stesso ho dispensato ai potenti e al popolo... Non gloriatevi di essere innocenti, ma solo di essere stati perdonati... Le parole che ho fatto ingoiare a Teodosio, all'Imperatore dell'Occidente, 4 mesi di parole e penitenze bevute a forza come cicuta, di fronte alla potenza del Signore e della Chiesa... Quanti Imperatori e quanti Re hanno ucciso settemila peccatori, decine di migliaia di uomini e donne e vecchi e bambini? Quanti? Tutti, fratello, tutti lo hanno fatto, ma nessuno e' stato costretto a chiedere perdono... Solo Teodosio, di fronte alla Chiesa dei Martiri, sottomettendo definitivamente il potere dell'Impero al potere della Chiesa, abdicando il potere dei sovrani di controllare cio' che e' solo di Dio e della Chiesa. Non ne valeva la pena? Non valeva la morte di settemila peccatori e servi nel circo di Salonicco... Chi li ricordera'? La storia li ricordera'... E ricordera' che servirono alla Gloria della Chiesa e di Nostro Signore Domineiddio. Io ho detto all'Imperatore che era perdonato, ma chi perdonera' me? Chi perdonera' Ambrogio di Treviri? Lo so fratello, non mi guardare, il tuo sguardo mi incenerisce ma io so che ho peccato , che tutti hanno peccato, e so chiedere perdono, e Nostro Signore e' severo ma sa che ho fatto cio' che era necessario perche' il popolo di questa citta' e di questo Impero vivessero tempi meno oscuri... Ricordi terribili mi assalgono... terribili come la grandezza e l'altura delle cose che abbiamo fatto, questo umile servo e tu, suo fratello, attraverso di me.... Sono stato crudele, crudele con il mondo e gli eredi di Valentiniano, ma senza di te era cosi' difficile esercitare misura e clemenza... E sei stato portato via dal destino, contrappasso ai delitti che abbiamo... che ho, scusa, scusa, che ho... che ho dovuto compiere... Perche' li chiami delitti? Perche'? E' un delitto resistere per giorni a tutto l'esercito di quella sgualdrina ... Giustina... Imperatrice per caso, ariana, empia, che pretendeva di espugnare per decreto le case del Signore che avevo fatto erigere a guardare la citta' da quattro angoli? E' un delitto? Con me c'era la citta' e c'erano gli Angeli che vegliavano su di noi... Quante volte hanno cercato di ucciderci... Dentro le chiese di Milano per due anni consecutivamente sotto l'assedio degli Ariani, degli empi e dei pagani... Ci hanno scagliato addosso un intero vescovato ariano, pagato per convincere le genti ad abbandonarci a non combattere con noi, per difendere la Chiesa di Milano. Ma la citta' ha combattutto con noi, cosi' anche l'Impero, costringendo Giustina a capitolare. E solo un anno prima anche il Senato dell'Impero o quello che ne e' rimasto a capitolare di fronte alla Chiesa di Nostro Signore. Sputo sangue vedi... Sento che le mie ore si concludono rapidamente, ma il mio cuore e' cosi' colmo di gioia nel vederti, fratello, che non riesco ad abbandonare questa pergamena, non riesco a concludere degnamente la mia vita di servitore del Signore... Forse dovrei raccontare tutto... Fare si' che chi verra' dopo di noi conosca le atrocita' che abbiamo commesso per salvare la chiesa di Gesu' Nostro Cristo e per sottomettere l'Impero. Sono cose terribili, ma e' forse giusto che qualcuno oltre a noi due, alla nostra disgraziata famiglia venuta da Treviri e terminata a Milano, lo sappia, lo conosca? Perche' mi tormenti? Perche'? Lascia che io trascorra le mie ultime ore convinto del perdono del Signore... Non sollecitare la mia memoria, che riammette il peccato nella nostra anima, anche dopo che il perdono lo ha fatto dimenticare. Non costringermi a peccare di nuovo con le immagini che infestano i miei sogni e le mie memorie... Vattene! Vattene via! No perdonami fratello non lasciarmi qui solo con le luci delle candele che si riflettono nel vetro di fronte a me... rimani li' a osservarmi dietro la finestra di queste mura dove saro' sepolto. Ricordi quando arrivammo a Milano? Ricordi? Quanto entusiasmo e quanto desiderio di riparare ai torti, di amministrare l'Impero per renderlo un luogo fecondo. Fino a quel giorno... fino a quel giorno nel trecento settantaquattresimo anno dalla nascita' del Figlio di Dio... La morte di quel maledetto seguace di Ario, Aussenzio, i tumulti, le grida, le morti, le uccisioni, le guerre tra famiglie e successioni che impestavano l'aria delle vie di Milano, delle sue mura, delle sue bettole... E delle sue chiese... mio dio... come poteva continuare tutto cio? Dovemmo intervenire, ricordi, sedare gli animi, parlare con misura... Come era facile quando eri con me fratello, quando non mi guardavi morto e risorto dietro il vetro di una finestra, ma camminavi queste strade con me... mi indicavi la calma e il perdono... Come era piu' facile... Parlammo con misura, la folla ci acclamo' al destino che non desideravamo... Eravamo laici, magistrati e non vescovi, da generazioni della nostra famiglia e delle famiglie dei nostri tutori... Maledetto sia quel plebeo che senza riguardo per le tradizioni dell'Impero grido' "Ambrogio vescovo!" nella calca grigia della folla, scatenando il desiderio di pace e di unita' degli abitanti di questa citta' in mezzo alla pianura, capitale dell'Impero e ora anche della Chiesa e dei nostri riti... Quanto e' costato alla mia anima? Quanto? E perche' tu non eri piu' li' con me? Faceva parte del martirio che dovevo subire per raggiungere tutto cio' in cui abbiamo sperato? Perche' io e non tu... perche'? Deliro... Ormai le mie forze sono allo stremo... Domani sara' troppo tardi per pensare e per vivere... Ricordi come passammo notti e giorni vagabondando le vie di Milano, le sue vie strette dai massi larghi, il Cardo Massimo e il Decumano, e Santa Tecla, accompagnandoci con donne, bevendo e cercando di abbassarci ad ogni abietto reato, ad ogni aberrazione della nostra anima pur di convincere la folla che non eravamo degni di essere i nuovi Vescovi di Milano... Che stupidi... Che idiota che fui a scappare da me stesso e dal Signore... A quante atrocita' ho costretto il Nostro Signore per convincermi... Eppure tu me lo dicevi, me lo gridavi... E mi dicevi che saresti stato con me... Fino alla morte, fino a che avessimo portato la pace in questa magistratura dell'Impero... Ebbene l'ho fatto fratello mio, ho fatto quello che potevo, perche' non posso essere perdonato anche io? perche' non posso essere perdonato come gli Imperatori e ogni servo di questa landa? Mio Dio, le immagini nella mia testa, impresse nelle palpebre per sempre... Ricordi? Ricordi quel bosco a sud della Chiesa di Santa Tecla, la chiesa piu' sacra di questa citta', la Chiesa che io stesso ho contribuito a rendere piu' grande in questi venti anni? Ricordi? Era scuro quella notte, ci eravamo ubriacati... La gente di Milano non si convinceva e neanche l'Imperatore, avevano gia' deciso il nostro destino... il mio destino e anche il tuo... Si' ti ricordi, lo leggo nel tuo sguardo oltre queste finestre... Era scuro, il bosco nella quale sorge un vecchio tempietto, ancora quando i pagani potevano averne... La luce della luna veniva riflessa dall'erba come se fosse crepuscolo... Trascinammo quei due uomini che non ci avevano fatto nulla, due giganti buoni e senza intelletto e discernimento, due idioti che venivano portati al bosco da due idioti... Ricordi, Satiro, ricordi? Ho sognato quel momento tutta la mia vita, tempestando il mio letto di sudore e lacrime... Ricordo le nostre spade cogliere la luce della luna e dell'erba, ricordo i rumori come di voci tutt'intorno e il terreno che si faceva scuro del sangue dei due giganti, del sangue dei due innocenti, del sangue che ci avrebbe dannato davanti a Dio ma che ci avrebbe fatto continuare a esercitare l'amministrazione dell'Impero. Ricordo il tuo sguardo vacuo e dannato, la ragione che ti abbandonava lentamente di fronte all'atrocita' che ti costrinsi a commettere... Quanto fui idiota... Pensare che la morte di due creature potesse salvare la vita di altre due o di altre mille... Non guardarmi! Ti prego, Satiro, non guardarmi... Ricordi i sacchi di iuta in cui infilammo le loro teste e i loro corpi, la fatica come buoi per trascinarli fino alle porte della Basilica di Nabore e Felice... Pentiti ma colpevoli... Avevamo ucciso convinti che tutto valesse pur di salvare noi e invece non era cosi'... La mia anima nera si specchiava nei tuoi occhi folli e vuoti che scavavano nei giardini della Basilica, che scavavano e scavavano, mentre il sangue nel bosco dove li avevamo uccisi veniva bevuto senza lasciare tracce dalla terra scura di erba pagana abituata ai sacrifici... La testa separata dai corpi cosi' come li ritrovai quattro anni dopo quando li usai un'altra volta, quando li diedi in pasto non solo alle atrocita' di due magistrati stupidi ma di una folla inferocita che pretendeva due santi da seppellire nelle cripte della basilica a cui dedicare la citta', la stessa basilica dove mi seppelliranno domani... Gervasio e Protrasio... Due martiri che mi sono apparsi in sogno, si'... tutti i giorni da quando furono abbattuti dalla nostra imbecillita' e dalla nostra paura, dal timore di farsi interpreti del volere di Dio... Martiri si, ma uccisi da santi... Per la Gloria di Dio... Coloro che non sanno, che hanno creduto, mi hanno gia' perdonato, ma il Signore Onnipotente potra' perdonarmi? E potrai tu, fratello mio perdonarmi? Potra' il Signore perdonarmi per queste morti, per le menzogne, per tutti i peccati, per la tua morte e per la mia? Potra' perdonare la sensazione fredda di questo vetro dove di fianco alle candele che mi accompagnano alla tomba la mia mano tocca la tua mano morta da troppi anni, e con essa morta la clemenza e l'innocenza, seppellita insieme a Gervasio e Protrasio e mai piu' ritrovata? Non ci sei piu' fratello, come non ci sei stato per vent'anni, seppellito dentro di me, e domani seppellito insieme a me sotto le fondamenta della Basilica dei Martiri, carnefici e vittime in una medesima cripta su cui costruire il volere di Domineiddio per questa citta' e i sogni di chi la abita e di chi la abitera'. Potro' mai essere perdonato per quello che feci quella notte e per quello che ho fatto in questi anni per riparare a quell'atrocita'? Il futuro di questa Chiesa e di queste mura potranno perdonarmi? Potro' gloriarmi del perdono che dell'innocenza ho perso traccia? Signore, sia fatta la Tua Volonta', cosi' in cielo come in terra. In morte Ambrogio Satiro di Treviri, Vescovo di Milano. il di' quarto del mese quarto dell'anno trecento novanta sette dalla nascita di Nostro Signore Gesu'. ########## 05. Numeri ########## Le vie del centro di notte a Milano sono delle creature strane. Qualcuno che non vi abbia vissuto almeno qualche anno non sa mai dire se saranno piene di gente o vuote, pericolose o abbordabili, silenziose o rumorose. Ogni via ha le sue caratteristiche e spesso sono quasi indipendenti dalle vie laterali. Le strade a Milano ti insegnano molto e la prima cosa che impari e' capire che cosa ti stanno raccontando le strade intorno a te. In particolare se sei un giovane arabo minorenne senza documenti e che nessuno crederebbe senza precedenti penali. Via dei fiori chiari e' una delle traverse bene della citta'; si affaccia su Brera proprio sul crocevia dove i locali fanno a gara per i tavolini sul selciato, per le misure di ragazze e ragazzi che li frequentano, e incidentalmente anche per i prezzi e per chi riesce a essere piu' stronzo con gli ambulanti. La via e' stretta e ben illuminata ed e' una delle principali porte verso il quartiere bene di Milano e la sua vietta dei locali (che alla fine non e' piu' lunga di 100 metri). Una volta passata Brera e l'accademia, la via si trasforma in via dei Fiori Oscuri, e cambia radicalmente aspetto: l'illuminazione e' molto fioca, il selciato sconnesso e non ci passa praticamente mai nessuno che non sia sostanzialmente dedicato a entrare nel suo portone di casa. A meta' della via c'e' un portone sulla destra, un grande arco esterno praticamente ovale diviso a meta tra una porta di legno massiccio e una vetrata opaca attraverso la quale ombre di un uomo curvo si disegnano grazie alle luci gialle dell'appartamento evidentemente soppalcato. Hassan si avvicina al luogo dell'appuntamento senza sentirsi particolarmente sicuro di quello che sta facendo. Dopotutto presentarsi in un certo luogo ad una certa ora dopo averla trovata scritta conficcata dal nulla con un chiodo in un portone non gli sembra un comportamente particolarmente saggio. Ma non ha molto da perdere. E' stanco della vita da marocchino che conduce a Milano, e' stanco da morire. Ma stringe i denti. Si avvicina al portone e cerca un campanello. Non trovandolo si accontenta di usare il pesante battente di ferro che si abbatte sulla porta con un tonfo cupo. Poco dopo il portone si apre e Hassan intravede una luce fioca nei pressi della scala sulla destra dell'androne. La segue senza porsi troppe domande, ormai una stronzata in piu' o in meno non conta molto, pensa mentre sale le ripide scale di cemento che sembrano uscite dal 1900. L'anno non il secolo. Le scale terminano su una porta di legno antico anch'essa spalancata su una specie di salotto. Il salotto schiacciato in altezza dal soppalco lungo i bordi del quale Hassan nota un gran numero di libri e' dominato dalla tonalita' del giallo crema. Hassan si trova subito a suo agio, un po' stupito da come il suo organismo si abitui alle stupidaggini che sta facendo. Seduto nella poltrona di fronte all'ingresso c'e' un signore alto e dai capelli scuri ancora molto folti, il viso fitto di rughe e allungato verso il basso, il naso adunco e decisamente sproporzionato. Piu' si sforza, piu' Hassan non riesce a capire se il tizio indossa lenti a contatto oppure se le sue cornee siano piu' scure del normale, piu' nere che grigie. - Cosa vuoi ? Hassan va dritto al sodo, sperando di porre un limite alla propria serie di stupidaggini degli ultimi giorni. - Con calma, arabo. Con molta calma. Le porte si chiudono come per un preciso effetto scenico. Hassan pensa che il tizio abbia visto troppi film. - Mi chiamo Said. Non arabo. Said. Non e' difficile. - Cosi' giovane e gia' hai imparato che dire balle e' un metodo molto efficace per cautelarsi. Ti ripeto: con calma. Se ti ho chiamato ti diro' che cosa voglio da te. E ti paghero' per farlo, non voglio certo un altro pezzente sulla coscienza. Per lo meno non per diletto. Hassan e' ipnotizzato dalla voce del tizio. Stregato, come se fosse un ifriit del deserto, come se fosse uno spirito venuto fuori da qualche fiaba che gli leggeva suo nonno nella provincia di Riad. - Prima voglio raccontarti un po' di cose, tanto per farti compagnia... Intanto prendi questi fogli e una penna, e ricopia questo. Il tizio gli lancia un libro sgualcito. Hassan apre una pagina a caso aspettandosi di capirci qualcosa, ma il libro gli sembre contenere pagine e pagine di lettere e disegni senza senso. - Che cos'e' ? - Non ti paghero' per fare domande, ne' per cercare risposte. Scrivi e fatti i cazzi tuoi , che campi cento anni, non te lo ha detto la nonna? ah gia' , forse si dice cosi' solo in occidente... Ride della sua battuta che Hassan e probabilmente meta' della popolazione mondiale considerano sotto la soglia minima di decenza. E nota che in mezzo alle pagine del libro ci sono delle banconote da 50 euro. Almeno 500 euro in contanti. Hassan non ci capisce piu' un cazzo. Pero' i soldi sono soldi. E in questo momento ne ha un disperato bisogno. Non riesce a sentirsi tranquillo, come se qualcosa stesse improvvisamente per diventare un problema da cui non sa se uscira' vivo. Pero' stare per strada a Milano ti insegna che questa sensazione spesso dipende piu' da te e dalla tua vita che non da un pericolo oggettivo. E i soldi gli servono, cazzo, per cui bando alle ciancie. Sia fatta la Volonta' di Allah. Prende la penna e inizia a copiare le pagine del libro. Le prime tre pagine e mezzo una serie di cerchi e pallini e linee e triangoli. Poi una serie di linee e pallini, poi altre cose ancora. Se fosse un italiano ignorante direbbe che sembra arabo. Ma essendo arabo sa che non ci assomiglia per nulla. - Bravo vedo che ci capiamo. Ti faresti anche succhiare il sangue per un po' di grano? Il tizio parla e la simpatia continua a parere sempre meno la sua qualita' piu' spiccata. Soprattutto quando inserisce in contesti che Hassan non capisce molto allusioni quasi sessuali. Come in questo caso. - Comunque non mi interessa. Per stasera mi interessa solo che tu copi quel libro. Numeri, numeri, numeri.... Vedi i numeri non sono solo cifre, non sono solo segni, ma definiscono uno spazio, un tempo, una sentenza. Gli intrecci che i numeri riescono a raccontare non sono indipendenti dagli eventi e da cio' che li circonda. I tuoi antenati non hanno solo inventato i segni che usiamo per contare, ma avevano inventato anche molte scienze per studiare e per raccontare i numeri e i loro intrecci con la realta'. - Senti. Non siamo obbligati a parlare. Non mi paghi per ascoltare, mi paghi per copiare questo libro di scarabocchi. Io lo sto facendo. Devi proprio sproloquiare dei miei antenati? - Si. Comunque sei libero di non ascoltare. Io parlo per il piacre di ascoltarmi, non perche' speri che uno come te possa imparare. Dicevo comunque che i tuoi antenati non erano solo grandi matematici, ma anche grandi conoscitori di come le serie di numeri e i loro intrecci potessero cambiare la realta' per come la conoscevamo. Un tempo era molto potente la scienza della Qabala, ma ora non lo e' piu'. E sai perche'? Perche' i numeri sono stati ridotti a cifre, da anni e anni, secoli e secoli di atti di fede che li definivano come tali. Eppure non e' difficile capire quanto piu' di una semplice cifra un numero e': pensa a tutte le volte che hai contato i posti dove hai dormito, a tutte le volte che usi un numero in un giorno, alle ore dell'orologio e alle quotazioni in borsa, agli schermi della televisione, fino ai codici a barre. Numeri, numeri ovunque. E senza di essi cosa riusciresti a fare ? Nulla. Senza le parole ne inventeresti altre, faresti dei versi o dei gesti, ma senza numeri ? Come staresti senza un numero preferito, senza un qualcosa in cui misurare il tuo tempo, il tuo spazio e la tua mente? Mentre il tizio sproloquia sui numeri e sul loro senso, Hassan si concentra sulla copiatura. Vuole finire in fretta. Non e' tranquillo in questa via scura nel centro di Milano. Si sta avvicinando l'alba quando finisce, porgendo i fogli copiati in calligrafia difficilmente decifrabile da un occidentale al tizio che gli sta davanti. E di cui tuttora non sa il nome. - Bene. Adesso me ne vado. E le sarei grato se evitasse di fare tutte ste scene per propormi qualcosa per sbarcare il lunario. - Oddio, s'e' offeso. Per un po' di scenografia! Vedrai che sappiamo fare di peggio. Comunque non ho terminato con te. Il tizio si alza dalla poltrona. E' piu' alto di quello che Hassam credeva. Sara' quasi due metri. Si avvicina ad Hassan con in mano i fogli da un lato e il libro dall'altro. Hassan e' inchiodato sulla sedia dove ha copiato tutto il cazzo di libro. Il tizio si avvicina e Hassan riesce adesso a esserne certo: non ha cornee ma delle speci di pozzi, come se le pupille si fossero mangiate le orbite. Alla luce del sole che inizia a rendere la notta azzura anziche' blu scuro, la carne del tipo e' quasi trasparente, e il suo respiro e' piu' affannato di quanto si ricordasse Hassan. - Adesso facciamo un gioco. Prendi quella pentola di metallo e mettici dentro il libro. Mettici dentro il liquido che trovi in quella brocca e porta tutto qui - Ma mi hai assunto come servitore ? - Muoviti! - grida il tizio. E Hassan si muove. Prende la pentola ci mette il libro e ci versa sopra un liquido trasparente. Onestamente non capisce. Ma i pazzi sono meglio degli assassini, direbbe un saggio. - Ecco guarda che bel gioco - dice il tizio con un ghigno che definire malato e' un eufemismo che farebbe impallidire i malati terminali di cancro stipati negli ospedali a consumare gli ultimi giorni senza speranza. Lancia un po' di polvere dentro la pentola ai piedi di Hassan, incendiandone il contenuto. Hassan si controlla ed evita di gridare, ma si dirige velocemente verso la porta, deciso a mettere distanza tra lui e il tizio quanta ce n'e' tra casa sua e lui adesso. - Tieni. Questi fogli li devi tenere tu. Tra qualche giorno verro' a riprendermeli. Adesso non li posso tenere io. Se quei fogli vengono persi, fai la stessa fine del libro. Mi sento ragionevolmente sicuro di potertelo promettere. Intesi? Se invece li ritrovo su di te quando ci rincontreremo, avrai quanto hai avuto per copiarlo. Mi sembra che tu non abbia da lamentarti. Hassan lo guarda immobile. Guarda la sua mano trasparente e venosa tesa verso di lui, il volto tirato, non piu' moro come quando e' arrivato qui. Hassan sa che sta per fare l'ennesima stronzata della settimana. Prende i fogli, li infila dentro la tasca dei pantaloni militari ed esce dalla porta. Senza salutare. Dietro di lui sente il ghigno inquietante del tizio. Di cui tuttora non conosce il nome. Voleva chiederglielo ma gli e' passato di mente. Lo fara' quando si riprendera' gli scarabocchi. Sperando che qualche deficinente alla fabbrica non glieli rubi. Non sa perche' ma le minacce del tipo gli sono risultate molto piu' credibili che le abbaiate sguaiate dei suoi fratelli di religione e continente due notti fa alla fabbrica. E' ora di trovare da dormire, pensa, mentre esce da via dei Fiori Oscuri e si incammina verso i bastioni di Porta Nuova. ##################### 06. Si Apre la Caccia ##################### E' mattino. Primo mattino di fine estate con un lavoro per le mani. Finalmente. Non sa che cosa lo porta ad essere cosi' angosciato quando non ha un lavoro per le mani. Forse e' qualcosa di connaturato alle sue origini milanesi, o forse ci sono diversi tipi di milanesi. In quel caso lui fa parte sicuramente della stirpe austriaca. Senza un lavoro non so stare, tutto ha un prezzo, e via dicendo. Un giorno lontano nel tempo un suo professore di storia aveva cercato di raccontargli quante invasioni aveva subito la citta' in cui era nato, ma lo studio fine a se' stesso non era mai stato il suo forte e quindi aveva lasciato perdere. Fernando consuma la colazione nel suo bar di fiducia, ascoltando dalla radio gli ultimi aggiornamenti su un pianeta che raramente offre spunti innovativi alle sue giornate. Consuma con calma il cappuccino e poi chiede l'elenco telefonico al barista, deciso a sbrigarsela in fretta. Ieri notte dopo aver visitato il magnifico retrobottega di Lucio ha pensato bene di sondare un paio di contatti per capire quanto era coperto il suo cliente: ha incontrato troppi silenzi sulla sua strada non appena pronunciava il nome della macelleria. Non era un buon segno. Avrebbe onestamente preferito sentirsi ridere in faccia per essersi fatto ingaggiare da un maritucolo tradito o qualche cazzata simile che non finire nel muro di gomma che circonda chi ha troppi soldi e troppi contatti per preoccuparsi di far sapere qualcosa a qualcuno sul suo conto. I silenzi volevano dire qualcosa di specifico: il tizio della macelleria era coperto economicamente, politicamente, e in ogni altro "mente" che Fernando potesse immaginare. Questo voleva dire che doveva fare bene e in fretta questo lavoro e togliersi dai piedi. Qualsiasi cosa diversa da questa avrebbe potuto voler dire cose parecchio antipatiche a cui preferiva non pensare. Ma non e' l'ultima sorpresa della faccenda: sull'elenco telefonico c'e' solo una persona con quel nome, e non abita neanche troppo distante. Qualcosa nei bassifondi dell'istinto gli dice che se fosse stato cosi' facile Mr. Rossi&Grassi avrebbe potuto dargli direttamente l'indirizzo. Ripassa mentalmente il Post-It con scritto "Fatti i cazzi tuoi", l'altro con scritto "Non ti fare domande a cui non avrai risposta" e chiude l'elenco. Esce lasciando sul conto il solito. Il posto non e' distante e Fernando opta per un sopralluogo a piedi, tanto per non perdere tempo nel tirare fuori la macchina dal garage o nel doverne recuperare una. In un attimo e' in piazza Aspromonte. Non perde tempo ai semafori attraversando a zig zag tra le macchine in coda per superare il gomitolo di Piazzale Loreto. Stranamente nessuno gli grida dietro, come se un tacito accordo tra pedoni e automobilisti oggi avesse sospeso gli insulti. Con una rapida serie di traverse arriva in Piola, immettendosi nel flusso costante di studenti che dalla metropolitana verde si dirama alle varie facolta' seguendo il pulsare degli orari dei ferrotranvieri. Immettersi e' il termine esatto, perche' diffficilmente qualcuno potrebbe confondere le mani di Fernando per quelle di uno studente. Attraversa la piazza del Politecnico e rapidamente si porta verso la facolta' di matematica. Le vie da questo lato di via Celoria sono piu' quiete la mattina: e' come se la zona di Città Studi fosse una specie di tessuto zebrato in cui le vie a fasce alterne sono piene di ragazzini oppure deserte. Fernando e' pienamente soddisfatto che l'indirizzo si trovi nella striscia deserta del tessuto. Dall'esterno il posto sembra essere usato. Questo potrebbe essere un problema nel caso che Fernando dovesse sbrigarsela subito. Ma non e' certo che sia tutto cosi' liscio. Gira intorno all'isolato per capire un po' come e' fatto l'edificio che corrisponde all'indirizzo trovato sull'elenco: un cancello automatico da un lato, un portone antico come entrata principale, mura a delimitare il resto della proprieta'. Il retro confina con una serie di negozi, il che rende piuttosto complicato verificarne la situazione logistica. Nonostante il luogo sembri vissuto quotidianamente, le tende bianche a tutte le finestre non consentono di capire esattamente cosa vi succede all'interno. Solo una targa sull'esterno del portone automatico sembra qualificare il luogo come i laboratori di una qualche fondazione scientifica che lavora nell'ambito della chimica farmaceutica o qualcosa del genere. Con tutta probabilita' gli "scienziati" devono ancora arrivare, pensa Fernando. Merda, un appostamento in un posto cosi' e' l'inferno. Se stai nella striscia deserta in un batter d'occhio avrai qualche sbirro o qualche aspirante tale che verra' a romperti le palle per sapere cosa ci fai in macchina fermo. Se stai nella parte popolata ti vedranno un milione di persone, inclusa la potenziale vittima. Ovviamente non poteva andare tutto liscio, non c'era da dubitarne. D'altronde se Mr. Rossi&Grassi avesse pensato che sarebbe andato tutto liscio come l'olio non gli avrebbe promesso tanta grana. Fernando estrae una sigaretta dalla tasca dei pantaloni e l'accende appoggiandosi ad un auto parcheggiata proprio davanti al portone antico del palazzo. Le scalinate d'entrata sono pulite. Troppo pulite. Come se qualcuno si prendesse la briga di pulirle continuamente. Per questo ha dedotto che il posto sia usato, ma potrebbe tranquillamente essere un falso indizio, dato che di maniaci dell'ordine e del decoro Milano non e' esattamente sprovvista. All'improvviso nota sui gradini qualcosa che non gli torna. Ripassa il selciato dell'ingresso un metro per volta scandendolo con lunghe boccate dalla stizza. Al terzo o quarto passaggio eccolo li': prende da terra un foglietto accartocciato e se lo infila in tasca. La sigaretta e' finita e anche la sua verifica logistica. Si gira e torna verso la metro'. Camminando sotto gli alberi dei giardini di fronte al Politecnico legge il foglietto di carta e pensa che si stia infilando in un bel guaio oppure che improvvisamente il culo ha deciso di diventare suo collaboratore stretto. Nel foglietto c'e' un altro indirizzo e un'ora. Probabilmente ha perso un ottima occasione la notte scorsa, ma ritiene di essere ancora in tempo per rimediare. Imbocca le scale della metropolitana e prende la linea verde. Direzione Famagosta. In venti minuti e' in centro e si infila nel dedalo di viuzze dietro la Scala, sperando di arrivare in tempo per chiudere in fretta questo lavoro. Una volta arrivato in zona Brera non ci vuole molto a trovare l'indirizzo. Il portone e' massiccio ma non sembra troppo solido. Le finestre sopra il portone sono buie e indicano che probabilmente non c'e' nessuno in casa. Considerato che e' tutto a ridosso dell'Accademia, Fernando spera che ci sia un solo appartamento. E' poco piu' di mezzogiorno e c'e' troppa gente in giro per fare chiasso: dovra' tornare piu' tardi. Che palle. Rievoca dentro di se' tutta la pazienza necessaria e si ripete ancora una volta che non sara' una cosa breve. Le risposte alle sue domande fatte nei bar della zona, all'edicola all'angolo di fronte all'Accademia, ai tabacchini in giro nelle vie tutt'intorno, confermano tragicamente la sua sensazione. In quella casa pare non vivere nessuno: nessuno si ricorda di aver mai visto il portone aperto se non decenni fa, nessuno ricorda di aver mai visto cartelli di compravendita o di affitto. Forse ci vive qualche nottambulo che la usa come pied-a-terre quando viene a passare le serate in una delle "vie dei locali" di Milano. Forse non ci vive nessuno. Forse. Fernando decide di provarci: torna sui suoi passi e si mette davanti al portone aspettando un momento di calma nel traffico di aspiranti artisti e aspiranti cultori dell'arte, intellettuali da due soldi e gente abituata a darsi troppe arie, poi si appoggia con una spalla al portone e puntando i piedi per terra comincia a spingere. E quasi finisce diritto e disteso sul pavimento in terra battuta dell'androne. O meglio, sul pavimento coperto da almeno due cm di terra della stanza che sta dietro al portone: le mura sono vecchie quanto e piu' della polvere e l'unica luce proviene dallo spiraglio nel portone. Fernando si accende una sigaretta e tiene acceso l'accendino per capirci qualcosa di piu': diverse impronte portano a una scala in fondo a destra. Sale lentamente sentendosi sempre piu' a disagio, come se qualcosa nelle profondita' delle viscere gli stesse vivamente sconsigliando di fare quello che sta facendo. Ma non e' certo la prima volta che fa uno scasso e non sara' certo l'ultima, per cui zittisce le viscere e continua. In cima alle scale c'e' una porta di legno antico che si apre anche piu' facilmente del portone. Dietro la porta una stanza tutta arredata in giallo e soppalcata. Una merda, e' il modesto avviso del senso estetico di Fernando, anche se suppone di essere uno dei pochi a pensarla cosi'. Piu' sta li' dentro e piu' e' teso. Pero' ormai non ha senso andarsene senza aver raccimolato qualche indizio in piu'. Si guarda intorno rapidamente cercando indizi degli ultimi usi che la stanza ha avuto: le pieghe del tessuto delle poltrone, una penna appoggiata su un tavolo, un cestino con dentro i residui neri di qualcosa che e' stato bruciato, nient'altro. Oddio... Fernando pensa che ce ne sia abbastanza. Chissa' che cazzo di documento hanno bruciato li' dentro. Probabilmente si sono resi conto di aver lasciato delle tracce e li' dentro hanno terminato quelle che potevano esserne di ulteriori. Beh, dopo uno scasso e una invasione di proprieta' privata Fernando non sente di aver appreso grandissime novita'. Perfetto: adora commettere reati che si potevano evitare... D'altronde non conteranno molto rispetto alla condanna complessiva per un sicario. In meno di trenta secondi Fernando e' fuori dalla porta, con un pugno di mosche in mano e una sensazione di tensione incredibile alla bocca dello stomaco. Gli sembra di essere un ragazzino alle prime armi. Che odio. Decide di chiarirsi le idee e si ferma al bar all'angolo di via dei Fiori Oscuri con Brera e chiede una bicchiere di vino rosso. Nero d'Avola che gli scorre nella gola rilassando i nervi e i pensieri, come un calmante assoluto, come un siero. Non esiste nulla che si possa sostituire a un bicchiere di vino bevuto in un bicchiere di vetro che lo veste alla perfezione. Avrebbe dovuto fare il somelier, altro che cercare persone introvabili in giro per Milano per ammazzarle. Chiacchera con la cameriera, una biondina che probabilmente studia all'Accademia e cerca di sostenersi con i quattro o cinque euro all'ora che il padrone del bar gli rifila in nero. E' molto carina e Fernando ha proprio bisogno di due chiacchere per rilassarsi. Niente che lasci trapelare alcuna informazione sostanziale su di se', solo l'occasione per guardare qualche minuto una creatura piacevole. - Si lavora molto di giorno in questo bar ? - chiede per attaccare bottone. - Non molto, abbastanza. - Beh cosi' non si sciupa, sarebbe un peccato signorina... Sorride. - Beh, anche lei non si sciupera' certo per un solo bicchiere di vino... - Certo. Pero' a volte e' un balsamo impagabile. Nel senso che lo pago a lei solo perche' e' molto simpatica. Altrimenti come si puo' ricompensare un Nero d'Avola ? Fernando pensa che sono le frasi piu' lunghe che pronuncia nelle ultime settimane. La signorina ha del talento, o semplicemente anche lui ogni tanto ha bisogno di staccare dalla vita psicotica dell'omicida di professoine. - Fossero tutti come lei, non ci sarebbero problemi. C'e' chi paga ma e' cosi' sgradevole che preferiresti tirargli il vassoio. Le sue viscere gli mandano un messaggio. Nel gergo fernandiano vuol dire "indizio non richiesto piovuto dal cielo". - Ah si'? Ad esempio ? - Guardi oggi per esempio. Solo un'oretta fa e' passato un ragazzino marocchino che ha fatto un delirio. Sembrava simpatico all'inizio, ma poi ha chiesto una bottiglia di vino intera e l'ha finita in cinque minuti. Le assicuro' che trattare con un ubriaco per una ragazza non e' il massimo... Fortunatamente poi ha semplicemente pagato e se n'e' andato. Le viscere non mentono mai... Il tizio e' il suo uomo. L'accordo gli avra' fruttato dei soldi o semplicemente era allegro per aver concluso l'affare ed e' subito corso a sbronzarsi. Dilettante. Meglio, sara' un lavoro piu' semplice di quello che temeva fino a solo mezz'oretta prima. - Meno male... Gia'... Grazie della chiaccherata. - Grazie a lei. Adesso devo andare senno' Fulvio mi uccide. Fulvio deve essere il padrone. Fernando finisce il suo bicchiere di vino, chiede alla biondina il conto e si fa dire che autobus ha preso il marocchino molesto. Sale sul 43 e spera di riuscire a seguire le tracce del ragazzo. Non che sia stato cosi' semplice, ma nemmeno troppo difficile. A volte Fernando si stupisce di quanta poca differenza ci sia tra il suo lavoro e quello di uno sbirro. Cercare indizi, trovare persone, ammazzarle. Alla fine non e' poi cosi' diverso dall'ordinario mestiere di un questurino. Almeno pero' lui veniva pagato bene e si sceglieva i clienti, pensa con una punta di onesto cinismo, anziche' prendere ordini e venire pagato due lire per farsi ammazzare da quelli come lui. Sorride. O meglio, ghigna. Ovviamente il suo obiettivo non abita li' vicino ed ha preso la 43 solo per arrivare sulla circonvallazione dove ha preso il filobus verso corso XXII marzo. Scoprirlo e' stato parecchio complicato: Fernando e' dovuto scendere a ogni fermata e chiedere se era sceso un ragazzino ubriaco e dove era andato. E' quasi certo che meta' delle persone hanno pensato che fosse il suo amante e l'altra meta' che fosse suo figlio adottivo. Sgradevole. Alla fine sceso in XXII marzo non c'e' voluto molto ad individuare l'area dismessa dove vivono i nordafricani della zona. La ex Motta su viale corsica. Bingo. Qui si' che si puo' fare un appostamento senza timore di ficcanaso, sbirraglia o altro. Qui intorno la notte probabilmente e' tutto un pullulare di puntelli, scambi, risse e schiamazzi, per cui una persona in piu' o in meno in macchina fermo ad aspettare della roba non fa molta differenza. E' tempo di riportare i risultati del lavoro a Mr Rossi & Grassi. Su viale Corsica fortunatamente c'e' un negozio di elettronica in cui recuperare un piccolo registratore a cassette. Si siede sotto gli alberi dell'aiuola al centro del viale e racconta al registratore quello che e' riuscito a scoprire e dove. Non omette nessun dettaglio, come richiesto, e specifica dove ha trovato le informazioni utili. Una volta finito di registrare si infila il registratore in una tasca della giacca e la cassetta nell'altra, dopo aver scritto con una penna presa in prestito in edicola il giorno e l'ora della registrazione. Salta sul 27 e arriva fino in centro per lasciare la cassetta registrata in una casella alla Posta Centrale di Cordusio, dove il suo cliente la ritirera' stasera. Non e' una procedura ordinaria, ma sicuramente e' piu' difficile per un eventuale terzo intercettarla (anche se a scassinare una casella della posta ci si mette mezzo minuto) ed e' piu' facile per il suo cliente tenere traccia di quello che ha fatto e decidere se e' soddisfatto o meno. Un altro indizio della pericolosita' di tutto questo affare. Mentre torna verso la periferia per recuperare una macchina in affitto pensa che nonostante le stranezze e' un buon lavoro. Gli tocchera' ammazzare un ragazzino ma alla fine il lavoro e' lavoro. Mettera' sul conto del cliente anche la carta d'identita' falsa e la patente che si era fatto fare qualche mese fa per ogni evenienza: alla fine non saranno 500 euro che cambieranno i costi dell'operazione a Mr Rossi & Grassi. Mentre cammina verso uno degli innumerevoli noleggi auto della Centrale si accende una sigaretta e decreta che la giornata e' stata positiva. ########################################## 07. Le Cose che non Quadrano - parte prima ########################################## Alla fine non ha trovato un posto decente dove dormire, che non fosse una panchina. Poi si e' svegliato ed ha avuto paura. Non ne conosce il motivo ma sente che il terrore sta montando dentro di lui e non capisce da dove arrivi. Forse sono le stranezze di questi giorni e queste notti, forse e' qualcosa che non riesce a definire, qualcosa di piu' complicato dei soliti scazzi tra etnie. Era ancora presto quando il sole di fine estate lo ha svegliato, e' ripassato in Brera per dare un occhio alla situazione. Davanti al portone del tipo c'era un italiano grande e grosso vestito bene, che guardava con troppa attenzione il portone da cui Hassan e' uscito poche ore fa. Allah gli sta dicendo qualcosa? Non ne e' sicuro ma preferisce non rischiare. Le cose cominciano a non quadrare. Doveva essere piu' semplice di cosi'. Ma considerato che e' due giorni che si ripete che e' una stronzata, potrebbe non essere tanto lontano dalla verita'. Si siede a un tavolino al bar e aspetta che l'uomo si allontani facendo domande sulla casa in cui ha passato la notte. Hassan pensa. Cerca di riflettere e di inventarsi qualcosa per portare a casa la pelle. Se il tizio elegante lo pesca e gli prende i fogli, l'ifriit della notte scorsa lo arrostisce come fosse un kebap. Se il tizio elegante non lo trova potrebbe innervosirsi. In ogni caso non vede molte vie d'uscita. Prende una bottiglia di vino e cerca di immaginarsi un piccolo diversivo. La versa dentro la siepe del bar e inizia a fare battute sconce alla biondina che gliel'ha servita. Cerca di farsi notare il piu' possibile ed essere sgradevole gli e' sempre sembrato un ottimo modo. O almeno per quei pezzenti con cui e' costretto a condividere il tetto di una fabbrica dismessa tutte le notti lo e' regolarmente, con tanto di conclusione versione "rissa" o versione "roba". A un certo punto paga e si incammina verso la 43. Spera che questo sia sufficiente per depistare il tizio in giacca che lo sta cercando o che sta cercando il libro o forse il tizio che glielo ha dato. In ogni caso preferisce non rischiare. Prende la 90 e scende in corso XXII marzo. In un attimo e' alla fabbrica, entra prende le due cose che ci ha lasciato la sera prima ed esce senza salutare nessuno. D'altronde aveva gia' deciso due sere fa che non sarebbe piu' tornato in questa topaia. Se stasera il tizio passa dalla fabbrica allora vuol dire che non cercava il pazzo che gli ha rifilato i fogli. Ha la drammatica sensazione che sia cosi'. Se sta seguendo lui, ha di che rinnovare le preghiere ad Allah. Hassan di dirige in centro, sperando che il tizio ragioni in maniera lineare, aspettandosi che lui rientri alla fabbrica convinto che Hassan non l'abbia visto. Dopodiche' rastrellera' le zone normalmente frequentate da nordafricani, sempre che Hassan sia riuscito a farsi passare per un marocchino molesto. Tutte le zone arabe in citta' stanno al di fuori della linea della circonvallazione: viale Padova, viale Jenner, Corso Lodi e dintorni, viale Corsica, qualche periferia sud di Milano dotata di grandi strade con nomi di filosofi e politici, e grandi magazzini e capannoni dismessi. Se lui riesce a trovare un posto al di qua della circonvallazione, magari in una zona solitamente poco frequentata da arabi potrebbe guadagnare quei pochi giorni che lo separano dal momento in cui il tizio si verra' a riprendere i fogli, lasciandogli il grano e firmandogli una via di uscita dalla stronzata in cui si e' lasciato infilare. Soprattutto considerando che i soldi che gli ha dato il tizio non lo toglieranno certo dalla merda in cui si ritrova un immigrato a milano. Certo lo faranno sopravvivere un po' piu' a lungo ma dubita che lo aiuteranno molto di piu'. E allora perche' si e' lasciato convincere ? Saranno gli occhi neri di quell'uomo simile a uno spirito del deserto? Sara' la suggestione di una Milano notturna in cui incontri foglietti affissi ai portoni e voci che ti parlano dalle ombre, strade che separano il giorno dalla notte e il cielo dalla terra? Non lo sa. Ma ormai ci e' in mezzo, e i discorsi del tizio della notte precedente pur risultandogli decisamente stucchevoli, gli sembrano avere un filo piu' di senso. Dopotutto se qualcun altro per una copia di quel libro e' disposto a inseguirlo in mezza citta' qualcosa di sensato deve esserci nelle parole del tizio. Qualcosa non quadra. Perche' darlo a lui? Perche' dare qualcosa di cosi' importante a un ragazzino di diciassette anni che non sai neanche che cazzo di fine fara'? Perche' prendere un perfetto sconosciuto e dargli dei fogli che sono cosi' importanti? Gli viene il sospetto che al tizio servisse una vittima per fare uscire allo scoperto chi cercava il libro. Ma allora perche' bruciarlo? Perche' non darlo a lui e tenersene una copia? Perche' cosi' chi lo avesse beccato avrebbe avuto anche il libro. Ma allora perche' non tenersi la copia e fare in modo che il tipo alle calcagna del libro vedesse Hassan uscire dalla casa in via dei Fiori Oscuri? Perche' avrebbero mangiato la foglia? Avrebbero chi? E se non rivedesse piu' il tipo con gli occhi neri? E se gli avesse messo in mano quella copia a mo' di condanna a morte? Potrebbe semplicemente lasciare i fogli al tipo con la giacca elegante. Pero' se il tipo tornasse questo significherebbe un brutto momento per Hassan. Troppe cose che non gli quadrano nella testa. E' il momento di schiarirsi le idee. Si ferma in un parcheggio sopra la stazione di Porta Garibaldi e si siede con le spalle appoggiate a un cestino verde dell'Amsa. Guarda verso est, oltre la stazione, oltre i due palazzi a specchi che dominano l'orizzonte, oltre il confine di milano verso la Mecca. In silenzio prega e pensa che cosa fare in questi giorni. Ha paura, questo e' certo, ma difficilmente riesce a pensare a nient'altro che sia certo. La vita da immigrato a Milano non e' mai particolarmente colma di certezze e di domani, ma in questo momento il tutto gli sembra un po' piu' in la di questa definizione. Prega in silenzio. Ha deciso da tempo che inchinarsi con la fronte per terra conta poco per il Profeta che e' morto e sepolto, o per Allah. Inoltre stendere tappeti in mezzo a Milano e' spesso scomodo, e una pausa di meditazione intensa con il viso e la mente rivolta a Est suppone sia sufficiente ad essere definita preghiera. Dopotutto dubita che essere musulmano in Italia sia la stessa cosa che esserlo in Arabia o in Yemen. Sono le sette e il cielo comincia a diventare indaco come le torri del muezzin del suo paese. Scende dal cavalcavia che sovrasta la stazione e si dirige verso ovest, lungo una delle tante vie che circondano milano in cerchi concentrici, come se ne definissero dei livelli, degli strati. Cercare un area dismessa in cui sia facile ed anonimo entrare non e' facile al di qua della circonvallazione esterna. Sono quasi le dieci quando di fronte all'uscita di una delle tante viette che ha girato nelle ultime tre ore vede qualcosa di interessante: le vetrine che ne costituiscono il pian terreno erano una concessionaria d'auto o forse un assicurazione. I muri sono alti piu' di quattro metri e le tre porte di ingresso ben sprangate. Ma sopra al portone principale la zona uffici ha una balconata immensa che arriva giusto sopra le inferriate poste alle finestre. Un balzo sul davanzale, uno sulla base della balconata e ion meno di dieci secondi Hassan e' dentro. L'area e' ancora in ottimo stato, se si eccettuano i muri scrostati, e non sara' difficile trovare una stanza in buono stato. Le case intorno danno solo muri sul cortile interno rivolgendo tutte le loro finestre verso le vie che definiscono il perimetro comune dell'isolato. Alla luce dell'accendino Hassan trova una stanza pulita, addirittura con il pavimento in legno e un grosso tavolo al centro. Si sistema sotto il tavolo, adattando un'asciugamano a materasso e si addormenta quasi subito, richiamando a se' le due notti insonni che hanno preceduto questa. A trovare un modo per uscire senza destare sospetti e l'attenzione degli sbirri ci pensera' domani mattina quando si svegliera'. L'importante e' che riesca a far passare solo due o tre giorni senza che il tipo in giacca elegante lo rintracci. L'ultimo pensiero prima di addormentarsi e' per quegli infedeli che abitano la fabbrica dove stava fino a due notti fa. Spera che la loro avidita' e la loro codardia lo premino con molte informazioni che depistino il tizio che lo segue. Almeno aver dovuto condividere quella topaia con feccia simile gli sara' servito a qualcosa. #################### 08. Serpenti e Santi #################### Il viaggio da Costantinopoli a Bari e' incredibilmente lungo. Come scudiero del vescovo io ho fatto tanta strada, ma viaggiare per giorni da un capo all'altro della terra, nell'anno dell'Apocalisse moltiplica l'angoscia in maniera incredibile. Il mio signore Arnolfo mi ha portato con se' in questo lungo viaggio, ma se me lo avesse chiesto io avrei rinunciato. Quando il mondo finira', come e' certo che finira' e non vedremo l'anno che segue questo millesimo anno dalla nascita di Gesù Cristo Nostro Signore, io vorrei essere a casa con i miei figli. Invece con tutta probabilita' saremo in qualche posto sperduto lungo i regni d'Italia, sempre che non cerchino di ucciderci o di aggredirci o di rapinarci o chissa' cos'altro ancora. Costantinopoli e' un luogo incredibile, un sogno che la maggior parte dei servi come me non avra' mai modo neanche di immaginare: tesori ad ogni ancolo di strada, donne bellissime e dalla pelle dorata come fiori profumati, chiese dalle forme stranissime e mercati grandi quanto l'intera citta' di Milano. Se non altro sono felice di avere visto tanta bellezza e maesta' prima di dover rendere i miei peccati nel giorno del giudizio. Il mio signore ha viaggiato da un capo all'altro del mondo perche' l'Imperatore gli ha chiesto di trovargli una moglie, e credetemi quando vi dico che non c'e' un posto dove trovare una moglie piu' bella e piu' ricca. Qualcuno dei servi delle principesse di quei paesi mi ha raccontato che ci sono dei motivi precisi per cui l'Imperatore vuole una sposa d'Oriente ma io sono un povero stalliere e non ci capisco molto. A me e' sembrato solo che l'Imperatore avesse dell'ottimo gusto in fatto di donne e un buon fiuto per gli affari. Ad ogni modo il mio signore Arnolfo e' riuscito a convincere la Principessa di Costantinopoli, sovrana d'Oriente a venire con noi in Italia e a sposare l'Imperatore: sara' una festa impareggiabile... gia' mi sogno il vino e la musica e i fiori e i canti e tutta la citta' che festeggia. Ha dei macchinari terribili e allo stesso splendido magici, la principessa, e ad essere onesto non ho neanche voluto sbirciare lei e l'arcivescovo quando li hanno provati: ha una statua di bronzo e metalli preziosi che predice il futuro con le carte. Parla come se fosse viva e la cosa piu' terribile e' che non sbaglia mai. Un giorno in viaggio la principessa mi ha chiesto se volevo che la sua statua prodigiosa mi dicesse che cosa mi riservava il futuro. Io ero talmente spaventato che le ho detto di no. E non sono pentito! Se sapessi gia' cosa mi aspetta che cosa varrebbe la mia vita? No. Non fa per me. Sono un umile servo, vivo alla giornata ed e' gia' tanto se Dio mi lascia capire se potro' rivedere i miei figli questa notte oppure no. Per conoscere il futuro e sopravvivere bisogna essere dei grandi uomini, dottori, come il mio signore e la Principessa. L'altra sera... saranno stati due giorni da quando siamo arrivati a Bari, la Principessa e il mio Signore hanno deciso di consultare la statua per conoscere le sorti dell'Imperatore e della sua futura consorte. Gli sguardi che avevano quando sono usciti dalla stanza della Principessa non promettevano nulla di buono e per tutta la notte ho sentito lacrime e grida provenire dalle loro stanze, a cui non ho lasciato avvicinare nessuno come ordinatomi dal monsignore. Il giorno dopo per tutto il vescovato di Bari fino nella cattedrale si sparse la voce che l'Imperatore stava morendo. Io sapevo che cosa aveva detto la statua: sono uno stalliere e non ho studiato, non so leggere e neanche parlare molto bene, ma non sono stupido. In meno di una settimana la Principessa e' ritornata a Costantinopoli con la sua statua miracolosa. Il matrimonio e' stato annullato perche' si teme che l'Imperatore morira' (qualcuno dice che e' gia' morto). Cosi' tanti giorni lontano da casa per non concludere nulla... Che rabbia... Ma il mio Signore ha tenuto con se' l'altro tesoro che la Principessa aveva portato con se'. Presto torneremo a Milano e spero di rivedere presto le mie stalle. Il viaggio da Bari e' ancora lungo e non sono pochi i pericoli. Il monsignore e' un uomo potente ma se l'Imperatore e' morto non avra' pochi nemici. Ho paura. Perche' negarlo? Non sono un guerriero e anche se sono un uomo e difenderei il mio onore, alla mia vita ci tengo. Cosa farebbero i miei figli senza di me? +o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+ Siamo ritornati a Milano solo da qualche giorno. Domani il monsignore dira' messa nella grande Basilica dei Martiri, la piu' bella basilica di Milano. Ho passato i giorni scorsi a sistemare le stalle e a raccontare tutto quello che ci e' succcesso ai miei figli e alla donna. Mi piacerebbe essere capace di raccontare le cose come fanno i dottori, ma i miei figli si sono accontentati delle parole umili di un servo. Il monsignore mi ha chiamato qui alla Basilica con i cavalli e ho dovuto lasciare a meta' il racconto di come siamo fuggiti alle aggressioni sull'appennino che tanto appassionava il mio figlio piu' piccolo. E' notte fonda... Chissa' dove vorra' andare l'arcivescovo... Un uomo anziano ma ancora forte e muscoloso si avvicina portando in mano una torcia dall'altro capo della piazza di Fronte alla Basilica di Sant'Ambrogio. E' l'Arcivescovo di Milano e lo sara' ancora per 18 lunghi anni, durante i quali guerre e carestie e molte sfortune turberanno gli animi dei milanesi. Lui lo sa e due decenni non sono molti per organizzare le cose e fare si' che Milano e la sua gente sopravvivano a questi tempi difficili e cupi. Dal giorno in cui la statua della Principessa gli ha parlato quella notte a Bari, non ha saputo darsi pace... E' difficile sapere che cosa ti riserva il tuo futuro e combattere ogni giorno per correggere quello che non ti piace del destino. Ce la fara' ? Il destino e' gia' deciso dal Signore, o possiamo interpretare il nostro ruolo attraverso le nostre scelte? Sono giorni che cerca conforto nella dottrina della Chiesa ma nessuno dei Padri gli e' stato ancora di aiuto. Ma adesso non c'e' tempo di dolersi. Domani consacrera' il dono della principessa e gli aprira' le porte del cuore del popolo di Milano. Spera che quello che sta facendo aiuti in qualche modo questa gente, anche se probabilmente sarebbe scomunicato se qualcuno lo venisse a sapere... - Giovanni della Credenza, sono felice che mi abbiate portato i cavalli che vi avevo chiesto - Dovere, Signore. Partite? - No. Avevo bisogno di parlarvi in privato. Seguitemi. I due uomini entrano nella Basilica, le loro voci rimbombano nella navata centrale bassa e scavata dalla pietra. Giovanni si sente a disagio... fuori posto, come se quel posto dovesse essere calpestato solo da santi e martiri... e lui non fa certo parte di nessuna delle due categorie... Il vescovo si ferma a meta' della navata principale. - Giovanni, lo vedi? Guarda lassu'... - Si Signore... e' il dono della Principessa. - Bravo. Sei attento. Ti piace ? - Certo Signore. - Sai che cosa ci ha detto la Statua della Principessa quella notte? - No - Giovanni balbetta e sente il sangue che gli abbandona il viso e le viscere. - Che un giorno di grande dolore per questa citta' quel serpente si fara' carne. Che sara' un giorno difficile per le genti che vivono a Milano e che se vorranno sopravvivere qualcuno di loro dovra' essere capace di un grande sacrificio per far tornare il dono un innocuo essere di bronzo e rimetterlo al suo posto. solo cosi' la citta' si salvera'. Giovanni non sa dove volgere gli occhi. Non sa cosa il vescovo gli sta dicendo e gli sembra che tutto sia un grosso maleficio contro di lui. Ha paura ma non puo' che ascoltare il suo Signore. - Bene... Giovanni. Sai chi sara' questa persona? - I-i-io? - No. Stupido. Non lo sappiamo. Ma sappiamo che sara' necessario che qualcuno conosca questa leggenda perche' essa si compia. La Chiesa non ammette superstizioni, ma la salvezza di un popolo non vale forse un piccolo dubbio? Penso di si, Giovanni. Per questo ti ho fatto chiamare. Da oggi sei libero. L'arcivescovato paghera' a te e alla tua famiglia un vitalizio per duecento anni. Tutto questo in cambio del tuo impegno a tramandare ai tuoi figli e ai loro figli e ai figli dei loro figli, la profezia che ci e' stata rivelata dalla Statua. - P-perche' io? - Perche' sei l'unico oltre a me e alla Principessa a conoscere la disperazione di quella notte a Bari, il dolore di conoscere con precisione il dolore che ancora ci aspetta. Non vi e' nessun altro che crederebbe a questa profezia. Il tuo terrore parla della tua onesta' di cristiano e di uomo. Lo farai per+oo le tue genti Giovanni? o+o+o+o+oo+o+oo+o+o+oo+o+o+oo+o+o+o+oo+ooo+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+ Lorenzo corre per la citta', per i suoi vicoli stretti, portando messaggi a destra e a manca. Corre a perdifiato, come solo i suoi 10 anni gli consentono, come nessun adulto carico di anni, fatiche e dolori potrebbe fare. E' notte, e non ha mai consegnato dei messaggi di notte. E' eccitato e il cuore sembra scoppiargli mentre corre da S. Dionigi a S. Vittore, dalla Basilica dei Martiri a S.Tecla, passando per la sala dove si riunisce il consiglio. Servo figlio di servi liberi, e' tra i pochi a poter entrare nei conventi della citta', nelle sue congreghe, per portare i messaggi che arrivano dagli altri luoghi di culto e di governo della citta'. Stanotte tutta la gente di Milano e' in strada. E la strada non e' buia. In cielo e' nata una stella, ma non e' una cometa, come quella che gli racconta suo nonno. E' una stella tonda e vicina, che brilla quasi come la luna. Addirittura nelle piazze riesce a vedere la sua ombra... E' successo cosi' d'improvviso, a un certo punto le facce dei suoi genitori si sono alzate da tavola per guardare il cielo, e sono corsi fuori; in strada c'erano i loro vicini, i muli, e il prete lo ha mandato a chiamare. Era come se fosse giorno, solo che era notte. Nelle chiese si sono cominciate a intonare le preghiere e il consiglio di e' riunito per decidere qualcosa. Questa storia del Comune non gli e' chiara, che al posto dei Signori ci sono tanti Signori che si riuniscono anziche' minacciarlo non gli e' tanto chiaro... Pero' alla fine lui deve solo portare i messaggi avanti e indietro. Lo capira' quando sara' grande. Almeno cosi' pensa adesso mentre corre lungo i vicoli intorno al Brolo, a due passi dal bosco. o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o+o Ci sono voluti due anni. Due anni sono passati dalla distruzione che Federico e i suoi barbari hanno portato a questa citta'. Neanche la guerra tra l'Imperatore e il Papa per due straccioni che pregavano perche' i vescovi fossero vescovi e perche' fosse rispettata la parola di Cristo, nemmeno le rivolte fomentate da questi straccioni e le guerre contro Lodi e contro mezza Lombardia avevano ridotto le nostre genti in questo stato. Michele prova un odio profondo. Lo pervade. Ogni angolo che gira trovandovi una casa in rovina, un pezzo delle mura divelte, un fosso dove sa che vi sono morte decine di persone che nulla avevano a che vedere con l'Impero e i suoi titoli, ogni strada che intravede e che non e' piu' come prima muove le sue viscere. Il Barbarossa lo chiamano i capitani e i nobili che in un modo o nell'altro sono sopravvissuti alla distruzione della citta'. Per loro non cambia nulla se a comandare e' il Papa, l'Imperatore, l'Antipapa, il Diavolo in persona o un barbaro venuto dal nord. Non cambia nulla perche' i loro terreni e il loro servi sono sempre li', a morire al posto loro, senza decidere nulla. Ma cambiera'. Il Comune di Milano cambiera', quanto e' vero che si chiama Michele della Credenza. Le genti di Milano adesso hanno un consiglio diverso per il popolo da quello dei Capitani e dei Nobili. E adesso non potranno ignorare a lungo cio' che la gente di Milano vuole: liberare la citta', sconfiggere Federico, riconquistare il proprio onore. E quanto e' vero Iddio cosi' sara'. Michele passeggia per la Basilica dei martiri che diversamente da San Lorenzo e dal quartiere di Porta Romana non e' stata incendiata. Forse lo spirito del patrono o i diavoli che si dice comandasse tanto quanto gli angeli l'hanno protetta. Michele ha impiegato due anni a convincere la gente. E presto andranno in missione negli altri comuni della Lombardia per muovere guerra a Federico. Quando entra nella basilica un odore acre lo acceca, lo stordisce. Mentre si porta una mano sul capo. Sente qualcosa di viscido avvolto sul suo collo. Istintivamente ritrae la mano, mentre la sua mente richiama le notti passate nella casa dei suoi genitori ad ascoltare la leggenda che la sua famiglia si tramanda di generazione in generazione. Come e' possibile? Come e' possibile che stia succedendo veramente! E' una leggenda che la sua famiglia si tramanda da generazioni e non ha nessun senso... Ma quando riesce a vincere il suo istinto e riaprire gli occhi nelle sue mani e' arrotolato un serpente. Largo come il suo braccio e lungo piu' di due metri, sembra aspettare che Michele decida cosa fare. Qualcosa dentro di lui scatta. Qualcosa coltivato da generazioni di racconti e di rimestamenti delle parole che Arnolfo disse a Giovanni. Esce dalla Basilica diretto a casa. Sulla strada ruba un sacco per la biada dei cavalli da una stalla e ci infila il serpente. E' come se un automatismo seppellito da due secoli sotto la sua carne rintuzzasse il suo cervello. Mentre si sposta lungo le mura verso il centro della citta', si ferma a parlare con due dei suoi. Li manda da Emigio, il chierico di Sant'Eustorgio. Avranno bisogno di soldi e di un diversivo. E proprio qualche giorno fa un barbaro al servizio del Barbarossa voleva comprare le reliquie dei Re Magi della basilica: Eleuterio Rustico e Dionigio diventeranno una memoria delle genti della citta' di Milano e in ogni caso gia' la Chiesa Romana gli ha dato nuovi nomi, piu' adeguati ai desideri del Papa. Il putiferio coprira' la scomparsa del serpente che per molti milanesi e' piu' importante della Basilica stessa. Qualche giorno per riforgiare un serpente identico dal calco in gesso bastera' e i soldi della dritta al barbaro ladro di Magi saranno piu' che sufficienti. Non sa che cosa lo spinga a questa follia ma e' duecento anni che la sua famiglia aspetta questo momento. Non sa se fara' la cosa giusta ma sente che non ci sono molte altre possibilita': avesse un terreno da impegnare o altri valori eviterebbe volentieri di perdere i Magi per conservare la citta', ma sembra che il destino non voglia rendere le cose troppo semplici. Mentre i suoi sistemano le cose, Michele arriva ai boschi vicino al brolo, boschi fitti in cui si possono trovare molte cose, in cui molte altre si possono nascondere. Quando arriva a una radura in mezzo agli alberi si ferma, mentre il serpente scivola dal sacco sul terreno fradicio dell'umidita' notturna. Michele svuota la bisaccia dalle due gocce di vino che vi erano rimaste e si avvicina alla bestia. In pochi secondi il suo coltello e' affondato lungo tutta la lunghezza del rettile, il sangue e la fiele delle ghiandole che colano lungo le braccia di Michele fin nella bisaccia e sul terreno. Mano a mano che il corpo del serpente si svuota, sembra arrotolarsi come una corda troppe volte attorcigliata su se' stessa. Alla fine la bisaccia e' piena e il corpo a terra di quello che era il serpente della Basilica dei Martiri non sembra altro che un ammasso di carne e scaglie. Nessuno lo trovera' e nessuno crederebbe alla storia di Michele. Ai suoi amici parlera' di un drago e di come lo ha sconfitto e forse per sicurezza lo attribuiranno a qualche nome di fantasia per evitare che troppe informazioni riconducano a lui e alla sua famiglia. Non sa come usera' il veleno e il sangue ma e' sicuro che la miscela della sua bisaccia e' potente e letale come sarebbe stato quel serpente se al posto suo alla Basilica ci fosse stato qualcun altro. Sta albeggiando e Michele non si era accorto che era passato cosi' tanto tempo nella radura. La sua mente e il suo cuore tornano a scandire la sua vita con un ritmo normale, e non capisce il senso di quello che continua a saper di dover fare. E' il sacrificio che cercava per veder rinascere Milano. Ha perso i Magi ma ha trovato la forza di uccidere il suo passato per rinascere contro il Barbarossa. Presto non avremo signori e i nostri preti non saranno piu' delle bestie empie che ci cavano i soldi che non ci cavano i signori. Parola di Michele della Credenza. ############################################ 09. Le Cose che non Quadrano - parte seconda ############################################ Li la mattina si alza presto, prima di tutti gli altri, prima dei vecchi e dei bambini, in quella mezz'ora in cui la comunita' cinese puo' vantare un incredibile cento per cento di dormienti. Si veste con una tuta sportiva nello sgabuzzino dove le riesce di vivere, attraversa il cortile serpeggiando tra lo spazio immondezzaio e il bagno in comune e si avvia verso il parco a poche decine di metri. Corre. Si ferma solo quando arriva nel prato subito dietro il Castello Sforzesco: la mattina non c'e' nessuno... non prima delle 8.00, figuriamoci prima delle 7.00. D'inverno quando arriva sul suo drappo d'erba preferito e' notte fonda, ma adesso che e' da poco autunno il sole e' gia sorto e i suoi raggi obliqui garantiscono una luce e una temperatura piu' che accettabile. Un'ora di allenamento lento e flessuoso all'inizio, aspro e deciso alla fine. Le arti marziali che le hanno insegnato da piccola meritano venerazione e pratica quotidiana. Poco prima delle 8.00, prima che italiani e africani popolino il suo prato, Li corre fino a casa. Entra rapidamente cercando di evitare gli sguardi. La tuta da ginnastica la fa sentire esposta... Sicuramente di piu' che gli abiti che veste tutti i giorni. Nel suo sgabuzzino si fa una doccia, si mette la camicia bianca, la giacca e i pantaloni grigio scuro, tali e quali a quelli di centinaia di altri cinesi in citta'. Sotto la camicia sente i seni che premono sulla fascia elastica che li comprime, e ricorda a se' stessa tutto quello che ha passato. Esce camminando con passo svelto e sgraziato, accentuando lo sguardo che l'accomuna a tutta la comunita' cinese al di fuori del Regno di Mezzo: scuro e pieno di cose da fare. La mattina di Li viene spesa a consegnare pacchi per tutta Milano: si parte da via Messina, dietro Paolo Sarpi, epicentro della colonizzazione cinese della citta', per arrivare ovunque, fino nella piu' recondita periferia di Milano. Vestiti, cianfrusaglie, anatre, qualsiasi cosa che la fitta rete di scambi che collega i cinesi in tutto il mondo riesca a fare arrivare a Milano per essere distribuita. Carica gli scatoloni sul furgoncino del signor Wang e via. In ogni strada una fermata, Li ormai pensa di conoscere Milano meglio della maggior parte dei milanesi... La loro fretta e' pari solo alla disattenzione con cui attraversano il suolo dove sono nati: e' convinta che piu' di meta' della popolazione milanese abbia visto si e' no 30 strade in tutta la sua vita. Si accontentano di poco, i milanesi, ma non per questa loro manifesta inferiorita' Li pensa che sia giusto il modo in cui la maggior parte della comunita' cinese affronta il rapporto con le altre persone della metropoli: clienti di seconda mano adesso, futuri sottoposti un giorno in cui il Regno di Mezzo si estendera' ben oltre i suoi confini ai tempi dell'Imperatore Qin. Li pensa che ci siano modi piu' dignitosi per pensare una colonizzazione cosi' vasta. Forse perche' si e' abituata a vivere da sola e a badare a se' stessa, dopo essere arrivata come un carico da bestiamo dall'Est Europa. Non aveva piu' nessuno alla fine del viaggio e non sa dove siano finiti, ma ha capito rapidamente che la sua identita' era un bene troppo prezioso per giocarselo nella grande roulette delle comunita' emigrate dalla madrepatria. Alle sei di pomeriggio inizia il suo secondo lavoro: il cameriere al Ju Bin, un ristorante cinese e giapponese per italiani all'inizio di Paolo Sarpi. E' la parte piu' difficile: molte ore in compagnia di ragazzini desiderosi di dimostrare di essere i piu' duri della comunita' e di ragazzine che vestono il kimono non rendono piu' facile nascondere la sua identita'. Forse solo la padrona del ristorante, una delle donne piu' belle che Li abbia mai visto, ha intuito qualcosa, ma in ogni caso si e' sempre ben guardata dal dirlo a suo marito, il titolare ufficiale del ristorante. Sette ore filate di servizio ai tavoli e poi dritta a casa: non e' una vita ricca di emozioni o di aspirazioni, ma per ora le basta cosi'. Attende il momento in cui i soldi che riesce a risparmiare e quello che sta imparando le serviranno per iniziare una nuova vita. Essere un uomo ha molti vantaggi: nessuno le rompe le palle, anche se tutti sono stupiti della sua natura schiva e silenziosa; nessuno si chiede perche' fa quello che fa, si accontentano di notare come lavori molte piu' ore della media gia' spaventosa di un cinese. Questo basta a qualificarla come una persona degna di rispetto e considerazione davanti agli anziani della comunita' e a chi gestisce gli affari. Essere un uomo non la costringe a dover menare i vari ubriachi che provano a metterle le mani addosso come fosse un oggetto, a dover sorridere e accettare, a dover piangere senza picchiare. E a lei sta bene cosi'. ____---__--_--__-------______---_______---____________------______----__ Quella di oggi e' una giornata degna degli inferni che sua nonna le raccontava quando era bambina a Shangai. Si ricorda quasi solo quelle storie prima della nave e del treno che l'hanno portata a Milano, ormai dieci anni fa. Il turno al ristorante e' finito prima del solito e i suoi colleghi le hanno chiesto di andare a bere qualcosa dai loro amici al Mare Rosso, un ristorante per cinesi in una parallela di Paolo Sarpi. Tipico. Sia mai che si vada a bere in un posto normale. Non capiranno mai che per vincere non possiamo sempre stare tra di noi... In ogni caso per Li e' la giornata sbagliata. Le mestruazioni per una ragazza che si finge maschio sono giornate sbagliate. Le sue ghiandole sono gonfie e dure come un osso, schiacciate dalle bende contro le costole. Il suo stomaco oggi avrebbe voglia di tutto tranne che di alcool e sigarette. Ma il turno breve non gli offre scuse. Accetta. Bastano pochi minuti per pentirsi. Il dolore all'addome e al petto e' insopportabile, e la sua inespressivita' di fronte alle battute dei suoi colleghi non aiuta a nascondere il suo stato fisico. Una delle cameriere del ristorante le offre un te e le risate dei suoi colleghi si sentono fino sulla strada. Non c'e' via di scampo, se vuole evitare che presto gli sfotto' si trasformino in giochi maneschi deve trovare una soluzione. Mentre esce dal ristorante a prendere una boccata d'aria con una scusa - sono gia' ubriaco, vado a vomitare e torno, non pensate che sia finita qui - certo Li, quando rientri dovrai bere con gli interessi! - ahahahaahaaah! gli interessi! Li pensa che i film di serie B sulla mafia cinese hanno completamente sciolto il cervello da cane che hanno i suoi coetanei. Come e' possibile che i comportamenti dei suoi colleghi cinesi siano una brutta copia della versione americana degli immigrati cinesi? Saranno le mestruazioni, sara' il dolore, ma e' insofferente a questi ragazzini imbecilli e si chiede come abbia fatto la sua comunita' a sopravvivere senza qualcuno dotato del minimo intelletto. Forse sta esagerando ma dovra' in qualche modo pensare a qualcos'altro che non sia il suo corpo dolorante. Si allontana un paio di isolati dal ristorante. Mentre cammina pensando a una soluzione per uscire dalla giornata sbagliata. Gira in un angolo cieco, dietro ai palazzi a sud di via Paolo Sarpi ancora abitati da italiani. Non ce la fa. Si slaccia la camicia appoggiata al muro, slacciando i ganci della benda per allentarla solo un po', giusto quel poco per farle bere due bicchieri e andare a casa con la scusa del lavoro... Quando alza la testa vede quello che non avrebbe mai voluto vedere: nella luce che filtra dalla strada principale c'e' qualcuno che la guarda. Merda. In un secondo si riallaccia la camicia e gli si fionda contro. Il tizio appena la vede scattare si volta e corre verso via Paolo Sarpi. Bastardo. Corre mentre si concentra per chiudere la camicia e riassumere la sua identita' da uomo. Svolta in Paolo Sarpi e sotto la luce dei lampioni lo vede meglio. Un arabo del cazzo. Un fottuto arabo del cazzo. Sempre meglio che un cinese, che l'avrebbe costretta a cambiare citta' in men che non si dica, ma comunque qualcuno che non si fara' i cazzi suoi. Lo sapeva che era una giornata sbagliata. Le salgono le lacrime agli occhi, mentre la rabbia soffoca i dolori mestruali. Torna al ristorante, e chiede alla cameriera che le sorrideva una bottiglia di grappa cinese. Se ne scola meta' in un sorso e manda affanculo i suoi colleghi andandosene insultando loro e i loro antenati. Quantomeno l'arabo gli e' servito per liberarsi della serata di merda al Mare Rosso. Mentre cammina verso casa, sentendo il fiatone sul collo della sbronza che vuole crollarle in testa come un macigno, pensa che deve trovare l'arabo e assicurarsi che non abbia nessuna voglia di parlare in giro di quello che ha visto. O quantomeno convincerlo che non deve averne. Ma che cazzo ci faceva un arabo nel quartiere cinese? Merda. Merda, merda, merda. Che gli spiriti se lo portino. Li spera solo che nel caso lo facessero, gli spiriti decidano di lasciarle un bigliettino. ######################## 10. Svolte a Senso Unico ######################## Due giorni. Non pensava di aver chiesto molto a Dio. Ma evidentemente Allah non lo sta ascoltando in maniera molto attenta. Sara' distratto da qualcuno delle altre migliaia di musulmani in giro per il mondo, sprofondati in una vita di merda come la sua. In ogni caso non gli sembrava di aver chiesto tanto. Dimmi te se deve beccare una cinese piazzata proprio sulla strada che lo separa da un entrata secondaria che si e' ricavato nell'ex concessionario, o ex qualsiasi cosa fosse stata. Ha dovuto girare a vuoto un altro paio d'ore prima di poter rientrare. Dopotutto ritrovarsi qualche cinese che non lo vede di buon occhio in piena via Paolo Sarpi non e' sicuramente una buona idea. La mattina quando si e' svegliato si e' rintanato nella stanzina al primo piano della palazzina che da su un piccolo terrazzo, invisibile dai palazzi circostanti, ma accessibile alla luce del giorno, al sole e al cielo grigio di milano. Ovviamente il terrazino che un tempo era pieno di piante, adesso e' popolato da vasi di cemento pieni di sterpi bruni rinsecchiti dal sole dell'agosto passato da poco. Li', seduto su un paio di sedie in buono stato recuperate qua e la' nelle stanze del primo piano, Hassan si e' messo a pensare a cosa fare. Forse dovrebbe andare a cercare la cinese e scusarsi, cosi' tanto per evitare di fare brutti incontri. Allo stesso tempo potrebbe non essere una grande idea. Che ne sa lui di che contatti ha il tizio vestito elegante che lo stava braccando un paio di giorni fa? In ogni caso sarebbe uscito stasera e ha ancora tutto il giorno per pensarci, prima di farsi un giro, cercare un supermercatino cinese o indiano aperto anche di notte per prendersi qualcosa da mangiare e da bere. Dopo tre ore Hassan si arrende. Non riesce a capire che cazzo ci sia scritto in quei fogli che si porta sempre appresso, nascosti sotto la maglietta. Li ha guardati e riguardati per tre ore senza venire a capo di nulla. Hassan non e' un cretino, magari non ha studiato molto nella sua vita, ma se e' sopravvissuto finora lo deve sicuramente piu' al proprio cervello che non ai muscoli o ad altro. Che i fogli siano scritti con un qualche tipo di codice lo aveva capito gia' quella notte in via dei Fiori Oscuri. Il problema e' che non riesce minimamente a capire che tipo di codice usi e ha la sensazione che ci vorrebbe qualcosa di piu' del proprio cervello e della sua memoria per decifrarlo... Forse un computer, o almeno dei fogli e una penna... In ogni caso un minimo di dimestichezza con codici e matematica pensa che sia necessaria per capirci qualcosa. Dopo tre ore quindi Hassan decide che da solo non ci capira' una mazza. D'altronde non e' neanche necessario che lui sappia cosa c'e' dentro. Pero' un po' il dubbio lo rode, e quindi decide che l'unica cosa che puo' fare e' cercare di capire chi c'e' dietro al tizio che gli ha rifilato i fogli o anche dietro al tizio elegante che lo seguiva, o a chiunque altro stia ronzando intorno a quello che era un libro antico e che e' diventato un semplice ammasso di segni su carta di pessima qualita'. Mentre pensa a tutto questo sente una parte del suo cervello che lo incita nuovamente a evitare di infilarsi in ulteriori stronzate, ma Hassan sa che quella parte del suo cervello raramente riesce a gridare abbastanza forte. Per il resto del pomeriggio Hassan cerca di ipotizzare come recuperare maggiori informazioni sul tizio elegante e sul tizio di via Fiori Oscuri. Quando il cielo grigio cede il passo al cielo nero e senza stelle delle notti di inizio autunno nella metropoli, Hassan decide che e' arrivato il momento di uscire di nuovo dall'area dismessa che lo sta gentilmente ospitando in via paolo sarpi angolo via lomazzo. Si porta al pian terreno, raggiunge una porta in legno secondaria che da accesso solo a una parte dello stabile e apre con circospezione l'uscio. Guarda se passa qualcuno ed esce con nonchalance, lasciando la porta accostata con un po' di terra sull'ingresso (tanto per capire se qualcun altro entra nella sua reggia oppure no). Si butta rapidamente su via Paolo Sarpi nel via vai non troppo gremito della prima sera, camminando rapidamente verso piazza Baiamonti per poi dirigersi verso la zona nord-est della citta' a caccia di indizi. Non un'idea geniale, ma poco lontano dall'unica cosa che gli sembra possa dare un minimo di senso a quello che sta facendo. In piazza Baiamonti sono ormai decine di metri che ha una sensazione strana, come se qualcosa non quadrasse, si sente a disagio, ma non riesce a capire esattamente perche'. Fino a che non alza lo sguardo dai suoi pensieri alla fermata del 4: di fianco a lui, in piedi, che lo fissa con due occhi scuri che lo trapassano da parte a parte con la massima crudelta' di cui sono capaci, c'e' la ragazza del vicolo dell'altra sera. E' vestita da uomo e se non sapesse che sotto quei vestiti si celano due seni piccoli e chiari che riflettevano la luce della luna la sera prima, non avrebbe modo di distinguerlo da cento altri fattorini cinesi che lavorano giorno e notte nei dintorni della china town milanese. Allo sguardo interrogativo di Hassan risponde il sibilo di Li. - Non ti azzardare a dire una parola. Hassan ha la sensazione che l'abbia sentita solo lui. - Ho visto dove abiti e a giudicare da quanta cautela ci metti ad uscire, non mi pare tu sia esattamente entusiasta che qualcuno a parte te lo sappia. Adesso datti una mossa, torniamo al tuo buco che ti devo spiegare due cose su questo quartiere. Li ha chiesto una sera libera alla Signora. Suo marito quasi non ci credeva, considerato che Li non aveva mai chiesto un giorno di ferie in tutto il tempo che aveva lavorato al Ju Bin, ma appena la Signora glielo ha chiesto, sulla sua faccia si e' dipinto un sorriso malizioso, che voleva essere un gesto d'intesa tutto maschile, banale e idiota come solo un sorriso d'intesa maschile puo' essere. In particolare questa volta. Li aveva fatto buon viso a cattivo gioco, ricambiando il sorriso in maniera maldestra e guadagnandosi la sera libera. Tutto questo per andare a prendere un cazzo di arabo. Incredibile. Hassan e' ammutolito. E soprattutto non sa che cazzo fare. Il panico inizia a stringergli lo stomaco, mentre pensa all'eventualita' che la cinese sia un'agente del tipo che gli ha dato i fogli, o un'informatrice del tizio vestito elegante... Scappare vorrebbe dire cercare un'altra sistemazione. Restare e' una incognita abbastanza pericolosa, ma dopotutto se avesse voluto venderselo avrebbe probabilmente portato il tizio elegante o chi altri direttamente sotto l'ex concessionaria. Decide di muoversi. Li e Hassan camminano, una coppia anomala in un quartiere non lineare. Una cinese che si finge un uomo e un ragazzino arabo saudita che custodisce la copia di un tesoro di cui non conosce il valore, ma per il quale ha gia' rischiato di rimanerci secco. Camminano lungo le vie dietro Paolo Sarpi, popolate di ristoranti cinesi, spacci per cinesi, mercatini, import-export, e soprattutto case abitate da cinesi e travestiti, occasionalmente da qualche figlio di papa', da qualche vecchietto e solo raramente da qualcuno che ha trovato nel caos della zona Sarpi un piacevole rifugio dalla monocromia milanese del lavoro-mangio-dormo-guido-lavoro-muoio. Li non parla. Concentra in silenzio il suo disprezzo, il fastidio della consapevolezza che l'uomo che ha di fianco e' l'unico ad averla vista senza i suoi travestimenti quotidiani in dieci anni. La rabbia di sapere che questo arabo non ha la minima idea di che cosa voglia dire tutto questo, di che cosa significhino quelle fascie e quegli abiti da uomo per lei. Hassan cammina concentrato sul percorso, cercando di capire se continuare a ad assecondare la cinese o darsela a gambe. L'anello allo stomaco si contrae a ogni svolta che lo porta in direzione opposta a via Lomazzo e si distende ogni volta che si svolta dalla parte opposta. Due ombre l'uno per l'altra, due assenze comparse al momento sbagliato nel luogo sbagliato, due sfumature del grigio di milano, quello degli abiti di Li, quello della confusione nella testa di Hassan. A due passi dalla meta, Li svolta bruscamente a sinistra allontanandosi da china town. Hassan la segue meccanicamente senza bisogno di sentire altre minacce dalla voce sottile e netta di Li. - Ascolta. Io so solo una cosa: tu ti devi dimenticare quello che hai visto in quel vicolo. Se anche solo una volta esce da quella tua bocca quello che hai visto, tutta Milano sapra' dove abiti. E tutta Milano sapra' che ti ci puo' trovare inerme. Ci siamo capiti? Li mette tutto il disprezzo e l'odio accumulato in questi due giorni nel tono della frase. Incanala la voce attraverso lo sterno e i suoi organi interni, il suo cuore, il suo fegato, i suoi reni, i suoi polmoni, fino a farla uscire dalla bocca dopo aver raccolto tutto cio' che e' riuscita a concentrare in queste ore. Hassan quasi scoppia a ridere. L'anello alla bocca dello stomaco esplode in una risata che gli conquista il cervello e i muscoli addominali, ma che sa di non poter liberare. - Fammi capire. Tu mi hai seguito, intercettato alla fermata, costretto a camminare fino a qui come se stessi per uccidermi, per dirmi questa cazzata? Non ci credo. Su, dimmi chi ti ha mandato almeno... Lo stupore sulla faccia di Li deve essere genuino almeno quanto il disprezzo che vi albergava fino a 30 secondi prima. A questo punto la risata di Hassan non puo' piu' essere costretta nella sua pancia e deve uscire all'aria aperta delle vie di fianco ai giardini di via Giannone, dove in un modo o nell'altro sono finiti. La risata di Hassan risuona forte nell'aria della notte milanese, forte in mezzo alle strade deserte. Molto piu' deserte del solito. Qualcosa nel cervello di Li le parla di anomalie e di pericolo, ma la sua attenzione e' sopraffatta dalla vergogna che prova di fronte alla noncuranza di questo arabo sconosciuto, alla sua risata che la umilia. Stringe le nocche fino a farsi male, mentre la pelle del suo corpo si solleva iniziando a rispondere ai segnali simpatici del suo cervello. Prima che il resto del suo corpo si adegui a questo segnale inequivocabile viene ritrascinata nel cronometro ordinario del tempo reale da un esplosione tra la sua testa e quella di Hassan, un'esplosione che scaglia decine di frammenti della parete del palazzo di fianco a loro sui loro visi e sulle loro gole, come un assaggio macabro di dove arriveranno i prossimi proiettili. ############# Anelli e Riti ############# All'autonoleggio Fernando opta per una utilitaria non troppo sfigata. Dubita di dover fare inseguimenti ad alta velocita' e una macchina di grossa cilindrata attira sempre attenzioni indesiderate. I documenti falsi sono filati lisci come l'olio e nel giro di un'ora ha recuperato tutto il necessario per fare un appostamento lungo tutta notte: una cassa di birra, acqua, qualcosa da sgranocchiare, una torcia dotata di pile, e qualche cd per l'autoradio. Ah già, una stecca di sigarette e un accendino. Verso ora di cena si piazza sulla circonvallazione, all'altezza di corso XXII marzo. Rischia di non vedere il suo uomo rientrare se questo passa da un'altra strada, ma piazzarsi di fronte alla ex Motta proprio nel punto in cui viale Corsica e' ancora molto stretto e' un rischio ancora piu' alto: Fernando sa che se si fa beccare a fare l'appostamento ha solo due soluzioni, entrambe poco piacevoli... O una sparatoria in mezzo alla strada con tutto il corredo di sbirri e attenzione, o perdere un buon 50% del vantaggio in termini di indizi che ha rispetto ad eventuali concorrenti. Fernando infatti e' convinto di non essere il solo a cui la pelle del ragazzino e' stata proposta all'asta. Pero' ha la sensazione che solo il primo che portera' il trofeo avra' la sua fetta. E quindi il fattore velocita' non e' secondario se vuole che questo lavoro porti qualche frutto. Mentre Fernando aspetta che cali la sera scura e senza stelle di Milano gli arabi che abitano negli edifici abbandonati della Motta iniziano a rientrare, ma del suo uomo neanche l'ombra. Fernando fuma quasi ininterrottamente parcheggiato nel controviale della circonvallazione. Potrebbe contare il tempo grazie ai mozziconi per terra. La gente non lo nota, pensa a un marito che aspetta la moglie o a un fidanzato o a un collega. Al massimo pensa a un balordo malavitoso del cazzo. Ma si guarda bene dal rivolgere a Fernando e alla sua utilitaria in affitto uno sguardo piu' lungo del dovuto. Il dovuto essendo circa cinque o dieci secondi. Quando sono passate le nove Fernando fa un giro con la macchina per l'isolato e si piazza nella vietta cieca sul lato della Motta. Ovviamente chi abita una ex fabbrica dismessa non entra certo dalla porta principale. Infatti proprio davanti alla sua macchina le lamiere della parete temporanea costruita per fingere chissa' quale imminente lavoro di ristrutturazione o di contenimento del disfacimento dell'area sono divelte e consentono di entrate a qualsiasi cosa che abbia una dimensione minore di un camion. Mentre si piazza passa la mano sulla torcia a tubo di metallo. Sa che prima o poi stasera qualcuno gli caghera' il cazzo. E' anche giusto, dal punto di vista di uno spacciatore marocchino infastidirsi di un tipo sconosciuto fermo in una macchina di fronte a casa tua. Pero' lui non e' uno spaccia e non gli interessano neanche. Ma l'unico modo per convincere di questo gli spaccia in questione sara' spaccare qualche faccia. Alla fine della fiera un po' di allenamento non guasta, pensa Fernando. Ci mettono anche molto piu' di quanto Fernando si aspettasse. E' un'ora che aspetta di vedere passare il ragazzino, sigaretta dopo sigaretta, arabo dopo arabo che si infila tra le lamiere. Sono le dieci di sera, e ormai nel cielo c'e' solo la luna, che con la sua luce oscura il fioco riflesso di stelle che a Milano dalle vie lampionate della citta' sono impossibili da vedere se non con gli occhi dell'immaginazione. Nella vietta persiste un'odore di piscio che a Fernando e' sempre sembrata una caratteristica cruciale delle vie chiuse di Milano. Per terra le foglie cadute di qualche anno fa e i giornali buttati per terra da chi viene a consumare una qualche prestazione sessuale in estrema fretta si sono macerate a vicenda costruendo un fondo scivoloso e nero come se la strada stessa fosse marcita, assorbendo la merda che la metropoli alle volte riesce a generare. Quando Fernando vede avvicinarsi i quattro arabi stringe la torcia e scende dal lato dell'autista che da verso di loro. - Ehi amico, cerchi qualcosa? Amico di chi scusa? Pensa Fernando mentre rifila una torciata in faccia al tizio che ha parlato. Il rumore della sua mandibola non e' particolarmente promettente, ma voglio dire, il sicario non e' mica un mestiere per signorine. Degli altri tre due si volatilizzano all'istante, mentre il socio del tizio tira fuori il coltello allungando due passi verso Fernando che pero' e' ben coperto dal lato dove si trova il poveraccio. Fernando decide di calcare un po' la mano e anziche' scostarsi lasciando andare dritto per terra il secondo arabo, gli corre incontro, impattando con una testata sul setto nasale con precisione chirurgica. Il rumore della lama che cade per terra e' un ottimo segnale. - Dovresti pensarci prima di chiamare qualcuno amico. Sai come si dice da noi: "Dagli amici mi difenda Dio, che ai nemici ci penso io". Dai grugniti del tipo con una mandibola in meno Fernando deduce che non ha gradito la battuta. Nella sua esperienza gli arabi sono decisamente sprovvisti di humour. A Fernando piacerebbe perdersi in questi ragionamenti se non sapesse che tra pochi minuti arriveranno tutti gli amichetti conigli di questi due che cercheranno di colmare con i numeri la codardia. E probabilmente con un paio di pezzi. - Non me ne frega un cazzo di voi due. Ho solo bisogno di sapere dove poter trovare un ragazzino che vive in questo posto di merda. E' arabo, forse nordafricano, giovane. E' passato di qui sicuramente oggi pomeriggio. Facciamo che evito di spezzarvi altre ossa se mi dite in fretta se e' qui e se non e' qui dove lo posso trovare. - She shazzo vuoi zibi di merda! - Condita da qualche insulto in arabo che Fernando non riesce a decifrare. Decide di rincarare la dose su Mr Mandibola, dato che cmq non potrebbe dirgli niente. Guardando fisso negli occhi il secondo arabo con il naso rotto si avvicina all'altro tizio che cerca di scappare nonostante il dolore che lo ha schiacciato a terra negli ultimi due minuti. Usando solo la sinistra Fernando prende il braccio del tipo e glielo gira dietro la schiena producendo un sonoro suono secco. Poi usando il braccio dietro la schiena come una specie di bracciolo scaglia il tipo contro la lamiera mettendolo a dormire per almeno qualche giorno. Si volta verso Mr Naso Rotto e sorride cordiale. - E' pashao oggi shi... Ma she andato... zib di merda... ed e' meglio che non torna dopo questo... lo ammazzo come un cane. Qui non c'e' piu' niente di shuo... Sara' almeno tre giorni che non dorme qui... Fernando vorrebbe dilungarsi sul concetto di codardia e prepotenza. Ma pensa che la situazione non presenti i requisiti minimi per consentire una discussione dotta. Sente gli occhi di tutta l'area dismessa puntati su di lui. E sente allo stesso tempo il suo cervello che gli urla idiota cercando di usare dei fonemi di carattere cubitale. Il tipo deve averlo visto anche se lui non si e' reso conto di come sia potuto succedere. Per la rabbia ucciderebbe il tipo seduta stante, ma si ritiene un professionista e quindi evita spargimenti di sangue inutili. Almeno oltre un certo livello. Fernando si gira e si infila in macchina. Controlla nello specchietto retrovisore se la giacca , la camicia e i pantaloni si sono macchiati ma nota che al massimo hanno un alone di sudore che verra' spazzato via dalla prossima lavatrice. Accende il motore ed esce su viale Corsica, deciso a girare la circonvallazione per fare fluire le idee e cercare di cogliere le siuazioni che si creano lungo le strade ad alto traffico notturno di milano. Un rito metropolitano come un altro in una citta' di anelli, spicchi e raggi: c'e' chi preferisce la sbrigativa circonvallazoine interna, chi la tradizionale circonvallazione e chi si concentra sui propri pensieri vagando per la tangenziale fino a che il sonno non lo riporta a casa sufficientemente esausto o concentrato. Lo ha perso. Non ci puo' credere maledizione. Si e' fatto fottere come un pivello. E il peggio e' che adesso ha ben pochi indizi da cui ricominciare la ricerca. Se i tipi avessero saputo dove trovarlo glielo avrebbero detto. Sperare che un ragazzino cosi' abbia un amico coetaneo o quasi a cui racconta dove cazzo e' sarebbe sperare un po' troppo dal caso, con il numero di persone che vanno e vengono nelle comunita' di immigrati in giro per la metropoli monocroma. Merda. Mette la prima e inizia a scorrere viale Molise, piazzale Cuoco, viale Puglie, piazza Bologna. prima seconda terza. I pensieri corrono a cercare un modo per riagganciarsi al ragazzino arabo. Senza neanche avere la certezza di trovare qualcosa addosso a lui. Forse la pista che sta seguendo e' tutta sbagliata. Forse dovrebbe ricominciare dall'indirizzo che gli ha dato Mr Rossi e Grassi. Il settore sud della circonvallazione finisce immettendosi in viale Misurata. prima seconda terza quarta. L'aria fresca di Milano di notte sembra quasi non appartenerle, essere importata nottetempo da un qualche altro luogo ancora dotato di caratteristiche non urbane e non artificiali. Ripassa i pensieri, Fernando, cercando di filtrarli dalla rabbia e dalla frustrazione di essere stato cosi' vicino a chiudere la partita in fretta e di essere adesso costretto a rimettere in gioco un match molto piu' lungo e complicato. Sul cavalcavia di Monteceneri si leva la soddisfazione di farsi fotografare dalle novelle telecamere del traffico per l'eccesso di velocita' che hanno affossato l'unico tratto di respiro sulla circonvallazione soprattutto nelle ore di punta. I settanta all'ora possono pure ficcarseli in culo, pensa Fernando mentre fa il cavalcavia ai tradizionali cento all'ora. Se fosse piu' giovane e stupido avrebbe fatto il cavalcavia sparando in aria per la sbornia di adrenalina, rischiando di farsi sparare addosso da qualche sbirro in vena di eroismi dal grilletto facile. Parcheggia di fronte al Totem, storico pub di metallari e rovinati di varia natura in zona Loreto, poco lontano da dove sta dormendo... Un luogo che chiamare casa sarebbe eccessivo, oltre che scorretto per quanto concerne le abitudini di Fernando. La rabbia e' sbollita per lasciare il passo solo alla tensione di non sapere domani da dove ricominciare la caccia. ############ 12. Rallenty ############ Li si tuffa a terra giusto in tempo per sentire lo spostamento d'aria del proiettile che le passa a mezzo millimetro dal cuoio capelluto. Istintivamente prende l'arabo per la maglietta e lo trascina giu' sotto il livello del basalto che delimita l'aiuola dei giardini di via Giannone. Un altro colpo dove era stata la testa dell'arabo poco prima e poi un silenzio di tomba. Il silenzio della notte di Milano lontano dalle strade principali, la luce soffusa dei suoi lampioni che non sembrano illuminare direttamente nessun particolare eppure permettere alle persone che camminano di vedere dove stanno mettendo i loro piedi, il cemento dei palazzi che circondano morbosamente i pochi ciuffi di erba e fiori dei parchetti... La notte milanese sembra aver gia' assorbito l'evento nella sua omeostasi sensoria. Intorno a loro regna un silenzio innaturale, che prima non avevano notato, che prima gli era sembrano il sottofondo giusto per scazzare e adesso sembra il sottofondo sbagliato per quello che sta succedendo.Un secondo prima erano in piedi a digrignare i denti e adesso sono schiacciati sotto il livello del mare/aiuola, il ritmo frenetico delle loro sinapsi invisibile dietro i volti ancora induriti dallo scontro verbale di un'epoca fa. Hassan trasforma la risata in una serrata dura delle labbra. Li non cambia espressione di una virgola, solo gli occhi sembrano farsi ancora piu' scuri. Hassan ha come l'impressione che lo riterra' responsabile delle pallottole, e probabilmente la cinese non va troppo lontano dalla verita'. Il secondo successivo e' passato e ancora non hanno deciso cosa fare. Sono gia' in ritardo sul tizio che sta sparando. Hassan non conosce la zona. Li sa che l'arabo non ha idea di che cazzo fare. Ripassa la zona rapida. Il sicario ha sparato da via Giannone per cui non possono andare da quella parte. Il centro e' al di la' dell'aiuola, un continente troppo distante per sperare di schivare altre pallottole. L'unica possibilita' tornare verso china town. Strisciando come dei serpenti. Li si gira e inizia a muoversi lentamente sotto il pelo del basalto verso via Niccolini, l'arabo la segue senza fare domande. Li sa che ci sara' un pezzo di strada da fare allo scoperto, l'incrocio tra le tre vie che portano da china town a questo cazzo di parchetto. Ogni secondo aumenta il ritardo che hanno sulle mosse del sicario. Ogni centimetro di asfalto li avvicina al salto mortale. L'adrenalina frena il tremito e la paura, azzera il dubbio. Li si guarda intorno alla ricerca di un indumento. Guarda l'arabo e gli afferra la maglietta tirandola verso di se'. Hassan cerca di divinscolarsi. Imbecille. Uno sparo sfiora la schiena di Hassan che per impedire a Li di prendere la t-shirt e' salito sopra il livello del basalto. Lo sguardo di Li e' una lancia che vorrebbe trapassare l'arabo. Hassan si toglie la maglietta e gliela da, infilando i fogli in una tasca dei pantaloni sotto lo sguardo improvvisamente interrogativo della cinese. Arrivano al limite dell'aiuola. Li prende la maglia e la lancia verso la strada sperando di distrarre il sicario. La maglietta descrive un arco breve, aprendosi nell'aria calda di Milano, e rimanendo sospesa per due interminabili secondi sopra l'asfalto di via Giannone. I due secondi che servono a Li per scattare dall'aiuola verso la salvezza. Hassan capisce troppo tardi. Non ce la fara' a scattare. Il quinto proiettile della serie arriva preciso come l'arco del sole delle storie che ricorda della sua infanzia in Cina a mezzo centrimetro dal piede di Li. L'assassino li ha preceduti. Avrebbe potuto ammazzarli prima ma non lo ha fatto. Li ricostruisce la scena che i vicini avrebbero potuto vedere se avessero deciso di farsi gli affari degli altri, ma il contatto con i cinesi ha loro insegnato a guardarsi bene dall'interessarsi di cose che non li riguardano. Il tizio stava sulle impalcature a guardarli strisciare. Non era certo di poterli centrare in fronte e quindi ha deciso di aspettare Li e Hassan all'uscita. E' sceso dalle impalcatura della casa di via Giannone e si e' piazzato all'angolo aspettando che Li e Hassan uscissero dal loro nascondiglio inutile. Li sente la frustrazione sostituire l'adrenalina. Purtroppo non e' un film. Tutta colpa di quell'arabo di merda, lui, la sua stramaledetta presenza in quel vicolo, e qualsiasi cosa ci stesse facendo un arabo nel quartiere cinese. Hassan fa il vuoto nella mente. E' finita pensa. Non ci sono riusciti quegli infedeli con i quali ha vissuto in questi mesi e anni a Milano. C'e' riuscito da solo a rimetterci le penne. Imbecille. Imbecille che non sei altro. I secondi sembrano non finire mai, sembrano essere stille da gustare una a una prima che sia l'ultima. Come quando trovi una pozzanghera al posto di un oasi nel deserto e sai che l'ultima goccia di quella pozzanghera allunghera' la tua vita solo di qualche miserabile istante. Li e Hassan sono seduti contro la saracinesca del bar all'angolo dei giardini di via Giannone. Le finestre dei palazzi intorno ostinatamente chiuse e spente. Il silenzio della notte milanese che torna a inghiottirli dopo ogni sparo dopo ogni movimento, amplificando i rumori dei loro corpi, il battito dei loro cuori, il ritmo innaturalmente calmo del loro respiro, fino al rumore impercettibile dei loro peli che si fanno rigidi e dritti nei bulbi, come per una scarica elettrica che investe il loro organismo. Li vede il tizio vestito completamente di nero, la carnagione di una tonalita' molto piu' scura di quella dell'arabo che l'ha trascinata in questa situazione di merda. Il completo del tizio e' semplice ma funzionale. Punta due pistole dritto in faccia a loro. E sorride. Il bastardo sorride. Li ripassa tutti i suoi piani, tutto quello che avrebbe ancora voluto fare, costruirsi il suo sogno anche qui in Italia, partecipare al sogno della Grande Cina a modo suo, il parco, gli esecizi, la fatica, tutto inutile. Sara' qualcun altra a farlo al posto suo. Forse. Si prepara facendo il vuoto nella mente e cercando una qualsiasi via d'uscita con una qualche possibilita' di riuscita. Il puntino pieno della sua mente vuota le dice che non ce ne sono. Hassan sente qualcosa muoversi nel suo corpo, qualcosa che non aveva pensato si muovesse. Sente i suoi muscoli farsi rilassati e tremare, sente il viso farsi caldo e il sangue scorrere in tutto il corpo, negli arti, nelle mani, nei piedi, nel collo, sulla schiena. Sente il sangue che pulsa nelle vene. Guarda il suo assassino, un mediorientale, non un nordafricano del cazzo, un mediorientale che lo guarda fisso negli occhi. Non guarda la cinese, guarda lui. Il completo in cotone scuro che lo avvolge non e' di nessuna protezione. E' solo la tenuta piu' comoda per muoversi in fretta in ogni temperatura, per nascondere nelle falde tutto cio' che non e' necessario mostrare. Eppure le strisce di cotone che lo coprono lasciano intravedere il suo corpo, i fasci dei muscoli, il collo liscio e scuro, il viso regolare dalle labbra carnose, gli occhi scuri e i capelli ricci e neri. Hassan non capisce bene che cosa succede, e forse ne e' piu' spaventato ancora che delle esplosioni, delle pistole, degli attimi che lo stanno separando dalla morte. Sente la bocca dello stomaco che si stringe, i fasci di nervi non controllabili del plesso solare che segnalano al suo cervello e alla sua anima che qualcosa sta mettendosi in moto. Il suo cervello non riesce a pensare a come fuggire ma solo a come prolungare ancora piu' a lungo lo sguardo di questo sconosciuto su di lui. Il calore gli invade il corpo, le ascelle, il cazzo, la zona che unisce le sue palle al buco del culo, il viso. Guarda dritto in faccia l'assassino, gli occhi negli occhi, lo sguardo che lo penetra lentamente. E' bellissimo e finale. Hassan non sa distinguere il terrore da quello che sta provando. E' perso. L'aria tra Hassan e il suo assassino e' un fuso eterno che viene percorso a frazioni infinitesimali, ogni molecola di respiro che ne disegna un pezzo di arco ne definisce una porzione di senso. Hassan gode di un questo istante eterno. Li non sa quanto stanno durando i secondi. Il tempo non e' il tempo di sempre. Il tempo e' ancora piu' lento di come lei e tutta la sua civilta' percepiscono la storia, le ere. Minuti o secoli senza distinzione, unita' di tempo che segnalano la scansione del Grande Disegno, non unita' di tempo che scandiscono frazioni sempre uguali a se' stesse. Dietro l'assassino c'e' qualcosa. Un'ombra che non riesce a distinguere. L'assassino crolla a terra e al suo posto c'e' un uomo fatto di notte, un africano d'ebano alto due metri. Che ride. Ride di una risata limpida e ampia come la savana. Ride di loro e dell'assassino. Ride di se' stesso. Guarda una cinese e un arabo sdraiati a terra che si cagano addosso e ride. Ma da dove cazzo e' spuntato questo? Non e' tempo per le domande. E' tempo per muoversi. E' tornato il tempo normale dei minuti e delle ore. E' finito per ora quello dei secondi e degli istanti. - Direi che non e' piu' aria da queste parti, fra'! Che ne dite se ci muoviamo? La voce del nero e' grave e piena. Cura il terrore che ha preso il posto dell'adrenalina, la spossatezza che sostituisce la tensione, il vuoto che era pieno di passione fino a poco prima, la fine che e' tornata ad essere durata. Hassan e Li si alzano meccanicamente e si fermano un secondo in piedi per ristabilire l'equilibrio e la solidita' delle proprie gambe. - Beh se volete aspettare che si svegli fate pure, fra', pero' io me ne andrei. Vi offro qualcosa di caldo da me. Li si chiede chi cazzo sia questo pazzo che li ha appena salvati ma non le sembra il momento di fare domande. E il silenzio e' una virtu' che il suo popolo ha imparato millenni addietro. Hassan e' troppo confuso per opporre resistenza. I tre si muovono senza parlare lungo via Giannone. Il nero sorride. Li dilata le pupille mentre ossigena il cervello, adattandosi agli eventi che sa cambieranno parecchie cose per lei. Hassan cerca di capire che cosa ha provato negli ultimi istanti di una delle ennesime vite precedenti. ###################### 13. Tremori nelle Ossa ###################### Isabella non ha dubbi, camminando per le lerce strade della citta' del metropolita, navigando la miseria che ne ingombra i marciapiedi all'ombra dei bastioni completati da poco piu' di una generazione da gente che non parla la sua lingua, ne' quella dei suoi genitori, ne' dei genitori dei loro genitori. Stranieri. Francesi e poi spagnoli. Signori loro come gli italiani di ventura che li hanno preceduti. Sua nonna che le raccontava quello che c'era da sapere e che lei aveva saputo dalla propria nonna e cosi' via. Generazioni su generazioni per via materna, attravero le parole spese intorno al fuoco mentre si cucina. Al centro di tutto questo due vermi per una sola mela macilenta, grande e purulenta, alla merce di ratti senza acume ne' visione. Il Papa e l'Imperatore. Secoli e secoli di miserie rimbalzando tra le grazie e le corti di due vermi. Due vermi ingrossati dai secoli di vizi e di potere e merda trangugiata. Per secoli di donna in donna si sono tramandate cio' che era necessario sapere, come curare cio' che si poteva curare, come salvare cio' che era innocente di fronte ai sessi vogliosi e orrendi di prelati e nobili, come togliere la vita e come darla. Nessun demonio costruito ad arte dai poteri che governano il mondo le ha donato questo potere, nessuna bestia immonda sul cammino glorioso di Iddio l'ha struprata infondendole quello che sa, ma sua madre e sua nonna, e le loro madri e nonne prima di questo tempo. E' arte e saggezza, non sortilegio e inganno. Isabella non ha dubbi. Il mondo sta subendo un grave sortilegio. Il Papa e i Cattolici (ormai non piu' i soli Cristiani dopo le tesi del monaco tedesco) vogliono dimostrare che le loro parole cambiano il tempo, storpiano il trascorrere delle stagioni, vogliono sapere di essere piu' potenti di Dio. E la natura fara' loro pagare questo scotto, gli spiriti e i defunti esigeranno un tributo. I giorni tra il 4 e il 15 ottobre dell'anno 1582 dal giorno in cui e' nato Gesu' Cristo sono stati fatti scomparire. Con una parola, una firma, uno schiocco delle dita di un Prelato a Roma, l'arroganza di conoscere gli astri, il sole, la luna, le maree, il sangue meglio di Dio stesso e della Natura. Isabella sa che vi sara' un tributo di sangue da pagare. Che vi saranno molte donne e molti uomini da uccidere per giustificare quello che accadra', per compensare la reazione degli elementi a questa forzatura dello Spirito dell'Uomo sul Mondo. E' terrorizzata e si prepara. Lei o le sue sorelle poco importa. Qualcuno paghera' in vece del Papato e della sua arroganza. Il futuro beato Carlo Borromeo, bigotto vendicativo, maiale che si crogiola nel sangue delle vergini quando non riesce a condannarle a morte certa, e' gia' in viaggio per le valli lombarde, alla ricerca dell'adeguato oggetto di sacrificio. Quando i Cristiani fanno riti pagani, allora il Mondo non e' cosi' lontano dalla fine. Isabella cammina veloce per le strade ai piedi dei bastioni, appena sotto le mura costruite dagli spagnoli, verso il Castello, verso fonti di informazioni preziose, per capire cosa succedera' e per preparare se' stessa e le proprie sorelle e i propri fratelli a sottrarsi al rito pagano del Papato. E cosi' e'. Carlo Borromeo prima di morire e' riuscito a dare il via al rito, passando poi la mano a un suo parente sufficientemente distante da non destare sospetti, ma il cui sangue i demoni e gli spiriti riconoscono come contiguo al suo. E' gia' Santo. Se solo sapessero i suoi fedeli a cosa li sta costringendo per il semplice asservimento al Potere. Undici roghi in cui sono arse vive undici sorelle prelevate dalle loro case e dai loro figli nelle montagne, accusate di salvare dai malanni e di guarire dagli acciacchi. I loro stessi compaesani atterriti dall'orrore che il potere della Chiesa esercita, dai lanzichenecchi senza Dio agitati dal Pontefice, dai carnefici spagnoli con le picche e le balestre, che hanno gia' ucciso molte volte le loro famiglie mentre cercavano di conquistare Milano la Grande. Dieci roghi uno per ogni giorno sottratto agli anni che conoscevamo fino ad ora. Uno in piu' per chiudere il cerchio e iniziare un nuovo calendario. Un rito semplice, pagano, diabolico, violento, che resuscita le radici dei riti che i cristiani hanno condiviso con altre religioni prima di essi e probabilmente dopo di essi. Isabella ha voluto vedere. E' corsa dalla citta' fino alle pendici delle Alpi per vedere i roghi, per vedere la carne sciogliersi, i capelli colare, gli occhi e i seni esplodere, le urla spegnersi insieme alla gola di chi urlava. Ha voluto sentire l'odore dolciastro della carne umana bruciata in nome del Signore. Ha imparato cos'e' l'orrore. Ha conosciuto il Male dal quale difendersi. Le esecuzioni continuano negli anni, nonostante gli sforzi di Isabella. Le decine di anni si contano sulle dita di una mano di Isabella, ma la sua carne e' ancora pallida e tiepida, intoccabile dalle brutture di una citta' in cui ogni dieci anni c'e' peste, e ratti, e carestia, e guerre, e incendi, eserciti che cercano di ammazzare, saccheggiare, distruggere. I suoi lineamenti ancora indistinti e nobili. Ma Isabella non e' nobile. E' una strega. E non le servono i demoni e gli spiriti come dice la famiglia Borromeo per restare viva. Le servono le erbe e quello che ha imparato da bambina vicino al focolare contadino. Marta e' stata arsa in Ponte Vetero, guardava la facciata ancora inesistente del Duomo con i suoi occhi chiari e dolci mentre bruciava. Dall'altro lato del rogo, Isabella guarda la faccia trasfiguarata dall'odio e dalla soddisfazione del vescovo metropolita. Il rito ha ricominciato una seconda ruota di sacrifici. Poi e' stata la volta della Fabene e della Montina, che hanno inaugurato quel lugubre luogo di sterminio che sara' per un secolo ancora la Vetra, mentre da dietro le vetrate della cattedrale di San Lorenzo, il vescovo Federico, osserva compiaciuto il rito pagano della Cristianita' offesa e tradita dai suoi stessi preti e dalle sue stesse idee. Due. Tre. Quattro. Doralice. Cinque. Antonia. Per i cattolicissimi spagnoli l'orgia di sangue non e' abbastanza rapida. Isabella freme nel leggere la lettera che il governatore Velasco invia ai regnanti della Spagna. Ma sa che il sangue di quell'essere abietto non servirebbe a nulla. Isabella invecchia e insegna, tramanda, spiega, cresce, nutre conoscenze che il vescovato vorrebbe sterminate, che Velasco vorrebbe cancellate, resistenze magiche al dominio della cristianita', alla perfetta incarnazione di tutti i peccati che vorrebbe rifuggire nelle proprie scritture. La sesta. La meta' della seconda ruota del rito e' la persona piu' cara per Isabella. L'odio e la violenza che scuotono il suo corpo ormai vecchio quasi sei decenni sono difficilmente controllabili. Il veleno scende a fiotti dal cielo. La pioggia dopo il rogo di Caterina e' acida come se fosse latte di un demonio o lacrime di un angelo. Sono le lacrime di Isabella. E non impreca contro la Natura, contro il Tempo. Impreca contro gli uomini. Impreca contro i preti e i vescovi. Impreca contro Dio. Giacomo, Angela, Maria. Sette, Otto, Nove. Ormai manca poco. Ancora lacrime e odore dolciastro e dolore. Inevitabile. Sordo negli anni. La mente di Isabella sempre piu' determinata, sempre piu' maniacale. L'anno 1641 e' l'anno dell'ultima esecuzione. Dieci, undici. Anna Maria e Margherita. L'ultimo sacrificio. Il secondo ciclo e' chiuso. Il Papato puo' andare felice. Penseranno le streghe alpine a chiudere i conti con il tempo e la natura e con gli uomini. E' tempo di riemergere. Ma il metropolita e la sete di morte non si esauriscono. Non gli sono bastati sessanta mila morti, meta' degli abitanti di milano, una punizione per la cristianita' marcia che ha dovuto pagare la citta'. I ratti quelli si' demoni, non il Mora, non le streghe, non i popolani. I notabili, i capitani, i preti, chiusi nelle loro auree proprieta', mentre il popolo paga il loro debito con il Mondo. Ma ancora non basta. E l'inquisizione incanala oro e fede dalla Spagna a Milano. Isabella decide di pagare il tributo ultimo. Il primo tremito nelle sue ossa arriva molto prima di quello nella terra. Le facce sconvolte dei signori e del popolo, uguale alla fine davanti alla paura della morte. Una sola figura e' calma, e osserva il campanile di Santo Stefano abbattersi al suolo sbriciolando le ossa della cimitero li' a fianco, annichilendo il potere di generazioni e generazioni di monaci, creando una breccia per poter reinnestare il potere delle streghe, del popolo e del Mondo nella metropoli. E' la giusta punizione per i Borromeo. Il terremoto segue la chiusura del loro rito durato sessanta lunghi anni. Inutili e violenti e ignoranti. Inerti al tocco del Mondo e della terra. Isabella cammina per le strade di Milano. Dopo un secolo e' cambiata. E' cambiata Isabella, e' cambiata la citta'. Non e' cambiato il Potere della Chiesa. Non sono cambiati il Papa e l'Imperatore. E Isabella sa che vi sono ancora molti secoli di sofferenza per il popolo di sua madre e di sua nonna e dei loro genitori, e dei genitori dei loro genitori. E' tempo per le streghe di chiudere il cerchio. E non saranno meno crudeli. Isabella costruisce il suo ordito da un secolo. Ha scelto il discendente naturale di San Carlo con oculata ostinazione. Lo ha nutrito, lo ha istruito, lo ha adottato. E ora lo manda sul rogo. Ma non nell'infame vetra. Il fuoco della sua carne si vedra' sino dal Duomo. Lo vedra' il popolo, lo vedranno i signori. Lo vedra' anche il Borromeo. I preti conosceranno cosa significa vedere la gioia sul viso del popolo che brucia un tuo fratello. Carlo Maurizio Anna, figlio diretto di una delle amanti di San Carlo, muore strangolato e arso vivo da sconosciuti in piazza Santo Stefano. Isabella dopo un secolo sorride sentendo l'odore della carne bruciata del discendente di un antico nemico del Mondo. Isabella aspetta la notte. La piu' sublime notte da cento anni a questa parte. Si aggira per le vie intorno al Duomo e alla sua Fabbrica che da tre cento anni aspetta di chiudere i battenti, percorre i bastioni e le fortificazioni a stella del Castello abitato dagli Spagnoli, ancora non per molto. Corre lungo le basiliche care al popolo, lungo le strade che conoscono la fatica della gente e l'indifferenza dei signori e il potere delle streghe. Sente fluire di nuovo finalmente il tempo nel mondo. E sa che e' ormai arrivata all'epilogo della sua vita. Una guardia avrebbe visto solo una scena disgustosa di miseria. Isabella vive una scena di gloria. Rovista nei resti del rogo e raccoglie le ossa del martire. Senza che nessuno la osservi piu' di tanto, una vecchia curva di cent'anni, mischia le ossa dell'empio alle ossa della cristianita'. E si allontana mormorando preghiere agli spiriti del mondo che la circondano e che popolano i suoi giorni e le sue notti. Un altro rito e' concluso. E Isabella sa che durera' molto di piu' del potere della Cristianita'. Come la citta' metropolita e il suo popolo. Milano la Grande, Milano la Possente, Milano la capitale dell'Impero, della Cristianita' e delle Streghe. ############################################## 14. L'Inizio di un Sentiero e' sempre un Bivio ############################################## In un baleno sono in piazza Baiamonti e da li' via Pasubio. Le case basse di fianco al vivaio di fiori nel centro di milano, la notte silenziosa, le finestre buie che li osservano dalle loro cornici anni 30. Il nero e' alto e magro, dinoccolato quanto basta per avere stile e per non sembrare una giraffa ubriaca. La giacca e i pantaloni eleganti grigi e ben stirati, la camicia bianco avorio e un cappello di paglia bianca che lo fa sembrare uscito da un film dei gangster degli anni 20 a Chicago. I denti bianchi interrompono la tinta unica e nera del viso in frequenti sorrisi e risate. Hassan e Li sono sporchi e sudati. E tremano un po', anche se lo nascondono per darsi un tono vissuto. Non sanno che tutti quelli che ci hanno quasi rimesso le penne tremano. - Bene fratellino e sorellina, adesso ci mettiamo in bella vista in direzione dei giardini. Quartiere africano. Cosi' se vi cercano, vi cercano li'. Poi torniamo da me. Sempre clima africano ma sara' difficile trovarvi stanotte. Sempre che il tuo nuovo amore, fra', abbia ancora voglia di cercarti. Li pensa che la sua vita sta andando in pezzi. Dieci anni di stenti per trovare un cazzo di arabo che manda tutto in pezzi piombandole addosso in un vicolo mentre stringe le bende. Che male le bende. Ci pensa. Se le levera'. Meglio telefonare al signor Wang e alla Signora domani, meglio inventarsi una scusa per non andare al lavoro e girare sotto la sua vera identita'. Almeno la sua identita' di cameriere scafato del quartiere cinese sara' solo sospesa nel tempo. Sara' di nuovo Li la ragazza cinese per qualche giorno. Il tempo di capire come cazzo tirarsi fuori da questo casino. Mentre cammina respira seguendo gli esercizi che di solito fa la mattina, rilassa i muscoli e li distende, lascia che le gambe scarichino la tensione sull'asfalto e si guarda intorno per capire dove stanno andando. Non parla. Non serve parlare. Hassan arrossisce pensando alla frase del negro, al mediorientale che quasi lo ammazza dieci minuti prima, pensando a quello che ha provato, pensando al Profeta. Non sa che cazzo gli stia capitando. Tre giorni e la sua esistenza e' cambiata completamente e non sa che cosa succedera'. Sa solo che a questo punto quello che ha infilato tra i pantaloni e la pancia e' qualcosa di parecchio piu' importante di quello che pensava. Non sa perche' ce lo ha lui e perche' il tizio in via dei Fiori Oscuri glielo ha dato, non capisce perche' e' stato infilato in questa storia e come uscirne. Se ha senso uscirne. Il nero cammina davanti agli altri, guidandoli attraverso piazza Repubblica. Sembra infinita quando sei braccato, sembra esposta, come se da ogni singolo palazzo possano tirarti, possano vederti e siano li' appostati. Palazzi di dieci diverse forme, dai mattoni rossi, ai fregi giallognoli, alle colonne littorie di via Vittor Pisani. Infiniti posti da cui potrebbe arrivare qualsiasi cosa. Camminano in fila indiana velocemente, saltando sopra i binari del tram dello snodo piu' stupido di milano, in cui l'undici, il ventinove, il nove, il trenta, l'uno si incastrano regolarmente, permettendo ai tramvieri di scendere, armeggiare con gli scambi, chiaccherare, trasformare piazza Repubblica in un agevole salotto del dopolavoro ferroviario, guardando da un lato il viale d'accesso alla fascistissima ma stupenda stazione centrale, dall'altro il pave' che si incunea verso il centro della citta', dall'altro alberi che delimitano i bastioni un tempo ingombri dei mattoni rossi delle mura costruite dagli Spagnoli. Salgono il cavalcavia di via Vittorio Veneto, baracchini e benzinai che coprono giri mai troppo chiari e sempre sufficientemente defilati da correre paralleli agli sbirri che negli ultimi anni infestano i giardini. Attraversano aspettando che il flusso di macchine a novanta all'ora si consenta una pausa dedicata ai pedoni e si buttano dentro i giardini. Di notte sembra un bosco: le piante e i laghetti artificiali e i prati si imbruniscono e lasciano spazio solo al riflesso della luna quando c'e' e ai lampioni bianchi che rivestono il verde di una luce spettrale e fredda, completamente opposta alla luce arancione un po' putrescente che invade le strade della zona di porta venezia nelle ore dal tramonto all'alba. Mentre camminano lungo i vialetti cosparsi di ghiaia il nero ricomincia a parlare, la sua figura scura sul bianco del terreno come una specie di chiaroscuro a carboncino. - Beh, fra', che cosa vogliamo fare adesso? Li in silenzio. Hassan: - Che cosa vogliamo fare cosa? Negro, guarda che non sei mica stato invitato. - Mi chiamo Ngemi, fra', e anche solo perche' ti ho appena salvato il culo potresti anche portare un minimo di rispetto. E comunque se il destino mi ha fatto capitare li' in quel parchetto significa che abbiamo della strada da fare insieme. - Cazzate. In ogni caso, non ho idea di cosa fare. - Beh comincia a dirmi perche' stavano cercando di accopparvi, in pieno quartiere cinese, tu e la sorellina qua di fianco. Li reprime un moto di insofferenza verso la parlata troppo sciolta di Ngemi. Il nero parla ad alta voce, trapanando il silenzio del parco, violentando il suo desiderio di solitudine. E' quasi grata al maledetto arabo quando inizia a raccontare perche' li hanno quasi uccisi. Hassan racconta lentamente a Ngemi. E anche a Li, perche' adesso che ci pensa la cinese non sa nulla di tutta la storia. Lo fa piu' per riprendere il filo dei propri pensieri che perche' desideri condividere quello che gli potrebbe portare qualche soldo in piu'. Racconta a bassa voce coperto dal fruscio degli alberi del giardino botanico e vede il viso di Li che lentamente si fa sempre piu' attento, gli occhi sempre piu' scuri, la bocca sempre piu' serrata. Ngemi ride come se gli stessero raccontando una barzelletta. Hassan racconta di via dei Fiori Oscuri, del tizio elegante che lo segue, racconta del codice che non riesce a capire che significhi, racconta del libro bruciato e del cestino, e dello smarrimento nel non capire che cazzo stava succedendo. Alla fine si rende conto che non c'e' molto da nascondere. Quando finisce Li capisce che ormai le tocchera' capire che cazzo sta succedendo. Hassan spera a questo punto che il nero e la cinese gli diano una mano. Entrambi tacciono. Ngemi rompe il silenzio mentre escono sul lato di via Manin portandosi verso il centro. Hassan e Li non hanno idea di dove il nero li stia portando e ogni tanto balena loro in testa l'idea che stia cercando di fregarli anche lui. - Interessante, fra', adesso siamo in tre in questa barca. Ah ah ah! Tanto non avevo nulla da fare in giro. Un nero, una cinese e un arabo. Che bel trio. La polizia ci andra' a nozze e ci daranno un giro di oppio. Sicuro come la morte quando un elefante ti corre incontro. Ma non e' un caso. Vedi non succede niente per caso. Il caso e le cause sono dei concetti determinati da chi vede le cose. Ti piace il gioco di parole, fra'? A te sorellina non lo chiedo neanche che mi pare che non ti piaccia chiaccherare. Pero' ascoltate un negro. Un negro venuto qui dall'Africa. Caso e causa non sono diversi. Dipende solo da come si vuole vivere il mondo. Per molti, essere in quel parchetto a quell'ora in quel momento e' un caso. Per me e' una causa. Per me e' un segno. Per me e' un sentiero: dopo ogni passo, un altro passo e un altro ancora. E' un caso che camminiamo? O e' una serie di cause? Ogni sentiero comincia con un bivio, con strade che si incrociano. Scegliere una o l'altra e' un caso? Un italiano ti dira' di si', al massimo ti parlera' del destino, due mila anni di preti che ti parlano in testa finiscono per farti perdere il senso delle cose. Invece non e' un caso, e' una causa. Puoi tornare indietro, puoi andare avanti, puoi girare. Nella tua vita scegli e la tua scelta diventa una causa. Il caso e' nel regno di chi crede che il mondo non abbia sensi. Ma noi in Africa conosciamo la terra da troppo tempo per non pensare che il caso non esiste. Vero sorellina? - Li. Mi chiamo Li. - O bene, si e' trasformata di nuovo in una donna. Pensavo sarebbe rimasta un pesce per tutta la notte? Ah Ah Ah. Li sorride. Pensa che questo pagliaccio nero alla fine l'ha fatta sorridere. Forse potrebbe essere interessante capire che cosa sta succedendo. Almeno avra' rischiato la vita per qualcosa. Hassan e' confuso. Le parole del nero si intrecciano con il Corano nella sua testa. Oggi non ha pregato. Si e' dimenticato. Perso tra i tentativi di decifrare il codice e tutto cio' che e' successo dopo si e' dimenticato. I suoi diciassette anni pensa che siano troppo pochi per quanto densi per capire di cosa stia parlando il nero. Sa solo che ormai deve continuare a camminare e sperare di non rimetterci la pelle. Ngemi sembra leggere nel pensiero. - Quindi continuiamo a camminare. Ci fara' bene. Ci schiariamo le idee e li depistiamo un altro po'. Poi non vi lamentate se camminiamo troppo pero'. Ngemi l'africano vi porta in giro nel centro. Meglio di notte che non di giorno. Troppa gente no? La citta' scorre sotto i loro piedi, brano di asfalto dopo brano di asfalto, palazzo dopo palazzo. L'arco di piazza Cavour, ultimi pezzi di bastioni che cercando di tenere viva la memoria della citta'. Non fa ancora freddo. Milano a meta' settembre e' ancora vivibile. La luna si sta riempiendo, o forse e' gia' piena, anche se non si riesce a distinguere la sua luce da quella dei lampioni di via Manzoni. Il centro di Milano di notte ha qualcosa di magico, qualcosa di difficilmente barattabile con un'altra citta'. Le persone scompaiono, gli sbirri spariscono, rimangono gli edifici e le statue, le chiese e i porticati, le strade e i lampioni, che ti accompagnano mentre pensi camminando, mentre lasci che i pensieri si avvicendino nel tuo cervello e nei tuoi nervi. Hassan ripensa alle parole di Ngemi. Gli sembrano un cumulo di cazzate simile a quello che il tizio in via dei Fiori Oscuri ha cercato di rifilargli mentre gli faceva copiare il libro. La sola differenza e' che Ngemi gli ha salvato la pelle mentre il tizio che l'ha infilato in questa storia l'ha messa all'asta. Non che questo renda i suoi deliri piu' o meno credibili, ma sicuramente mettono il nero in una posizione piu' simpatica che non chi gli ha commissionato il lavoro. Hassan si rende conto che di restituire il tutto al tizio di via Fiori Oscuri non ne ha piu' alcuna voglia. Si rende conto che qualcosa e' cambiato, che la partita con il codice di quel libro non e' piu' fatta per conto di qualcun altro, ma per conto suo. Insomma non sta piu' lavorando per qualcuno che lo paghera'. Sta cercando di capire che cosa c'e' dietro e di portare a casa la pelle. Ha come l'impressione che la scelta che sta facendo portera' piu' complicazioni che altro ma dentro di lui si accorge che del tipo di via Fiori Oscuri non gliene frega piu' un cazzo. Ormai i promemoria sulle stronzate in cui si e' infilato negli ultimi giorni sono diventati troppo numerosi per tenerli a mente. Li continua a distendere le gambe, sorridendo di se' stessa che sorride della battuta del nero. Vorrebbe tornare al suo sgabuzzino in Paolo Sarpi. Vorrebbe non aver mai incontrato l'arabo. Ma sa che non e' piu' cosi'. Sente ancora le bende premere sul petto. Sente il dolore in fondo all'addome che diminuisce di ora in ora. Sente che sta camminando verso qualcosa di diverso dagli ultimi dieci anni. A un certo punto lascia scorrere avanti l'arabo e l'africano. Si concentra. Inspira, espira. A lungo. Raccoglie i pensieri. Apre gli occhi, distende le labbra, scioglie le braccia. Cammina in avanti e raggiunge gli altri due proprio mentre si avvicinano a via Montenapoleone, l'opposto di via Paolo Sarpi, il complemento mentale della sua vita, e sente di essere nuovamente determinata. Sua nonna le avrebbe detto di camminare ogni passo sulla strada che ha incontrato. E i consigli che sua nonna le dava da bambina fino ad ora non l'hanno mai tradita. Ngemi guarda nel cielo la luna oltre i lampioni di Milano. Con la coda dell'occhio scruta i suoi due nuovi compagni di viaggio. La sua mente e' vuota di preoccupazione e di passato. Pronta per il presente e il futuro. Come il suo corpo. Mostra i denti nell'ennesima risata e allunga il passo verso il centro. Il vento soffia verso sud spianando loro la strada. Qualcosa li attende. ############# 15. Girotondo ############# Fernando ha deciso di svegliarsi tardi. Sono le 11 quando i suoi occhi si aprono per abituarsi alla luce grigia di Milano. Ha perso l'unica traccia di cui disponeva. A questo punto si ricomincia dai classici: luoghi frequentati dagli arabi, centri di aggregazione e concentrazione di stupefacenti, la moschea. Tutti luoghi che la mattina presto neanche esistono. Per cui tanto vale svegliarsi tardi. Fernando si cambia i vestiti sporchi degli ultimi giorni. Opta per un completo nero, camicia nera, cravatta rossa. Sceglie con cura le scarpe nere lucide e il cappello. Scuro ed elegante. Perfetto. Si guarda nello specchio. E' pronto per un'altra giornata alla ricerca dell'arabo misterioso. Diocane a lui. Prima tappa irrinunciabile: bar. Colazione ordinaria e giornale. Tutto nella norma. Fernando esercita la mente alla calma e al relax, per conservarne la massima lucidita' quando dovra' raggranellare ogni milligrammo di attenzione per scovare il suo obiettivo. E' decisamente seccato per esserselo lasciato sfuggire. Certo continua a non capire perche' Mr Rossi e Grassi con tutta l'influenza e i ganci che hanno abbiano chiamato lui per recuperare qualcosa da un ragazzino. Continua a rimuginare su questo cazzo di lavoro e i conti non gli tornano. Ma in assenza di risultati piu' concreti gioca la palla. Se solo fosse certo che lo stanno incastrando in qualche modo in una trappola saprebbe cosa fare. Ma non avendo dati certi e' costretto a lasciare il gioco in mano a Mr Rossi e Grassi, Lucio, l'arabo e chissa' quanti altri. Il pensiero di essere una pedina lo disturba. No, disturba non e' il termine esatto. Il termine esatto e' : lo fa incazzare come una iena. Cio' nonostante per ora deve ritrovare l'arabo. Forse poi qualche elemento sara' maggiormente chiaro. Finisce la sua colazione poco dopo l'una. In effetti non e' un grande orario per terminare la colazione. Decide di girare un po' di posti da debosciati che non hanno un cazzo da fare tutto il giorno a parte fare qualche scena e atteggiarsi da grandi geni del crimine. La girandola degli sfigati pericolosi. Sfigati perche' non valgono un cazzo. Pericolosi perche' spesso presi dalla voglia di fare i gradassi fanno male a qualcuno che non c'entrava niente. Troppo poco spesso a se' stessi. Fernando sale in macchina, infila una sigaretta in bocca, l'accende e avvia l'auto. Pronti, partenza, via. Prima tappa: mac donald ed edicola di piazzale Loreto. Piu' il mac donald. Gia' all'edicola qualche spesso lo si puo' trovare. Fa il giro un po' di volte con l'auto e cerca di beccare il suo uomo. Si rende conto che e' praticamente un'impresa disperata ma non ha altre chance. Primo buco. Seconda tappa: incrocio di via Farini e via Stelvio. La gente seria sta all'inizio di via Imbonati. La gente sfigata fa da specchietto per le allodole sbirro a 200 metri di distanza. L'arabo in questione e' certamente uno sfigato. La logica schiacciante della strada. Basta conoscerne la lingua e non ci vuole molto a decifrarla. Il problema spesso e' catalogare qualcuno sulla base di un numero troppo esiguo di elementi. Come nel suo caso. Sfigato e' sfigato. Giovane e' giovane e quindi al 90% gradasso, o almeno cosi' desumeva dalle parole della cameriera del bar in Brera. Quanto al desiderio del suo obiettivo di fare parte della malavita milanese era un'ipotesi tutta da verificare. In ogni caso all'incrocio in questione, nessuna traccia del ragazzino. A seguire via Porro Lambertenghi in quartiere Isola, un tempo un quartiere rinomato per la presenza della ligera, ormai un quartiere abitato da spacciatori di piccolo cabotaggio, trans, ragazzini alternativi che credono di aver capito tutto della vita, gente con i soldi che pensa di aver capito tutto della vita, anche se ha capito l'opposto dei ragazzini alternativi, vecchietti nel quartiere da mezzo secolo. I veri delinquenti del quartiere e il loro lignaggio si dividono in gente agli arresti domiciliari e frequentatori di un paio di bar ancora in liberta'. La via in questione accoglie un discreto numero di balordi senza arte ne parte. Principalmente immigrati nordafricani e sudamericani. Anche in questo caso dell'arabo neanche l'ombra. Stazione Centrale: la fascistissima stazione di Milano. Il marmo bianco che fa da contraltare a un brulicare di sbirri corrotti, agenti della polfer che prenderebbero schiaffi anche da un lattante in buona compagnia dei vigili urbani, che non si capisce bene perche' diavolo non si siano ancora estinti, perche' fernando e' certo che siano una specie umana diversa dall'homo sapiens, e poi tossici di quarta categoria, tassisti veri, tassisti falsi, guardian angels, bancarelle di cinesi e di italiani che vendono la stessa frutta da vent'anni non destando alcun sospetto, skaters e se uno si sforza, ma ci deve mettere impegno, anche qualche turista intervallato da spaventapasseri in cerca di business. E dulcis in fundo: spacciatori e immigrati che cercano di sopravvivere alla meno peggio. Tra questi ultimi Fernando cerca e non trova il suo esemplare di fauna del sottobosco cementifero. Merda. Sono gia' le tre. Fernando ne approfitta per fare uno spuntino nella sua panetteria preferita. Il Vailati, via Vitruvio. Appena rinnovato. Prende una focaccia sovrapprezzo e si siede nei giardini che si aprono subito dopo la panetteria, andando verso corso Buenos Aires. Fernando pensa. Non lo trovera' mai cosi'. Ha bisogno di qualche elemento piu' solido su cui mettersi a cercare il ragazzino. Senno' tanto vale girare a caso per Milano. Che e' diciamo quasi identico a quello che sta gia' facendo. Fernando conclude concedendosi un giorno per questo tentativo. E gia' gli sembra molto poco professionale. Le prossime tappe lo portano verso il sud di Milano, saltando la zona est dove ieri ha gia' dato spettacolo mettendo sul chi vive chiunque. Piazza Corvetto, sempiterno incrocio di sfigati di colore a Milano. Un must per questo tipo di ricerca raffinata, ironizza Fernando tra se' e se'. Gira la piazza. Si ferma vicino allo spiazzo di fronte all'Upim. Fuma una sigaretta e cerca di cogliere qualche elemento. Niente. Via Ripamonti. Niente. Piazza XXIV Maggio. Niente. Le vie nei dintorni di via Troya. Niente. Bande Nere. Niente. Bisceglie. Niente. Merda. E' ora di passare alla moschea. Imbocca la circonvallazione passando tra il pio albergo trivulzio e la standa, un paesaggio da milano di altri tempi. Tempi di merda per la precisione. Sapore di anni 80 al loro peggio. Milano geriatrica e fintamente religiosa. Milano dai vestiti economici che vorrebbero sembrare qualcosa di piu'. Milano che costruisce il terreno di coltura per il razzismo e per il Presidente del Consiglio. Milano che si ammazza di pere e di paninari e di sogni costruiti sul niente. La circonvallazione lo porta rapidamente, nonostante l'ora di punta che la trasforma in una specie di enorme serpente di metallo e monossido di carbonio, verso la Bovisa. La Bovisa gli fa venire sempre in mente il blues. E' come se fosse un sobborgo nero di una citta' americana. Nella sua mente almeno. Immensi capannoni vuoti e abbandonati di fianco alle nuove strutture dell'universita', di fianco alle case di inizio secolo abitate ancora da moltissime persone abituate ad arrangiarsi e a ragionare con Milano. Case strette tra un cavalcavia enorme e vorace e una ferrovia sempre in costruzione, tra le rovine di fabbriche che nessuno ricorda piu' che cosa producevano, un parcheggio e un parco di erba incolta dove chissacchi' ci nasconde chissacche'. La Bovisa vecchia gli ricorda ancora le periferie migliori di Milano. Una zona ancora viva e sincera, nonostante le manovre che costantemente ridefiniscono le spirali urbane della metropoli. Milano, che si muove troppo per non muoversi mai, che cela sotto convulsioni l'assenza di una qualsiasi forma o volonta' di cambiamento. Milano grigia come la Bovisa e aperta come le sue strade. Forse il blues, se fosse nato a milano si sarebbe chiamato Grey. Fernando sorride. Meno male che i neri stavano di la' dall'oceano. Il nome Grey non avrebbe beccato un cazzo. Sbuca su viale Jenner da via Imbriani. Parcheggia la macchina a Lancetti e poi si muove a piedi verso la moschea. Si apposta li' di fronte. Non ha problemi a farsi notare, anzi, se il ragazzino tradisse un po' di nervosismo scappando sarebbe un ottima conclusione per la sua giornata. Guarda decine e decine di arabi arrivare, ingombrare i marciapiedi, la strada, perfino le macchine parcheggiate con i loro tappeti e poggiare la testa al suolo, pregando in una lingua che lui non capisce e rivolgendosi a un dio che capisce ancora meno di quello che infesta l'Italia da 2000 anni almeno. Aspetta due ore e dopo aver finito l'ultima sigaretta del pacchetto decide che anche questa pista e' un fottuto buco nell'acqua. Prende il registratore dalla tasca della giacca e incide un nuovo messaggio per Mr Rossi e Grassi. Non saranno contenti di sentire che non ci sono novita'. Fernando si da' ancora la serata per cercare l'arabo in un po' di locali e centri sociali. Ma senza troppa convinzione. Da domani si cambia antifona. La sera non lo aiuta. Merda. Sono le sei di mattina quando sfila nelle strade della citta' che e' appena sveglia. La luce e' gia' abbondante nel cielo di Milano, anche se non ha nulla di vivo. La solita alba cadaverica di Milano che si approssima all'autunno. La luce gelida lo tiene sveglio quasi quanto il fresco dell'aria. Mentre rientra verso Loreto Fernando lascia che il suo cervello navighi nella stanchezza per cercare di mettere ordine nelle troppe questioni irrisolte di questo lavoro. Sente la parte piu' primitiva del suo sistema nervoso che suona l'allarme. E' abituato a darle ascolto, anche se non riesce a capire come inserire quell'allarme in un ragionamento e in una decisione razionale. Si sveste lentamente e si butta sotto la doccia, prima di infilarsi nudo sotto le lenzuola pulite e bianche della camera dove sta dormendo. Mentre si addormenta pensa che domani bisogna ricominciare da dove ha trovato qualche indizio: Citta' Studi e Brera. Ricostruire dei passi con maggiori dettagli sperando che questo lo aiuti a chiarirsi le idee e a trovare l'arabo. Mentre la sua coscienza sbava nel mondo oscuro del sonno fernando pensa che ha tutto il pomeriggio per capire se anche questa prossima strada non porta a nulla di utile. Sperava in un lavoro piu' semplice. ####################################### 16. Il Silenzio come Virtu' e Occasione ####################################### Fernando ha dormito di merda. Si sveglia verso le tre del pomeriggio con un mal di testa feroce che lo mette istantaneamente di malumore. Ottimo inizio di giornata. Colazione rapida al solito bar, senza il tempo di gustarsi le parole dei quotidiani e delle persone al bancone, senza la possibilita' di assaporare il cappuccino per il tempo necessario a rimettere in ordine le idee. Appena sveglio e gia' parte la girandola. Ripassa dalla ex Motta in via Corsica, tanto per vedere se qualcuno ne sa qualcosa. La fabbrica abbandonata da ormai venti anni e' completamente vuota e le ruspe hanno iniziato i lavori di demolizione. Qualcosa dice a Fernando che oggi avrebbe fatto meglio a restare a letto. Ogni traccia sembra volatilizzarsi al suo passaggio. Merda. Il nervosismo inizia a peggiorare ulteriormente l'umore di Fernando. Verso le cinque di sera e' a citta' studi, cammina per le strade intorno all'isolato dove ha trovato il bigliettino. Il parco del politecnico non gli porta nessun nuovo indizio, via Celoria e le strade intorno al piazzale sul quale si affaccia l'obitorio di Milano neanche. Via Saldini, Via Colombo, niente di niente. Sperava di cogliere qualcosa. Essendo ormai completamente privo di indizi credibili Fernando si lascia andare a una sorta di sciamanesimo gangster: vaga per le vie dove sa essere passato il suo obiettivo e cerca di cogliere qualche particolare che gli dia una nuova pista. E' un tentativo disperato, che non si aggrappa a nessun elemento razionale e che non prevede che infime possibilita' di riuscita, ma non ha altra scelta. Fernando e' furioso. A cena si ferma in un pub/osteria in quel di Lambrate, una traversa di una piazza che si apre alla fine di via Porpora. Mentalmente omaggia la casa della nonna del bel Rene', una specie di mito per tutta la generazione di ragazzini che non hanno mai visto una rapina in vita loro se non nei film, un amico che gli ha evitato il gabbio per lui. Forse dovrebbe passare a regalarle dei fiori o dei cioccolatini, ma poi ci ripensa sapendo che la sua strada e quella di Vallanzasca non si sarebbero dovute incontrare mai piu'. Scelte diverse nella vita. Mentre mangia degli spaghetti e una buona birra artigianale pensa che forse Renato se l'e' goduta di piu'. Il rapinatore e' un mestiere piu' gratificante del sicario. A Milano quantomeno. Il pensiero delle cose che sono successe e che non succedono piu', l'immagine della vecchina in uno dei palazzi del quartiere Lambrate, la pasta e la birra hanno sedato sia il mal di testa sia il malumore. La mente di Fernando si fa piu' lucida e anche il suo sistema nervoso piu' primitivo inizia a mandare segnali intelleggibili. Ha la sensazione che qualcosa non quadri intorno a lui. Ripassando i dettagli delle strade che ha misurato oggi c'e' qualche particolare al margine della sua sfera di attenzione aggredita dall'emicrania e dal malumore che non lo fa sentire tranquillo. Sente il suo corpo che risponde al sistema nervoso rettile ancora celato nei reconditi recessi dell'evoluzione dell'uomo, i muscoli tesi, una delle due mani sempre vicino alla giacca, gli occhi che non si distraggono mai dalla visione periferica, le orecchie sensibili ai rumori nel raggio di qualche metro. Sa che prima di notte avra' capito che cazzo sta sollecitando il suo istinto. Nel frattempo raccoglie la giacca e il cappello, lascia un'ampia mancia sul tavolo incrociando un sorriso con la cameriera e si avvia a piedi verso Brera e il centro. E' tempo di capire se qualcuno e' ripassato in quel cazzo di appartamento e di tentare la sorte di un altro dintorno della sfiga. ++++++ Mentre passano di fianco alle viette che portano in Brera da via Manzoni, Hassan sente un brivido corrergli lungo la schiena. E questa volta non e' il brivido caldo che ha provato poche ore prima, ma il brivido freddo che passare vicino alla casa del tizio che lo ha fiondato in questo casino gli ispira. Hassan e' sicuro che il tizio non lo stia cercando, anzi che lo stia lasciando vagabondare per vedere cosa succede. Si sente una cavia. Si chiede come tutto questo possa portarlo lontano dalle stronzate degli altri arabi che popolano le fabbriche abbandonate e le strade di questa citta'. Cavia per lo spaccio e gli sbirri prima, cavia per un pazzo che delira di numeri, codici e libri antichi adesso. Si sente in un vicolo cieco. Cammina in silenzio con il viso tirato verso il centro di Milano. Li cammina con la testa alta guardando davanti a se'. La sua sicurezza non l'ha abbandonata. Mentre alcune certezze iniziano a diventare piu' difficili da sostenere mano a mano che si allontana dal quartiere cinese, costretta a fare i conti con un attentato, con le battute di un africano e con il carattere quantomeno strano di questo arabo che l'ha trascinata in questa storia. Non si e' mai curata di venire in centro a passeggiare. La sua conoscenza delle strade di Milano e' dovuta solo al furgoncino del signor Wang. Il centro come una fitta rete di viuzze in cui i cinesi ci sono ma sono meno evidenti che nei quartieri periferici. Le strade piu' larghe, gli uffici, le migliaia di ragazzi che ne affollano le strade piu' vistose. Fenomeni che non capisce ma che osserva. Ngemi ride e guida il gruppo verso il Duomo, nella speranza che l'aria tranquilla del centro di Milano durante la notte aiuti loro a ritrovare la serenita' necessaria a capire e scegliere. Ngemi pensa che la vita e' curiosa. Ngemi non fa domande ma continua a camminare sorridendo. Sa che il suo sorriso ha gia' contagiato la cinese e non manca molto perche' anche Hassan trovi il ritmo giusto per il proprio umore. ++++++ Inutile. Fernando si rende conto che non si va da nessuna parte cosi'. L'appartamento e' ancora piu' abbandonato di prima, o almeno cosi' sembra. La biondina del bar si ricordava di lui, ma non si ricorda di aver rivisto l'arabo. L'irritazione sale mentre la nuca pizzica segnalandogli che qualcosa non quadra ne' nell'insieme, ne' nell'immediato circondario. Non ha senso continuare cosi'. Inizia a camminare dalla zona di Brera un po' a caso, cercando di rimettere insieme una tela con una tessitura che abbia un senso invece di elementi troppo disparati per offrirgli un qualsiasi indizio su come ritrovare l'arabo. Da Brera a Solferino, la sede del Corriere, ricordi di quando anziche' sparare agli sbirri per mestiere lo faceva per passione. Osserva i giornalisti uscire ancora a tarda notte dal portone del piu' grande ufficio di propaganda italiano. Corregge i pensieri: il secondo piu' grande ufficio di propaganda. La televisione e il Presidente del Consiglio hanno adombrato l'abilita' degli Agnelli e degli innumerevoli direttori della testata piu' importante del panorama italiano. Un posto di merda. Senza alcun dubbio. Felice di aver contribuito al secchiello di proiettili che si e' beccato negli anni. Via dell'Orso e poi Foro Bonaparte. Il centro di Milano lo rilassa. E' un relax diverso da quello della Bovisa Grey o delle periferie in cui si sente a casa, un relax che ha a che fare con la tranquillita' e il silenzio della storia che emana dalle mura di case che sono state costruite secoli prima. Guarda il Castello e via Dante con i suoi lampioni che imitano tragicamente quelli di cento anni prima, intorno a mezzanotte certi giorni Milano puo' essere gia' deserta, se non fosse per due tizi vestiti casual di scuro che stanno guardando vetrine in piazza Cordusio. Fernando gli passa accanto mentre svolta verso la Galleria, immettendosi nel chiaroscuro dell'alternarsi di vie minuscole, strette e alte, e della luminosa vetrata che sovrasta la galleria o i passaggi sotto i palazzi che popolano il centro. Fernando arriva in via Radegonda. Dietro di lui le vie che ti portano alla galleria, mentre davanti si frammentano i porticati dove da qualche decennio e' ospitato il cinema Odeon. Gira verso il corso e si ferma ad osservare le vetrine della rinascente che violentano la via, ben coadiuvate dall'orripilante pseudo modernita' del cinema multisala, che ha sventrato il palazzo antico e i suoi portici, gli archi che culminano in bassorilievi al centro di ogni segmento della parete che li sovrasta. Sopra i portici finestre in legno e vetro e statue appollaiate a fare la guardia ad ogni singolo ingresso nel portico. Statue misteriose e grigie, demoni che fanno da contraltare ai santi raffigurati dall'altro lato del corso e che sembrano circondarli insieme ai gargoyle delle grondaie del Duomo. Mentre Fernando guarda a terra confrontando il nero delle sue scarpe con l'asfalto notturno, sente la nuca che formicola e sa che e' in arrivo qualcosa, finalmente qualcosa, dopo due giorni di nulla. Dal corso sente una voce femminile e straniera che grida: "Attento... Sopra di te!". Dopodiche' e' tutto troppo veloce. Sente una voce maschile imprecare in arabo contro la ragazza. Sente una risata. Non sente nulla mentre i suoi occhi si girano verso l'alto e vedono una delle statue staccarsi dall'arco, la pietra farsi carne pallida e cadaverica. E zanne e unghie. Che piombano su Fernando da dieci metri di altezza. Non capisce se non sente piu' nulla perche' tutte le sue energie sono concentrate altrove che non nei timpani o perche' un silenzio ancora piu' surreale della notte milanese abbia avvolto lui e la statua vivente dal naso adunco che lo sta aggredendo. La sua mano sinistra corre rapida alla fondina dove tiene il coltello, mentre la destra corre all'altra fondina. Sente l'avorio di entrambe le impugnature. Fa un passo indietro per evitare che la statua vivente gli frani addosso e aspetta che si rialzi per tagliarle la gola, mentre stende il braccio destro e la calibro 38 verso il corso. La visione periferica gli comunica l'immagine di un nero, un arabo e una cinese che si girano e iniziano a correre verso San Babila. Fernando non spara. Mentre la statua si rialza fiondandosi con le unghie troppo lunghe e dure per essere qualcosa di umano e le zanne che le sporgono dalla bocca come tentacoli ossei e accuminati, il coltello di Fernando saetta verso la zona molle tra testa e busto dell'avversario. I suoi artigli cambiano direzione improvvisamente cercando di fermare l'emorragia e i fiotti di sangue che sgorgano dal taglio profondo quattro o cinque centimentri. Fernando afferra la testa del tizio, guarda il suo naso adunco e le sopracciglia scure e folte, e il suo labbro superiore si increspa in un ghigno. Due colpi di coltello e la testa rimane appesa solo alla colonna vertebrale, mentre lo sguardo della statua umana si appanna diventando grigio. Fernando finisce il lavoro puntando un piede sulla colonna e dando uno strappo tirando a se la testa con le mani spesse. Butta la testa in un cestino e si ferma. Non ha il fiatone. Il silenzio e' ancora assoluto. Il messaggio che ricevera' chi ha cercato di farlo fuori e' sufficientemente chiaro. Tempo di pulizie. Passa il piede sui vestiti della creatura che ha appena ucciso.... Qualche goccia di sangue sui vestiti neri non si vede molto, ma i fiotti di sangue sulle scarpe lucide sono decisamente vistosi. Si guarda intorno e vede le telecamere del cinema. Fortunatamente sono concentrate sui portici piu' che su via Radegonda. Probabilmente l'oscurita' bastera' a eliminare quei pochi elementi certi che chiunque potrebbe trarre dalla visione dei filmati. Anche se Fernando e' quasi sicuro che nessuno reclamera' ne' trovera' questo corpo. Si ferma un secondo e sente il silenzio che continua a dominare la scena, la sensazione di aver perso l'udito o di essere stato catapultato in un mondo senza suoni. Rapidamente quel quasi scompare del tutto e Fernando si sente piu' sicuro. Non ha ne' tempo ne' voglia di capire che cosa fosse la creatura che hanno mandato ad ammazzarlo, o almeno a provarci. Lentamente l'adrenalina lascia il posto ad altro, Fernando e' invaso di una calma assoluta. Si incammina verso il corso. ++++++ Hassan non puo' credere alle sue orecchie. Mentre sente la cinese che urla al tizio vestito elegantemente salvandogli la pelle non puo' credere alle sue orecchie. Stronza maledetta. Questo mi sta seguendo da giorni per ammazzarmi e tu gli salvi la vita? Hassan grida ancora piu' forte della cinese e la strattona per levarsi di torno. Piu' forte di entrambi la risata di Ngemi, che Hassan ha deciso di non comprendere. Sia maledetto Allah. Come cazzo le viene in mente di salvarlo? Infatti basta un secondo per notare la pistola del tipo spianata contro loro tre. Hassan prende Li per un braccio e inizia a correre verso San Babila, mentre Ngemi li segue a un ritmo piu' lento come se non avvertisse alcun pericolo. Il cuore di Hassan sta esplodendo. Non e' come davanti all'assassino mediorientale di qualche ora prima. Qui e' il terrore, la paura di morire, la sensazione di essere chiuso in un vicolo cieco. Qui non sente alcun calore, solo un brivido rigido lungo la schiena e poi l'adrenalina che lo fa correre come non ha mai corso fino ad oggi. Anche Li corre confusa, cercando di richiamare a se' la determinazione che sentiva fino a cinque minuti prima camminando nel centro. E' difficile e spera solo che questa notte sia finita in fretta. Mentre corre si concentra. Controlla il fiato, ma correre con il petto costretto in bende elastiche non e' come correre con la tuta la mattina. Correre inseguiti da qualcuno con in mano una pistola non e' come passeggiare nel parco. Si controlla, corre, corre fino a che Ngemi non dice loro di fermarsi. Hassan si ferma in via Venezia, e mentre guarda gli altri riprendere fiato come lui, la sua mente gli ripropone la scena di pochi istanti fa. Vede il tizio vestito elegante, lo riconosce, sente Li gridargli di stare attento, vede una statua trasformarsi in carne e piombare sul tipo elegante. Mentre plana sul tipo la statua si gira per un decimo di secondo verso di lui e Hassan riconsoce i lineamenti e gli occhi neri, senza cornea. Hassan non sa se sperare che il tipo elegante ammazzi il tizio di via dei Fiori Oscuri o viceversa. Forse sarebbe meglio che si ammazzassero l'un l'altro, ma Hassan ha la sensazione che non succedera'. Dopo l'adrenalina, la corsa, il terrore, sente un peso cadere dal centro del suo corpo, all'altezza dello stomaco, verso il selciato. - Andiamo - dice e segue Ngemi verso casa sua, sperando di poter dormire qualche ora. ++++++ Fernando cammina lentamente sotto i portici che danno su corso Vittorio Emanuele. Di fronte alla farmacia proprio alla fine dei portici prima della zona pedonale ci sono gli stessi due tizi che guardavano le vetrine in Cordusio. Questa sera ogni coincidenza e' di troppo, decide Fernando. Stringe i denti e distende le grosse dita nelle tasche. Non c'e' modo di nascondersi sotto questi portici. La luce e' troppa e in giro non c'e' nessuno. Neanche i taxi che di solito affollano questo lato di piazza Duomo. E' tardi. I cinema hanno chiuso e non c'e' piu' in giro neanche un'anima. A parte qualcuno che abbia deciso di seguirlo. I due tizi lo guardano. Ovviare all'assenza di nascondigli con il dominio di se' stessi e della propria adrenalina, con la virtu' e l'occasione del silenzio. Fernando cammina lentamente mentre si accende una sigaretta. Conta i secondi che lo separano dai due tizi, prepara i movimenti per l'esecuzione. I suoi passi risuonano nel silenzio innaturale, amplificati dall'eco dei porticati e della citta' spenta. Il suo cuore quasi non batte. Il movimento con cui ripone l'accendino nella tasca interna della giacca e prende in mano nuovamente il coltello coincide perfettamente con il suo appuntamento con i due inseguitori. Alza lo sguardo proprio mentre passa loro a fianco, e li riconosce. Perfetto pensa. Oggi e' giornata di messaggi. E pensare che mi sembrava una giornata cosi' smorta, ridacchia Fernando, mentre con due coltellate trappassa il cuore e i polmoni di Lucio e dell'altro imbecille. Non hanno tempo di gridare, mentre il sangue invade le vie respiratorie e mentre si siedono accompagnati dall'abbraccio di Fernando sui gradini della vetrina della farmacia. Anche Mr Rossi & Grassi adesso sanno che non e' una buona idea mettermi qualcuno alle calcagna. Nessuno ha bisogno di controllare il lavoro che faccio. Fernando pensa che in un minuto parecchi tasselli si sono infilati in un puzzle complicato. Riflette mentre si allontana dal centro verso un taxi in via Moscova. Si fa lasciare in Centrale e rientra a piedi, dominando l'adrenalina che scuote le sue membra e l'attivita' dei suoi neuroni che gli frigge nel cervello. ######################## 17. Le Luci della Citta' ######################## "In questi giorni sta iniziando a circolare un libello chiamato "Giornale circostanziato di quanto ha fatto la Bestia feroce nell'Alto Milanese dai primi di Luglio dell'anno 1792 sino al giorno 18 settembre p. p.", volgarmente rinominato dai contadini e dagli stolti "Il Giornale della Bestia Feroce". Se questo libello non avesse goduto di una tale fama non spenderei neanche una parola su questo illustre giornale per commentarlo, ma il ruolo di diffusione di superstizioni, falsi miti e leggende che esso ha assunto nel giro di pochi giorni mi spinge a commentarlo di fronte ad una piu' ampia e colta cittadinanza. Ebbene in questo libello si narra, con toni che cercano di imitare malamente le migliori cronache, le vicende che hanno sconvolto ed eccitato le menti semplici dei contadini e di molti cittadini della citta' di Milano e dei paesi che la circondano intervallati da boschi e selve. L'anonimo estensore cerca cosi' di rinnovare le emozioni che hanno portato a sperperare molto denaro pubblico nella caccia a una fiera, come se questa attivita' fosse la piu' importante di cui la cittadinanza si dovesse occupare. Nel libello si narra con dovizia di particolari come un animale che ad alcuni e' parso un gigantesco lupo, ad altri un orso, ad altri una iena, ad altri un grosso cane maculato con zanne e unghie molto lunghe ed affilate, abbia assalito, ucciso e sbranato diversi fanciulli e fanciulle di non piu' di 13 anni, che vagabondavano senza cura in campi e nei pressi di boschi a pascolar vacche o pecore o chissa' quale altra attivita' cosi' meno utile che non lo studio. L'autore del libello sembra traer gioia nel tinteggiare in maniera macabra i dettagli delle ferite e dell'uccisione di questi giovani, mentre dileggia aspramente l'operato troppo poco incisivo del governo cittadino. Ora non voglio dilungarmi, cari lettori, nell'elenco di quelli che negli ultimi pochi anni sono stati i progressi che la citta' di Milano ha fatto, bandendo le superstizioni e le stupidaggini come la caccia alle belve e alle streghe e smettendo di prestare ascolto a chierici, monaci e altri venditori di facili verita'. E' certo pero' che se il caro autore avesse posto la sua lingua volgare ma incisiva a miglior utilizzo nel divulgare questi progressi anziche' fomentare antiche magie e idee che il popolo lentamente sta apprendendo a riconoscere come catene, avrebbe di sicuro svolto un miglior servigio alla sua intelligenza e alla cittadinanza tutta. In fede, Giovanni Pierra Milano, addi' 30 settembre 1792" Giovanni piega il foglio di carta con cura e vi appone da un lato il proprio nome e dall'altro l'indirizzo del giornale. La lettura del libercolo con cui quell'imbecille di Pietro ha deciso di raccontare gli eventi dell'ultimo mese a Milano lo ha irritato come neanche i pruriti censori del nuovo Imperatore Francesco II sono riusciti a fare. E dire che l'Imperatore e' un vero nemico dei lumi e della liberta', l'esatto opposto di Leopoldo e Maria Teresa. E' tempo di uscire anche per lui per andare a fare il riconoscimento della Bestia Feroce, cosi' tutta Milano potra' mettere finalmente una pietra sopra questo increscioso episodio di ritorno del passato superstizioso che Giovanni credeva chiuso per sempre con la Rivoluzione dei Lumi in Francia. Dieci anni.... Sono bastati dieci anni per avere la sensazione di muoversi in un'altra citta'... Cammina lungo le vie di Milano e guarda i cartelli che ne segnalano i nomi e i numeri civici, niente di piu' semplice per rendere reperibile e facilmente censibile la citta', ma che nessuno aveva ancora avuto tempo di fare, inseguendo guerre e invasori. Camminare per la strada e' diventato un piacere incredibile, le carrozze instradate al centro sui passaggi piu' lisci, chi cammina a lato per non intralciare, l'acqua piovana che scorre nei canali laterali disperdendosi anziche' trasformarsi in un inferno di pozzanghere. E smettere di vedere patiboli e sale di tortura, e condannati in ceppi che camminano per strada e vedere i bambini che possono andare a scuola senza pagare, grazie alla demolizione di chiese e privilegi del clero e di tutta quella masnada di approfittatori nel nome di Iddio... Giovanni ancora non ci crede... Sembrano secoli... Il piacere piu' grande glielo ha dato poter camminare per le strade di notte. Passa ore intere a osservare le prime lanterne ad olio disposte regolarmente per i viottoli del centro e i primi nottambuli che vi camminano illuminati debolmente ma sensibilmente dalla luce degli stoppini che bruciano con un fumo acre. La luce... Il simbolo e la metafora dell'uscita da un'epoca oscura in cui tutti avevano paura delle proprie ombre e delle ombre in cui vivevano... Giovanni e' sicuro che si sta aprendo un'era come il mondo degli uomini non ha mai conosciuto, ed e' determinato a farne parte. Giovanni cammina lungo le vie di fianco alla Fabbrica del Duomo. Milano e la sua storia senza fine... Sono quasi quattro secoli che la sua chiesa principale deve essere finita. Le storie della sua famiglia parlano di trisavoli di trisavoli che hanno impegnato quasi tutto quello che avevano per vedere nascere il Duomo, e addirittura di donne di malaffare che hanno versato i loro pochi spiccioli alla Fabbrica perche' concludesse i lavori. Solo la stupidita' di signori che avevano a cuore solo il loro tornaconto puo' essere ritenuta responsabile di questa commedia milanese grottesca. Ma forse nel giro di un decennio ancora sara' finito. Cammina di fianco all'arcivescovado fino a un bosco. Il bosco piu' interno alla citta', piu' vicino al Duomo che non il Brolo o il parco del Castello dove i nobili perdono il loro tempo inutile. Si addentra tra i cespugli e i rami degli alberi dalle foglie larghe e scure, fino ad arrivare al centro del Bosco. Qui la Conferenza Governativa ha ordinato di esporre la Bestia. Nella luce quasi notturna del pomeriggio boschivo Giovanni guarda la belva. Tutti diranno che e' un lupo gigantesco, ma non lo e'. Non e' neanche la iena di quell'artista, come altri dicevano. Lui l'aveva vista la iena e non assomigliava per niente a questo animale. E' enorme. Appeso per le zampe posteriori con il muso che tocca per terra e' piu' alto di Giovanni e se non fosse cosparso di sangue che cola in copiosi rivoli fino a terra, Giovanni avrebbe il timore che si risvegliasse per azzannargli il collo. Il suo pelo e' molto piu' scuro di quello della iena ma piu' chiaro di quello dei lupi, maculato e le otto zanne che sporgono dalle fauci sono molto piu' lunghe di qualsiasi cosa che Giovanni abbiamo mai visto o immaginato. Non si stupisce di quanto la fantasia dei contadini abbia costruito su questa bestia, ma cio' non toglie che come tutti gli animali e' stata catturata ed e' morta. Guarda il sangue raccogliersi in una pozza al suolo e pensa che questa e' la fine che faranno tutte le superstizioni che li hanno resi schiavi per secoli: imbalsamate ed esposte al pubblico per essere comprese per quello che erano. Realta' oggettive camuffate da sogni che ne ingigantivano la pericolosita' e le qualita'. Fa un cenno al Capitano e riconosce la Bestia Feroce. Firma la dichiarazione. Esce dal bosco e si incammina verso il Duomo. Dalla tasca della giacca di pelle tira fuori la lettera. Pietro si merita gli epiteti anche se diretti all'anonimato che ha deciso di tenere nel pubblicare il Giornale della Bestia Feroce. Non c'e' motivo per astenersi dallo scrivere al giornale. Un po' di polemica su questa storia della Bestia aiutera' a suggerire ulteriori riforme a Milano, sempre che il nuovo Imperatore non li voglia ributtare tutti indietro nel tempo dei Visconti e della peste. ###################################### 18. Il Coltello dalla Parte del Manico ###################################### Non e' un risveglio piacevole per Fernando. Essere buttati giu' dal letto dal trillo del cellulare dopo i postumi di tre omicidi di cui uno ai danni di qualcosa che non hai ancora capito che razza di creatura fosse non rientra nella categoria dei risvegli piacevoli per Fernando. Ma il numero sul cellulare non lascia scampo. E il fatto che sia visibile e' gia' una pessima nota introduttiva. Il display mostra a chiare lettere il nome del suo committente. Mr Rossi & Grassi. Per un attimo Fernando cerca di convincersi che voglia solo sapere come mai ieri non ha trovato un nastro nella cassetta postale in Cordusio, ma sa che e' inutile cercare di prendere per il culo la sua esperienza in campo di mafia e relazioni criminali: in qualche modo ha saputo che ha fatto fuori gli uomini che gli ha messo alle calcagna e a giudicare dall'insistenza degli squilli non l'ha presa per niente bene. D'altronde gia' dalle sue indagini preliminari sul tipo aveva capito che non era uno che amava molto il fair play. Al ventesimo trillo prima di perdere un timpano ancora rattrappito dal sonno Fernando risponde e grugnisce un si' che cerca di sembrare convinto ma che non avrebbe ingannato neanche sua madre, povera donna. Tra un'ora deve essere alla casa base. Per Fernando in questo momento piu' che ogni altra cosa significa un'altra colazione di fretta. Giornata di merda. Ed e' la terza di fila. E pensare che quando lo avevano contattato per un lavoro era quasi contento. Fernando si alza, cambia i vestiti neri dei due giorni precedenti con un completo grigio e una camicia blu. Niente cappello. Trasferisce le fondine e sceglie con cura le scarpe. Esce rapidamente per riuscire a fare un salto al bar a prendere il consueto cappuccino. Anche oggi niente giornale e niente chiacchere da bar. Sara' sicuramente una giornata di merda. La metropolitana verde lo molla in via Moscova e Fernando percorre rapidamente corso Garibaldi schivando i lavori e addocchiando di malumore le telecamere per il controllo delle corsie preferenziali. La mania di disseminare Milano di telecamere, sbirri e aspiranti tali nascosti dietro le finestre lo infastidisce parecchio, anche se gli permette di sorridere spesso alla fine di un'operazione quando tutti questi sforzi sono risultati vani per i tutori dell'ordine metropolitano e i loro superiori. E' orario di chiusura per i negozi all'antica, quelli che ancora permettono ai loro commessi una pausa pranzo, e la macelleria del suo committente ha la saracinesca mezza abbassata. Fernando piega la schiena ed entra nel mondo di luce artificiale perpetua del negozio. Appena e' mezzo dentro sente qualcosa spezzargli in due il dorso, all'altezza dell'ultima vertebra toracica. Gli manca il fiato, ma irrigidisce i muscoli e si alza per guardare in faccia un tizio dagli occhi chiari e dalla carnagione scura, che evidentemente pensava che Fernando sarebbe stramazzato al suolo. Almeno il suo sguardo tradisce la delusione per la resistenza di Fernando. Approfittando della sorpresa gli toglie il manico di piccone dalle mani con una semplice torsione del polso e lo lascia li' un po' dolorante non sprecando neanche una parola per chiedergli dove e' il suo principale. Nell'antro a lume di candela nel retro della macelleria, seduto dietro la scrivania, ecco Mr Rossi & Grassi, ancora piu' scavato di quattro giorni fa e con l'aria di chi e' incazzato nero. In questo caso nero non e' un eufemismo. Ci siamo, pensa Fernando. La voce del suo cliente e' fastidiosamente acuta e roca. La cosa non fa che aumentare il suo posto nella classifica dei ripieni di merda che Fernando mantiene scrupolosamente aggiornata. - Che cosa dovremmo fare con lei, Fernando? Silenzio. - E' gia' quattro giorni che ingrassiamo il suo conto in banca e non abbiamo riscontrato particolari progressi. Il plurale. Fernando se lo era dimenticato. Che odio. - Forse pensa che la stiamo pagando per fare finta di trovare qualcosa, ma non e' cosi'. Non vorrei doverle dimostrare che non siamo una societa' che ama giocare d'azzardo. "Si, come l'imbecille che doveva tramortmi qua all'ingresso", pensa Fernando senza lasciar trapelare alcunche' dall'espressione del viso. - Forse ha bisogno che facciamo delle ricerche su che cosa le farebbe molto male perdere, o che diciamo a un paio di persone dove trovarla nel cuore della notte mentre dorme. Noi non abbiamo voglia di scherzare, Fernando. Vogliamo che lei trovi quell'oggeto. In fretta. Ha capito? - E' quello che sto facendo. A proposito dov'e' Lucio? "Sono uno stronzo", pensa, ma ormai e' troppo tardi. - Fernando, non faccia lo stronzo con me. "Gia' fatto". - So che ha cercato informazioni sul nostro conto, so anche che tipo di risultati ha ottenuto. Quindi sia lei che noi sappiamo bene che non e' un'idea saggia fare lo stronzo. Fernando allunga un braccio dietro di se' e schianta la nuca sul naso del tizio dagli occhi chiari che gli stava un po' troppo appiccicato. Il tipo crolla mugolando e Fernando appoggia il coltello sul tavolo di fronte a Mr Rossi & Grassi. - Adesso le dico io una cosa. Nessuno controlla il lavoro che faccio. Senno' finisce insieme al dna che gia' addobba questo coltello. Mi avete ingaggiato per trovare una cosa e per ammazzare chi ce l'ha avuta. Minacciarmi non e' una buona idea, oltre a non avere alcuna utilita' dal punto di vista professionale. Glielo dico una sola volta. Mi lasci lavorare e i cazzi suoi saranno soddisfatti tanto quanto i miei. Mr Rossi e Grassi ghigna. Non sorride, ghigna. Ghigna guardando fisso negli occhi Fernando. Fernando si appella all'adrenalina per non far calare il sipario della rabbia e distogliere lo sguardo. Riprende il coltello e lo infila nuovamente nella fondina. Per un attimo si accorge del silenzio che regna nella stanza dominata dall'odore di incenso e da uno strano odore di cenere che non sembra provenire da nessuna fonte visibile. Il mugolio del tizio con gli occhi chiari e' scomparso. Dopo un silenzio che sembra durare ore, Mr Rossi e Grassi scioglie il ghigno in un commiato. - Pensiamo di esserci spiegati bene, Fernando. Abbiamo una proposta da farle, un cambiamento nei piani, che a giudicare dalla sua condotta di ieri notte non dovrebbe dispiacerle. Anziche' ammazzare gli attuali possessori dell'oggetto che ci interessa recuperare, forse potrebbe seguirli a distanza ravvicinata e capire dove stanno andando. Le nostre fonti ci dicono che trarremo maggiore profitto e informazioni dilazionando un poco il momento della morte dei giovani che continuano a sfuggirle. "Adesso lo ammazzo sul serio, e fanculo ai soldi". Fernando ficca questo pensiero nella zona piu' lontana dagli occhi e dai muscoli che riesce a trovare nel suo cervello. - Il meccanismo con cui deve relazionarci il lavoro non cambia. Solo anziche' ammazzarli subito, potra' godere di qualche giorno di paga in piu'. - Come preferisce. E' lei che paga. E' lei che decide che tipo di lavoro le serve. - Perfetto. Sono contento che ci intendiamo nuovamente... Silenzio. - Lucio, riaccompagna alla porta Fernando. "Lucio? Ha detto Lucio?" I pensieri di Fernando non fanno in tempo a trasformarsi in una domanda ad alta voce. Dal fondo del retrobottega Lucio gli viene incontro, in un macabro replay al contrario della sera precedente. E' vestito di scuro e porta un paio di occhiali da sole di marca scadente, nonostante la penombra che domina il locale. La sua carnagione sembra tutt'altro che rosea ed e' lui che emana quell'odore cinereo che Fernando non riusciva a identificare pochi minuti prima. Mentre gli si avvicina, Fernando coglie uno scorcio delle cornee grigie e uniformi che Lucio, o qualsiasi cosa sia, cela dietro gli occhiali. Per un attimo non capisce se il gelo che sente calare nella stanza sono i suoi pensieri o un altro effetto speciale di Lucio nr 2. In ogni caso Fernando non ha intenzione di mostrare esitazioni a Mr Rossi & Grassi, non dopo lo scambio appena avuto. Si gira e segue Lucio fino alla saracinesca. Esce nella luce del sole autunnale di Milano. Milano nei pomeriggi di settembre sembra quasi irreale. La luce e' talmente gialla da farti scordare la cappa di smog e l'imminente arrivo dell'inverno che ti gelera' le chiappe nei pantaloni e i piedi nelle scarpe. Fernando non e' mai stato cosi' grato al sole come in questo momento. Un senso di distinzione tra la vita e la morte lo domina per un attimo, mentre confronta la luce della giornata con le candele e l'odore di cenere e incenso del retro della macelleria. Fernando sa di aver ammazzato Lucio non piu' di dodici ore fa. Ma Lucio e' ancora li'. Senza pupille e correato di un odore terrificante di cenere... E ieri notte si e' trovato a strappare la testa dal collo a qualcosa che gli e' piombato addosso da dieci metri di altezza. Fernando si chiede in che cazzo di situazione si e' andato a ficcare, dulcis in fundo, minacciando il suo cliente con un coltello da scannatoio proprio in mezzo ai suoi uomini. Si ripromette che se non lo ammazzano prima, alla fine di questo lavoro cerchera' di rivedere il suo punto di vista sul suo mestiere. Forse le rapine non sono poi un affare cosi' malvagio. Almeno li' i morti restano morti e i vivi non scassano cosi' tanto i coglioni. Sale sul 4 in direzione centro. Deve mettere qualcosa nello stomaco prima di decidere come e dove recuperare l'arabo e gli altri due. Non sara' facile, ma adesso ha molti piu' elementi di prima. Un paio di giri nel quartiere cinese e dintorni dovrebbero bastare a dirgli dove si accampano. Scende in broletto, e si dirige in fondo alla galleria. Per un attimo si rende conto che sta ripercorrendo la strada che ha fatto ieri e istintivamente si sottrae a questo riflesso condizionato subconscio svoltando a destra verso il sagrato. Si ferma, inspira, e si prepara a ricominciare la caccia. ########### 19. tessere ########### Hassan apre gli occhi. La luce gli comunica che non e' certamente mattino presto. Seduto al tavolino di fronte al divano dove si e' accartocciato la notte precedente c'e' Ngemi che sbuccia una mela e gli porge una tazza di qualcosa bollente. Hassan meccanicamente prende la tazza e beve lentamente, rispondendo al riflesso condizionato che gli evita di ustionarsi la lingua. L'infuso che Hassan non riconosce lo risveglia e gli zuccheri alimentano il suo cervello. Ngemi una volta finito di sbucciare la mela, ne mette in bocca un pezzo per volta guardando distrattamente fuori dalla finestra, come se nell'aria inquinata di Milano leggesse o percepisse qualcosa. Hassan non e' piu' sicuro di un cazzo. Ieri il tizio che lo ha ingaggiato e che avrebbe dovuto pagarlo e' stato ammazzato da un tizio che lo seguiva per farlo fuori. Il tizio che doveva farlo fuori ieri sera pero' li ha lasciati andare. Domande.... Il tizio elegante sa che cosa ha Hassan? Sa che cos'e'? Vuole che Hassan lo porti da qualcosa o da qualcuno? E Hassan vuole andare da qualcosa o da qualcuno? Deve dire a Ngemi e a Li che non e' piu' necessario difendere e decifrare i fogli che nasconde nei pantaloni? Ed e' o non e' piu' necessario? Hassan non ha risposte. Decide di continuare a sorseggiare l'infuso che gli ha passato Ngemi e di leggere un po' di versetti, sperando che la concentrazione lo aiuti a mettere a fuoco che cosa deve fare. Mentre inizia a scorrere le pagine consunte del libretto rilegato in finta pelle, nota Ngemi che alza un sopracciglio senza distogliere lo sguardo dal nulla. Pochi secondi e anche l'angolo della bocca segue il sopracciglio. Hassan lo liquida con un pensiero sonoro che recita all'incirca cosi' tradotto in italiano: "fanculo". Li si e' svegliata all'alba. Le prime lame di luce attraverso le tapparelle dell'appartamento di Ngemi hanno solleticato le sue palpebre prima che il cervello potesse proteggersi. Si e' lavata e si e' guardata a lungo allo specchio. Ha messo le bende nella tasca dei pantaloni e ha cercato silenziosamente sul tavolo ingombro di indumenti un paio di pantaloni da ginnastica. Quando ne ha trovati un paio blu con bande bianche ai lati, li ha dovuti rimboccare per eliminarne un buon mezzo metro perche' fossero della misura giusta. Idem la prima maglia che ha trovato. Mentre usciva ha notato che Ngemi era sveglio e seduto a un tavolo, anche se prima non l'aveva notato, di fronte ad Hassan. Sulla porta il nero l'ha guardata e ha sussurato un buon giorno che forse ha sentito solo lei. I giardini di Porta Venezia non sono il Castello, ma sono sufficientemente ampi da poter correre a lungo e da poter trovare un angolo dove praticare un po'. Le costa rinunciare all'abitudine che ha coltivato per anni, ma ha la sensazione in questi giorni che non sarebbe saggio ritornare sui posti che frequenta abitualmente. E' come se la sua vita fosse sconvolta da cima a fondo, e i costumi cinesi le dicono che c'e' sempre un motivo per cui una ruota gira. Si adegua alla ruota e coltiva le sue personali tradizioni: la corsa, l'esercizio, il parco. Mentre corre le passano davanti agli occhi le immagini di ieri sera, in questo stesso parco e poi verso il centro, il demone che ha assalito l'uomo, le sue grida, le grida di Hassan, la fuga. E' convinta di aver fatto bene. Sono cazzi dell'arabo se non e' d'accordo. Li ha deciso che non tornera' in Paolo Sarpi, non fino a che non e' sicura che la sua vita possa continuare come prima. Se la sua vita dovra' cambiare allora non c'e' motivo per tornare a china town. Le dispiace solo per la Signora. Per il resto la comunita' trovera' in fretta come disporre degli spazi economici e fisici che la piccola Li occupava. Mentre rientra verso casa di Ngemi, pensa a cosa avrebbe detto sua nonna: e' certa che l'avrebbe solo spronata a non guardarsi indietro, e fino ad ora non c'e' mai stato bisogno di pentirsi una volta dei consigli dei suoi antenati. Li rientra mentre Hassan sta sollevando lo sguardo da un libretto scritto fitto in arabo per dire qualcosa a Ngemi. Appena la vede non cambia il tono di voce, ma solo il pronome. - Penso che dovremmo tornare dove e' iniziata tutta questa storia, dove ho trovato il bigliettino, a casa del tipo che ieri e' stato ammazzato. Li non dice nulla. Il fatto che il demone fosse coinvolto non la stupisce, ma sente la tensione crescere nel plesso solare e dietro la nuca. - Quando vuoi fra. Io ho fatto colazione e scalpito. Se tu sei pronto, aspettiamo che la sorellina si sia un po' ripulita. - Non penso ci sia fretta. Non penso che mezz'ora cambi nulla. In ogni caso ci servira' un modo per entrare in casa senza destare i sospetti degli sbirri e del vicinato. E' una zona piuttosto trafficata e con un sacco di gente. Forse dovremmo aspettare stanotte. - E cosa aspettiamo a fare fra? Se entriamo di notte, ci danno il doppio dei reati. Cerchiamo di essere furbi e basta. Ngemi sorride e Hassan si convince. Li un po' meno, ma non ha paura. Va in bagno e si raccoglie i capelli, rimettendosi i vestiti del giorno prima dopo averli sbattuti dalla polvere e dalla terra. Nel giro di dieci minuti sono tutti fuori dalla casa di Ngemi, diretti verso la novanta che fedele al suo ruolo di navetta dei poveracci li portera' nel cuore di citta' studi. Precisamente a Piola. **************************** Da Piola attraversano rapidamente la piazza che sta di fronte al Politecnico affollata di studenti che si affrettano verso gli esami di ammissione e le segreterie per superare quintali di burocrazia che non fara' che rendere la loro vita meno felice. Hassan per sicurezza decide di arrivare alla casa del tipo di via Fiori Chiari passando dalla zona meno in vista, costeggiando la facolta' di agraria con le sue mura vecchie e girando al semaforo ingrombro di manifesti di concerti, ripetizioni, manifestazioni e tutto quanto l'attacchinaggio riesca ancora a produrre nonostante i suoi decenni di storia. Dalla piazza poi risalire la via che porta all'incrocio con via Colombo, proprio in prossimita' del piccolo pezzo di Gotham nel bel mezzo di Milano. L'accesso dal portone principale e' ovviamente fuori discussione. Hassan, Li e Ngemi si piazzano dall'altro lato della strada appoggiati a una macchina a studiare la situazione. Dal lato sinistro il palazzo confina con una specie di fondazione di farmacia o di chimica. In ogni caso un parcheggio e edifici pieni di gente. Escluso passare da li'. A destra c'e' il nulla della piazza del politecnico e di un edificio. Anche li' niente da fare. Sul retro, un passaggio in comune con negozi. - Merda. Me lo ricordavo inespugnabile, ma speravo di sbagliarmi. - Posso provare a entrare nel passaggio comune e vedere se c'e' qualche possibilita' - Li dice senza inflessioni di sorta. - Dai lasciamo perdere fra. Facciamo prima a modo mio... Ngemi si stacca dalla macchina mentre Hassan e Li rimangono a guardare. Attraversa la strada e va al campanello. Suona. Hassan spalanca la bocca come per gridare ma si ferma rendendosi conto che causerebbe solo maggiori danni. Li corruga la fronte e le sopracciglia tentando di capire che cosa vuole fare l'africano. Ngemi si avvicina alla porta e infila qualcosa nella serratura. In meno di venti secondi la porta si apre e Hassan sente Ngemi che finge di parlare con un fantomatico maggiordomo entrando. Sulla soglia si ferma e fa cenno a Li e Hassan di seguirlo. I due attraversano velocemente e si portano all'interno. - Non ci credo. Ci hai fatto stare mezz'ora come degli imbecilli a guardare il palazzo e poi sapevi come scassinarlo? - Non ero sicuro di saperlo fare. E poi fra, tutti a fare la gente di strada e poi non sai come recuperare due attrezzi? Li non parla e osserva l'interno buio nonostante sia passato mezzogiorno. Il posto e' decisamente disabitato. Li, Hassan e Ngemi salgono le scale che partono dall'atrio risalendo fino al piano superiore che si affaccia verso l'interno con una balaustra di legno massiccio che sembra essere stata ricavata direttamente da un albero gigantesco senza alcun uso di colla, viti, chiodi o qualsiasi altro strumento. Dall'alto il pavimento dell'atrio presenta un mosaico intricato in cui non sembra riconoscersi nessun disegno particolare. Mentre distolgono lo sguardo dal mosaico, Hassan e Li si dirigono verso le stanze del primo piano. Hassan non riesce a capire se e' l'oscurita' eccessiva dell'interno di questo palazzo o semplice paranoia ma ha la sensazione di essere osservato mentre spulcia tra gli schedari dei laboratori, nei cassetti delle scrivanie e dei mobili della camera da letto. Ngemi non sembra essere interessato a nulla in particolare e rimane sul bordo della balaustra a guardare gli affreschi sul soffitto. - Non c'e' un cazzo. Ma proprio niente. - Che novita' ! - dice Li con una punta decisa di sarcasmo nei confronti di Hassan. - Beh fra, valeva la pena tentare no? - Si si... Hassan non e' convinto. Sale le scale a chicciola che dal piano superiore portano verso la sommita' della torre. Li e' dietro di lui e Ngemi chiude la fila. Mentre emergono dalle scale sono sopraffatti dall'odore di polvere e cellulosa, dal profumo dei libri invecchiati che sembra parlare di conoscenze ormai perdute. Ognuno di loro puo' immaginare le biblioteche dei maghi di cui leggevano nella fiabe, o quelle dell'Imperatore e dei suoi ministri. Il piano alla sommita' della torre, schermato dalla luce esterna dal tetto a spiovente in rame se non per una piccola finestra aperta verso ovest, e' una biblioteca. Hassan scorre rapidamente i libri alla ricerca di qualcosa sui codici o di una copia del libro che ha bruciato qualche giorno fa e qualche epoca addietro nella sua vita. Li scorre gli scaffali alla ricerca di qualcosa che richiami la sua attenzione. Ngemi rimane sulle scale. Nonostante gli sforzi di Hassan il ritorno alla casa in Citta' Studi si e' rivelato un buco nell'acqua. Dopo aver cercato per un paio d'ore qualche cosa di utile dentro la biblioteca o nelle cartacce che ingombravano i tavoli e i laboratori, i tre stranieri si ritirano con le idee ancora meno chiare di prima. Quando escono all'esterno la luce e' gia' molto piu' radente e colorata di quelle tonalita' pastello ceh assume la luce di milano nel tardo pomeriggio, un giallo corposo e strano che ha qualcosa di innaturale, come molte delle percezioni nella citta'. Uscire dalla casa e' piu' facile che entrare e in un secondo sono fuori. Hassan non ha idea di come procedere oltre. ############ 20. Ammilano ############ Christian non dimostra gli anni che ha. E' magrolino e coi capelli un po' unti e lunghi. Scuri. A Napoli da piccolo gli dicevano sempre che non sarebbe sopravvissuto un secondo nella "giungla della strada", ma avevano torto. Christian sopravvive. Di piu'. Si diverte. Forse perche' si e' portato in una giungla piu' grossa e piu' estesa della sola strada, o forse perche' ha valorizzato altre qualita' che non la forza bruta. Le sue spalle, il suo torso, le sue gambe sono tutte allungate e apparentemente fragili. Si spostano con lentezza lungo le strade di Lambrate per portarsi verso casa ogni giorno dalla Facolta' di Ingegneria. Ha quasi finito. E' stato interessante e adesso si chiede quali altre cose trovera' ancora da scomporre e ricomporre in una serie di possibilita' finite e ognuna con un loro senso. L'unico vero sbattimento sono state le lezioni mattutine, che lo hanno costretto a svegliarsi e ad affrontare l'umidita' delle mattine di Milano, un freddo che per il 70% dell'anno ti penetra nelle ossa e ti fa marcire, che ti costringe ad asciugarti sui termosifoni e fermo sotto il sole quando riesce a fare capolino nel gelo invernale, schivando le ombre delle nuvole e dei palazzi che attentano alla tua e alla sua salute. La routine della vita studentesca e' una vera rottura di palle ma tutto sommato Christian non si e' mai fatto mancare gli strippi, e Milano e' un fornitore eccellente di spunti dementi quanto geniali dove applicarsi per incontrare nuove cose da fare. Ultimamente e' riuscito a passare due mesi programmando una specie di linguaggio per parlare al proprio telefonino e programmarlo via voce. Adesso funziona abbastanza bene e tutto sommato i pezzi di librerie che ha scritto per il riconoscimento vocale sono un buon contributo per la comunita' di programmatori in C in giro per il pianeta. Adesso e' alla ricerca di un altro strippo, di un altro obiettivo con cui confrontarsi, mentre dorme e segue le lezioni che lo portano verso la conclusione dell'ultimo anno. Il dubbio e' se tornare o meno a Napoli, restare a Milano o andare altrove. Si sente troppo giovane per decidere e quindi ultimamente sta propendendo per lasciar decidere l'occasione. Non e' sicuro che sia un gran metodo e non lo userebbe mai in un software pero' alla fine nella vita funziona abbastanza bene. Forse dipende solo dal numero di fattori coinvolti nella potenziale generazione di un evento: se e' un numero grande a sufficienza ha una buona chance di generare anche un evento funzionale da una serie di incontri e relazioni casuali. Ma forse anche no. Sorride. Christian si alza finalmente dal letto. Stropiccia gli occhi scuri e accesi sotto le palpebre e si dirige come uno zombi al bagno. Piscia, si lava la faccia e le ascelle, e si veste rapido. Un'occhiata alla mail e al syslog del serverino di casa, un'altra schifata alle pile di piatti in cucina lasciati dai propri coinquilini. Di nuovo. Si e' alzato che quando il gomitolo dei pensieri arriva alla teoria del caos applicata alle decisioni circa la propria vita Christian sa che il sonno si e' infiltrato nel cervello non in forma di sogno o incubo, ma sotto forma di rincoglionimento che potrebbe protrarsi per tutta la giornata. Per cui e' tempo di provare a vedere di concludere qualcosa in questa giornata stanca. Esce e va al bar all'angolo con via Ponzio. Cappuccino e brioche. Nostalgia di Napoli e del suo caffe'. Ammilano non lo sann' fa'. Sbirciare di lato il giornale. Solite cazzate inutili e ciclicamente urlate. Christian si guarda nello specchio del bar e pensa: forse oggi dovrei anche passare da quel rompicazzo del professor Robetta. Alla fine mi da di che pagarmi l'affitto e di che laurearmi, visto che non ho nulla da fare potrei pure fare un salto. Solo qualche ora promesso, poi ci inventiamo qualcosa. Christian strizza l'occhio all'alter ego dietro il tizio dietro il bancone del bar, lascia i soldi contati in monete da cinque e due centesimi per rinvigorire l'odio quotidiano del barista nei suoi confronti e si avvia verso Monsieur le Poli. ############################ 21. Curiosity Killed the Cat ############################ Non sono neanche le due e Christian si e' gia' stracciato il cazzo di stare dal prof. Inventa una scusa ed esce dal politecnico andando verso via Celoria per fare un salto a biologia. Non ha concluso nulla ma almeno si e' fatto vedere. Oggi il sole a Milano e' di uno strano giallo. Sara' che e' venerdi' ma il pensiero di non avere nulla da fare fino all'inizio della settimana dopo lo mette di un buon umore che solo la possibilita' di dormire fino a tardi senza remore riesce a regalargli. Mentre svolta in via Celoria nota uno strano movimento piu' in fondo lungo la via che va verso la facolta' di Matematica. Tre tizi stanno uscendo da un portone con fare decisamente losco. Per essere precisi, non escono da un portone qualsiasi, ma escono dal portone del suo palazzo preferito. E' ben strano considerato che non e' mai riuscito a vedere nessuno entrare o uscire da quell'edificio in sette anni di residenza onoraria nel distretto di Citta' Studi. Christian e' colto da un raptus di irrazionalita' e si mette a seguirli, ridendo di se' stesso e del suo trip un po' fantozziano da pseudo investigatore privato. I tre tizi, o meglio i due tizi e la tizia, si avviano verso viale Romagna. Solo l'arabo di loro si guarda alle spalle stranito mentre gli altri due non sembrano avere alcuna esitazione. Quindi non erano dentro legittimamente nel palazzo. Sempre piu' strano, pensa Christian. Una volta arrivati nella zona di piazzale Susa, o meglio di una piccola piazza tra Beato Angelico e viale Argonne, i palazzi vecchi e malandati, grigi, a scandire via dopo via, muro dopo muro una zona che vorrebbe essere residenziale e che invece e' ancora uno dei confini della miseria periferica milanese, Ngemi, Li e Hassan entrano in un bar anonimo. Dentro non c'e' nessuno. Solo il baffuto barista che chiede con un movimento del sopracciglio che cosa vogliano da bere. Si siedono a un tavolino all'interno, l'odore delle sigarette ancora impregnato nelle tovaglie che probabilmente non vengono lavate da almeno quindici anni, la luce soffusa e debole di un luogo piu' adatto a farsi i cazzi propri che a festeggiare con gli amici qualche lieto evento. Di fianco a loro si siede un ragazzino con la coda di cavallo e i capelli fini e scuri. Hassan ha la sensazione che li osservi troppo, anche se gli altri non sembrano dare peso alla sua presenza. E' nervoso, Hassan, e continua a non capire dove sbatteranno la testa adesso. - Beh che ci facevate li' dentro ? Hassan non puo' credere alle sue orecchie. E' il ragazzino che parla. E' il ragazzino che li ha visti uscire e che li sta sputtanando. Siano maledetti tutti gli infedeli. Ngemi come al solito ghigna inesplicabilmente, mentre Li guarda il ragazzino con il solito sguardo che fa accapponare la pelle ad Hassan. - E a te che cazzo te ne frega? - Eh la madonna. Mica sono il padrone di casa io. Mi piace il palazzo, vi ho visto uscire, sono curioso. - Forse e' meglio se ti fai i cazzi tuoi. - Forse e' meglio se vado alla polizia. Il barista alza un sopracciglio eloquente, suggerendo che la scarsa esperienza dei partecipanti alla discussione li mettera' nei guai, memore di troppe discussioni finite male o di troppe vite finite in fretta per l'arroganza di non imparare con calma un mestiere, legale o illegale che sia. Appoggia il the caldo e le birre al tavolo, e lancia un occhiataccia al gruppetto mentre si allontana, sperando di averli fatti desistere dal continuare a parlare a vanvera. Non fa a tempo a fare due passi che si rende conto che le sue aspettative saranno presto deluse. - Ma mi spieghi che cazzo vuoi? - Voglio sapere che cazzo ci facevate in quel palazzo sempre sigillato. - E parla piano, cazzo! - Io parlo piano, tu mi spieghi. - Tu sei scemo. Christian tira fuori il cellulare e fa un numero a caso di tre cifre. Ngemi gli strappa il cellulare di mano. - Ehi fra, finche' si scherza, pas des problemes. Ma chiamare gli sbirri non mi pare una cosa carina. La tensione sale parecchio, anche se tutti e quattro sanno che nessuno di loro e' ne' armato, ne' un professionista. Altrimenti non sarebbe durata cosi' a lungo la conversazione. Questo tranquillizza un minimo Christian che temeva che la sua curiosita' l'avesse messo in guai seri a questo giro. E' Li a risolvere la situazione, decidendo per se' e per gli altri. - Stavamo cercando di capirci qualcosa. Il proprietario della casa e' morto ieri sera e volevamo capire se alcune cose avevano a che fare con il suo omicidio. Ti basta e ti levi dalle palle o devo continuare? Christian e' colto di sorpresa. Sente il sangue scendere dalle guance gia' pallide verso i talloni. Morto. Omicidio. Tanto va la gatta... - Finalmente stai un po' zitto. - Hassan non riesce a trattenersi dal dare libero sfogo alla sua attitudine da adolescente. Il viso di Li disapprova vistosamente. - Vai avanti. A questo punto... - Contento tu, noi mi pare che abbiamo poco da perdere. Per la seconda volta in due giorni Hassan si ritrova a raccontare da capo la storia, questa volta con qualche morto in piu' e qualche incertezza in meno. Mentre racconta elimina i fatti che non hanno piu' nulla da dire, e cerca di trattenere solo le cose essenziali: via Fiori Oscuri, il libro, il killer che li segue, l'incontro con Ngemi, piazza Duomo, la ricerca in Citta' Studi. Hassan continua a pensare che ormai sono in un vicolo cieco. Inizia a odiare il ghigno di Ngemi e la freddezza di Li. Non riesce a capire che cosa nascondono entrambi... Non gli frega un cazzo? O semplicemente sono convinti che e' tutta una cazzata? Mentre Hassan racconta, Li pensa. Pensa a come proseguire. Si sente in mezzo a un fiume, un albero sottile ed elastico che sta cercando di capire come assecondare la corrente per trovare un terreno piu' fertile. La sua vita e' cosi' diversa. Non gli manca lo sgabuzzino in China Town, ma si chiede che cosa succedera' senza sapersi rispondere. Appena Hassan ha finito, Christian ha gia' deciso. Ha giusto trovato il nuovo passatempo. Sorride come un bambino, rendendosi conto che potrebbe anche essere un passatempo pericoloso. Dopotutto, senno' che gusto c'e'? - Beh fatemi vedere sto libro, no? Hassan strabuzza gli occhi in sincrono con il barista. Ngemi esplode in una risata. Li stringe le labbra guardandosi attorno preoccupata. Il bar sembra essere dominato da un assenza di rumori molto atipica per Milano il venerdi' pomeriggio a un passo dalla circonvallazione. E' tempo di andare. Ngemi si alza e paga per tutti e quattro. Il barista lo guarda con sollievo, salutandolo con un laconico "Auguri". Usciti dal bar si dirigono ai giardini al centro di viale Argonne, maggiormente abituati ai traffici e a chiudere occhi orecchie e bocche. Seduti su una panchina, Hassan tira fuori dai pantaloni i fogli scarabocchiati e li porge in silenzio a Christian, sempre piu' confuso. Le cose si susseguono troppo rapidamente per il cervello di Hassan. Le informazioni si sovrappongono, le persone mutano in nubi dai contorni indefiniti. Ha la sensazione di essere una foglia che viene trasportata dal vento in una direzione che non conosce. Sente il bisogno di pregare, ma sa che e' troppo presto per immaginarsi il suono della voce del muhezzin. Christian osserva i fogli. Il suo sguardo si fa piu' buio e concentrato, mentre la fronte si increspa nello sforzo di concentrare tutte le informazioni in qualcosa che abbia un senso. Sui fogli c'e' evidentemente un codice. O forse piu' di uno. Pero' non sembra molto difficile. La menata sara' scansionare e immettere tutti quei simboli nel pc. Che palle. Non potevano usare un codice alfanumerico? Comunque non dovrebbe essere troppo complicato da decifrare. Sorride improvvisamente e alza la testa dai fogli. - E' una cazzata. Lo sguardo interrogativo di Hassan e' una grande soddisfazione. - Se me lo fate fotocopiare, in un giorno o due potrei decifrarlo. Sempre che vi interessi. Ngemi sfodera il suo usuale ghigno e guarda Hassan che ribolle di rabbia e frustrazione. Li si permette un sorriso un po' stupito, ma non sillaba una singola parola. - Beh, ci sara' pure una copisteria in Citta' Studi no? - Andiamo sotto casa mia, cosi' vedete pure dov'e'. - Ngemi ma che cazzo dici? - Beh, fra' se tu vuoi continuare a girare a vuoto, fai pure, ma mi pare che volessi capirci qualcosa anche tu, n'est pas? - Si. No. Va beh, fate come cazzo vi pare. In pochi minuti si spostano verso Lambrate. Ngemi e Christian si scambiano i numeri di telefono, mentre l'umore e il viso di Hassan rasentano il grigio delle nubi prima della tempesta. Li segue silenziosamente i suoi pensieri e il resto del gruppo, mentre tasta la fascia elastica nella tasca dei pantaloni. Alla fotocopisteria sotto casa di Christian scansionano le pagine. I fogli rimangono ad Hassan, mentre Christian si tiene un cd con dentro la versione digitalizzata. - Beh ci sentiamo domani sera. Spero di fare in fretta. Sorride Christian contento come un bambino per il nuovo gioco che ha trovato nelle patatine raccattate in un negozio. - Ok fra'. Andiamo a casa mia? Una cena come si deve e un buon sonno non ci faranno male, che dici sister? - Va bene. - Io vengo piu' tardi. Hassan si allontana verso la fermata del tram che va verso il centro. Vuole andare sul ponte di Garibaldi a parlare con il suo dio. Ha bisogno di capire che cazzo sta succedendo e in giro con l'africano e la cinese c'e' sempre troppa confusione. Ne' Ngemi, ne' Li accennano a fermarlo. Hassan inizia a leggere il Corano mentre e' sul tram. Una volta arrivato al ponte si appoggia alla ringhiera del cavalcavia e inizia a parlare sottovoce. Non sa se con se' stesso o con Allah, mauna cosa e' certa: di risposte neanche l'ombra. E' notte quando si alza e si muove verso la casa dell'africano pazzo che ride sempre troppo. Non ha risposte ma la preghiera come sempre gli ha ridato la tranquillita' di cui sentiva di avere bisogno per smettere di fare idiozie. ##################################### 22. Fatta la Legge, Trovato l'Inganno ##################################### Sembrano essere passati secoli e invece non sono che un paio di decine di anni. Come se fosse ieri la notizia che non ci sarebbero state piu' esecuzioni capitali nella neonata Italia. La mente di Francesco detto il Certo ritorna alla sensazione di impotenza che ha provato il giorno dell'esecuzione di Antonio, accusato di una serie di omicidi per stroncare sul nascere la riorganizzazione delle fila dei patrioti e dei lavoratori di Milano. Antonio aveva svolto troppo bene il suo lavoro, raccogliendo montagne di informazioni su tutti i possibili nemici della patria che passavano di fronte al civico otto di via Nerino, proprio davanti alla sua portineria. Francesco ricorda i pugni stretti lungo i fianchi e il desiderio di vendetta, la sensazione che da li' a poco il sangue non sarebbe stato una moneta troppo pregiata da barattare. A pensarci adesso si rende conto di quanto avesse ragione. Sono bastati pochi anni a francesi e austriaci e sardi per aggiornare i loro metodi di governo alle piu' innovative tecniche in circolazione nell'illuminata Europa... Il raziocinio e i lumi hanno reso un grande servizio di sistematizzazione a tiranni e aristocrazie, altro che fari che illuminano la via della rivoluzione. Sono bastati dieci anni dalla Rivoluzione francese perche' tutta questa luce producesse il piu' grande scempio sociale dopo le fabbriche: i corpi di polizia. Nel giro di meno di un secolo la vita di un poveraccio ha fatto un deciso salto in avanti: dal dover affrontare solo gli sgherri del signore al dover subire gli sgherri del signore pena l'arresto per ordine del corpo di polizia che protegge gli interessi del signore. Proprio un bel passo in avanti. Francesco ripensa alla codardia del corpo di polizia durante le Cinque Giornate, mentre i patrioti si facevano ammazzare a manciate sulle barricate a Milano, mentre lui e Antonio e Crispino e tutti gli altri affrontavano gli Austriaci e i loro sbirri. Si ricorda i colpi di cannone e le baionette. Quanto sangue versato, quanti giovani italiani sacrificati... Per cosa poi? Per consegnare l'Italia a un altro tiranno? Per consegnare i patrioti al nuovissimo carcere che porta il nome di uno dei tanti conventi? Francesco sente la rabbia montare, come il Primo Maggio di qualche anno fa, quando per la prima volta ha visto nelle strade di Milano tanti poveracci come lui sfidare gli sgherri dei nuovi signori, che poi non sono tanto diversi dai vecchi. E la rabbia si fa ancora piu' acre quando pensa a come tanti pensatori che avevano acceso le speranze di tanti ragazzi all'inizio del secolo si siano trasformate in cervelli affilati dal potere contro quelli come lui. Francesco li ringrazia mentalmente: grazie per il carcere, grazie per le nuove forme di tortura, grazie per la polizia e per la gendarmeria, grazie per le monarchie illuminate, grazie per l'ottimizzazione del lavoro e per le 16 ore in fabbrica. Grazie di tutto. Francesco vorrebbe essere capace di cancellare dieci anni di un secolo e di vedere che cosa sarebbe successo. Francesco non e' piu' un giovane italiano, ma un maturo agitatore di operai. A un tratto cerca di ricordare perche' la rabbia e' rimontata dentro di lui con tanta foga. Ripensa al giorno prima. Un giorno nero per la storia di Milano. Un giorno che passera' alla storia per la vigliaccheria e la crudelta' di uno dei tanti sgherri del Re. Bava Beccaris. Ancora gli si spezza il fiato nei polmoni se ripensa a quanto ha corso ieri, a quanti morti ha dovuto vedere nelle strade del centro di Milano, invaso una volta di piu' dalle proteste degli operai, di gente che nonostante si ammazzi di lavoro, vede morire i propri figli di fame. All'improvviso Francesco ricorda. E ricorda anche perche' sale la rabbia. Erano con Vittorio Maria in piazza del Duomo, finita dopo oltre cinquecento anni, una cosa che non ci credeva piu' nessuno che si arrivasse a dire che non erano in preventivo altri lavori per completare la chiesa principale di milano, e si stavano radunando con gli operai di tutte le fabbriche dei Corpi Santi e delle contrade all'interno dei Bastioni. Erano migliaia e la sensazione era che non si fosse piu' disposti a tollerare l'ennesimo aumento del pane, i dazi, le gabelle e mille altre vessazioni che i poveri di tutta Italia stavano subendo. Era passato da poco il primo maggio, e in tutta Italia i morti si contavano a decine, mentre i fucili delle polizie continuavano a sparare per salvare la nuova nobilta', i ricchi con o senza titoli nobiliari che mangiavano come maiali mentre nelle periferie si stentava ad arrivare a un pasto al giorno. Solo i due giorni prima gli sgherri del Re avevano arrestato decine e decine di persone, liberate per non si sa quale crisi di coscienza di Filippo Turati, che un tempo alcuni tra gli arrestati chiamavano amico, ma che evidentemente era ben entrato nella parte del Governo. In piazza Duomo Vittorio mi stava giusto dicendo che una tenda dell'esercito sul sagrato non poteva portare buone notizie e che i suoi amici piemontesi, scampati alle esecuzioni della Carboneria, gli avevano detto che il generale Beccaris era un grandissimo bastardo. Non aveva neanche finito la frase che gia' i cannoni stavano uscendo dalla tenda insieme alla cavalleria. Era la tromba che annunciava la strage. Francesco e Vittorio hanno corso a perdifiato verso le barricate che ormai costeggiavano tutti i bastioni e decine di altre strade e contrade minori in tutta Milano, avvisando dell'offensiva dell'assassino mandato dal governo a ripristinare l'ordine. Ma non e' bastato. I ricordi nella mente di Francesco tornano al giorno prima. Tornano al sapore amaro della paura in bocca, alla sensazione del sudore sulla pelle e sotto le vesti, gli sguardi di terrore di donne e bambini che accompagnavano i propri mariti e padri sulle barricate. I colpi di cannone che sembravano abbattere i palazzi del centro di Milano e la folla che corre. La folla che corre in mezzo ai tramvai, che schiva le spade della cavalleria, che viene schiacciata, calpestata, trapassata. Il sangue a fiotti sulle strade e i morti buttati sui bordi della carreggiata. Francesco stringe i denti e i pugni ancora una volta, cercando di dominare il senso di impotenza. Guarda la scena come se l'avesse vista dall'alto dei palazzi che circondano la lapide dedicata ai caduti delle Cinque Giornate, che ha dovuto assistere allo scempio che Bava Beccaris ha inferto alla loro memoria. Lui e Vittorio corrono lungo la contrada del Verziere, sono riusciti a schivare le pallottole restando molto vicini all'accampamento, armati. Sperano di poter ammazzare quel cane di Beccaris. Che paghi almeno per tutti questi morti con la sua vita, schifoso cane da guardia venuto dal Piemonte. All'improvviso proprio dalla piazza della lapide ecco arrivare gli sgherri a cavallo di Bava Beccaris. Non c'e' modo di nascondersi, perche' Francesco e Vittorio sono proprio in mezzo alla carreggiata. Decidono di dividersi: Francesco svolta verso il Duomo, infilandosi dentro Santa Sofia e sperando che per una volta la chiesa serva a qualcosa. Da dietro le finestre della basilica vede Vittorio che svolta verso l'ospedale, vede i cavalli corrergli dietro, vede le sciabole dei soldati che calano su di lui proprio nell'aiuola che lo separava da vicoli in cui scappare era possibile. Mentre Vittorio muore, gli sbirri aizzano i cavalli a calpestarlo trasformando il suolo dell'aiuola in una specie di pozzanghera di sangue e budella. Un segnale chiaro per lui e per tutti coloro che sono insorti nuovamente, non accontentandosi di aver regalato il potere a un nuovo monarca, a un nuovo governo. Francesco sente le sue nocche diventare bianche e il sangue concentrarsi altrove. Sente il desiderio irrefrenabile e rinnovato di rimandare quel sangue al mittente, mentre conserva l'immagine della morte di Vittorio nella sua mente. ######################## 23. Intertempo Sostenuto ######################## Sabato e' un giorno del cazzo. In particolare a Milano alla fine dell'estate, o l'inizio dell'autunno a seconda di che prospettiva si guarda la meta' di settembre. Le strade di Milano si riempiono di milanesi novelli o stagionati che cercano di approfittare degli ultimi scampoli di tepore prima dell'arrivo della stagione della pioggia perpetua. Dismessi gli abiti di alacri lavoratori e crudeli sfruttatori, sfigati e signori si mescolano nelle vie della metropoli cercando di dimostrare che una vita normale fatta di desideri e soddisfazioni e' possibile anche nel cuore grigio e monotono della capitale economica d'Italia. Solo al sabato pero'. Fernando ha passato il tardo pomeriggio del venerdi' a ritrovare l'oggetto del suo lavoro. E' stato piu' facile questa volta. Alla fine i quartieri densamente popolati da africani di Milano non sono molti e girarli a piedi aspettando di incrociare i suoi obiettivi non e' cosi' proibitivo come lo era monitorare tutte le zone arabe della citta'. Cosi' Fernando ha passato la giornata una volta uscito dal negozio di Mr Rossi & Grassi a fare la spola tra le vie dal lato sud di viale Tunisia e la parte sud-orientale dell'Isola. Novanta su cento i suoi amici stavano li'. Percorso obbligato zigzagando tra le vetrine di ristoranti africani e indiani, bar eritrei, negozi di fumetti e di apparecchi elettrici ed elettronici di seconda mano. Tagliare in via Lecco, attraversando una piccola casbah mista di arabi e senegalesi fino ad arrivare alla basilica che taglia in due il piccolo bazar a cielo aperto, ricco di odori e idiomi che Fernando non capisce ma che sembrano trasportare ogni singola fetta di Milano almeno in una seconda dimensione che non ha nulla a che vedere con la monotonia del paesaggio milanese. Viale Tunisia e' una specie di superstrada che affetta una zona fatta di vie strette e fitte, una specie di monito un po' littorio che rammenta dell'esistenza di una metropoli automunita intorno al dedalo e ai giardini di porta venezia. A sinistra di Fernando viale Tunisia diventa in qualche modo viale Liberazione, asfalto per nulla a misura d'umano che un tempo cercava di essere alleggerito dalla presenza dei baracconi delle giostre delle Varesine, oramai spazzate da dieci anni per fare posto ad un progetto di enormi edifici che probabilmente nessuno ha ne' i soldi ne' la voglia di costruire. Tanto per completare il senso di sottrazione all'umanita' di una fetta della citta'. Prima di svoltare Fernando si volta verso corso Buenos Aires, osservando l'alternarsi dei palazzi: palazzo marmo bianco, popolare, con vetrine per banche; palazzo mattoni giallo sporco di smog un po' piu' popolare senza vetrine; palazzo mattone rosso e archetto neoclassico anni Venti (ovvero pieno fascismo), balconcini un tempo pregiati e signorili trasformati in sottospeci di discariche a cielo aperto divise in sezioni per i piani... Materiale edile al primo piano, elettrodomestici al secondo, parabole al terzo, fino ad arrivare a scheletri di esseri non piu' viventi all'ultimo. O almeno cosi' Fernando si immagina seguendo l'escalation. Camminare lungo viale Tunisia e poi viale Liberazione ti da' quella sensazione tipica delle grandi capitale europee, in particolare est-europee, di vedere esattamente il luogo dove stai andando, di percerpirlo tangibile, di accoglierlo nel raggio dell'orizzonte come unica destinazione possibile nello spazio siderale delle vie monumentali. L'unico problema e' che poi ti accorgi che per raggiungere questo tuo punto di arrivo ti ci vogliono quaranta minuti di camminata, perche' l'orizzonte e' sempre un concetto che per quanto sembri vicino conserva la sua caratteristica di estrema distanza. Fortunatamente per Fernando l'obiettivo apparente, i palazzi di Porta Garibaldi che come una specie di freccia "à la Ligresti" che si conficca nel suolo per uscirne dopo un inversione a u nella falda acquifera padana dominano il panorama, non e' l'obiettivo reale del pedone. Nel caso di Fernando l'incrocio con via Melchiorre Gioia e' piu' che sufficiente. Svolta a destra e poi subito a sinistra, un ulteriore dedalo di vie in un quartiere che un tempo era felicemente isolato dal resto di Milano da canali, ferrovia e anche un po' dal carattere peculiarmente criminale dei suoi abitanti. Se non fosse cosi' centrale Fernando si sentirebbe a casa. Dopo qualche ora di spola lungo questo itinerario Fernando ha finalmente una botta di culo. Proprio in via Lecco intravede l'africano che ha visto in compagnia del ragazzino arabo la notte scorsa. Per un attimo ha addirittura la sensazione che l'africano lo abbia guardato e abbia aspettato che Fernando lo riconoscesse prima di infilare le chiavi nella toppa del portone. Considerato la quantita' di cibo take-away in mano al nero, Fernando conclude rapidamente che in casa sua non vive solo lui, ma che quantomento sta ospitando un botto di gente. Fernando spera che il botto di gente in questione siano la gente che gli interessa pedinare. Il bonus Fernando sente di averlo vinto per questa giornata quando due ore dopo, mentre aspetta di capire se effettivamente ha trovato la pista giusta, da viale Tunisia sbuca proprio l'arabo. Che culo. Era anche ora di uscire dal tunnel della sfiga e degli imprevisti. Dopo la notte di appostamento Fernando segue l'arabo in compagnia di una ragazzina cinese decisamente carina e dell'africano dinoccolato nel loro girovagare. Se solo non avessero scelto il centro di Milano in un sabato di fine estate Fernando avrebbe sentitamente ringraziato. Digrigna i denti e si prepara ad affrontare la folla stupida di corso Vittorio Emanuele e delle zone limitrofe, senza mettere mano alle armi e senza trasformare in armi le sue dita rozze e spesse. La cosa piu' frustrante, constata Fernando e' la totale inesperienza del gruppo. Sono ore che li segue a zonzo per le vie del centro e non si sono accorti di nulla. Finalmente nel tardo pomeriggio i tre si allontanano dal centro in direzione sud, ancora un breve bagno di odio e folla fino alla fine di Corso Torino, poi Porta Genova e la zona meridionale e popolare del ticinese. A ogni bar in cui si fermano i tre, Fernando sceglie il bar dall'altro lato della strada. Raramente gli e' capitato di fare un pedimento piu' semplice, ma ha imparato a diffidare delle situazioni piu' ordinarie. Si chiede che cosa stia loro passando per la testa. L'arabo sembra imbronciato e un po' sperduto. La ragazzina cinese ostenta uno sguardo la cui determinazione spinge Fernando a chiedersi che cosa stia passando per la sua testa. Il nero sembra avere un sorriso ebete e un po' strafottente stampato sul volto. Fernando si chiede ancora una volta che cosa mai di utile potranno avere questi tre reietti per giustificare i soldi che Mr Rossi & Grassi sta investendo su di lui. Non ha risposte, neanche dopo gli eventi di piazza Duomo, neanche dopo aver visto un morto come Lucio camminare e dopo aver dovuto sostenere la conversazione del giorno prima con i suoi committenti. Mentre sta pensando a che cosa avrebbe fatto se fosse stato al posto dei ragazzini sente la nuca mandare un messaggio in codice al suo organismo, i muscoli tendersi e i sensi recuperare parte della loro dimensione animalesca e piu' genuina. Non e' l'unico a seguire i tre imbecilli. Un tizio vestito casual, con jeans e felpa riciclata di terza generazione li segue ormai da almeno due o tre bar. Non e italiano, ne' est europeo, per cui si sente di escludere quella sottospecie di vampiro da baraccone del suo cliente. Non e' africano, ne' sudamericano, e meno male, che di avere a che fare con un'altra fazione ancora difficilemente identificabile nei suoi obiettivi l'avrebbe definitivamente fatto impazzire. Nel momento in cui si gira, Fernando capisce che dovra' intervenire. Il tipo e' mediorientale, libanese o giu' di li', e non e' escluso che Fernando lo abbia visto in giro negli stessi bar e nelle stesse zone dove cerca affari anche lui. Un sicario con uno stile tutto diverso dal suo. Quando vede che la distanza tra il killer e le sue prede diminuisce dopo che l'arabo e compagnia svoltano in via Magolfa, allontanandosi dalla folla in un luogo perfetto per essere fatti secchi, Fernando sente scattare dentro di lui l'automatismo rettile del professionista. Via Magolfa e' una via polverosa e stretta che costeggia il naviglio costellata di vecchie case e cascine, silenziosa anche quando il ticinese e' dominato dal bordello piu' totale. Nel grigio giallognolo malato della luce del tardo pomeriggio alle pendici dell'autunno milanese sembra essere priva della benedizione del sole. Il sicario mediorientale si apposta con calma dietro un albero, mentre il trio si allontana lungo il canale ignaro di quello che gli sta per accadere. Imbecilli principianti come cazzo hanno fatto a evitare di essere ammazzati prima, Fernando non si capacita. Mentre il mediorientale tira fuori la pistola silenziata da sotto la felpa anonima che avrebbe potuto indossare uno qualsiasi delle decine di migliaia di immigrati arabi di Milano, Fernando estrae la sua, nascondendosi dietro la colonna di mattoni rossi di una vecchia casa in rovina. L'istinto fa' il resto. Appena pochi secondi prima che il killer spari, Fernando piega l'indice sul grilletto, centrandolo con precisione millimetrica nella nuca. Non ha avuto neanche il tempo di accorgersene, e mentre crolla al suolo zampillando dal foro rotondo nella parte posteriore del cranio, Fernando incrocia lo sguardo del nero. Che sorride, pensa che stronzo. Fernando quasi gli spara per la stizza che gli provoca quel sorriso ebete. Invece no. Fernando sente i muscoli del suo viso contrarsi in un accenno di ghigno che rimbalza indietro lungo l'asfalto grigio fino all'africano. I tre si allontano come se nulla fosse mentre Fernando indugia ancora un secondo sulla sensazione che il suo cervello sta spargendo a tutto il corpo. Discesa dell'adrenalina e momento di estrema positiva lucidita'. Fernando si accorge di uno strano sollievo collegato al pensiero che il suo cliente non gli abbia chiesto di fare fuori questi tre imbecilli che quasi si facevano ammazzare in una vietta del Ticinese. Non e' sicuro di cosa significhi questa sensazione, ma ha il presentimento che non voglia dire nulla di buono. Si allontana rapidamente in direzione opposta al trio, passando per lo sterrato che va verso via Gola e la circonvallazione. E' tempo di fare rapporto a mr Rossi & Grassi, per poi tornare a fare il cane da guardia davanti alla casa dell'africano. ########## 24. Bingo? ########## Devono aspettare una grigia domenica mattina milanese, passate le folle del sabato e attraversata la notte di quasi plenilunio, per avere nuove di Christian. Quando alle nove del mattino di domenica suona il telefono di Ngemi, solo Li e' sufficientemente sveglia da poter rispondere con la sua voce sottile ma decisa. I neuroni di Hassan e Ngemi stanno ancora ripassando gli eventi degli scorsi giorni in un limbo onirico per poter capire che cazzo succede. Dopo aver girato tutto il giorno e tutta la sera per Milano, Li Ngemi e Hassan si sono ritirati a casa dell'africano. Hassan e Li hanno passato la profondita' della notte a cercare di capire una volta di piu' il loro ruolo in tutta la vicenda, mentre l'africano sorseggiava te al tavolo della cucina osservandoli come se non capisse quale fosse il problema. La mattina quando il telefono suona e Li risponde, Hassan ci impiega molto di piu' di Ngemi per aprire gli occhi e avviare i neuroni. Ngemi pero' non chiede nulla a Li, che a sua volta non sembra avere nessuna intenzione di profferire parola. Almeno fino a che non avra' deciso che i suoi personali parametri di valutazione siano stati soddisfatti. In questo caso si presume che i parametri in questione siano il fatto che Hassan fosse capace di intendere e di volere, e quindi che abbia superato la fase cruciale della colazione. Ci vuole una buona mezz'ora perche' Hassan si decida ad alzarsi, lavarsi e rendersi disponibile ad ascoltare quello che Li ha da dire. Quando parla pero' le parole che la voce ferma e femminile di Li sillabano sono come macigni: - Christian ha decifrato i fogli. Dice che dovremmo vederci per cercare di capire se noi siamo in grado di spiegargli il senso del testo che era contenuto nei fogli. Ci voleva aspettare sotto casa sua, ma io gli ho detto di venire qui. Hassan non puo' credere alle sue orecchie, ne' si capacita di come la cinese lo abbia lasciato prendersi tutto il tempo che ha voluto di fronte a questa notizia. - E me lo dici cosi'? Ti sei rincoglionita? - Vacci piano, arabo. Sei tu che stavi ancora nel mondo dei sogni. E comunque mia nonna mi ha sempre insegnato a rispettare il tempo di cui gli altri hanno bisogno per non essere stupidi. A te ci e' voluto mezz'ora. - Ho troppo sonno per risponderti. Tra quanto arriva? - Penso nel giro di venti minuti. - Ehi fra', forse dovresti lavarti per il tuo appuntamento con il destino. - Ngemi fa squillare la sua risata in tutto l'appartamento, mentre prepara del the per Li e Hassan. - E perche' lo hai fatto venire qui? - Perche' non vedevo il motivo di muoverci noi, quando qui ci sentiamo tutti piu' a nostro agio. I venti minuti che li separano dall'incontro servono a Hassan e Li per riflettere una volta di piu' sulla ricerca in cui si sono trovati coinvolti. Hassan non sa cosa aspettarsi da tutto quello che e' successo nei giorni precedenti, e ultimamente i suoi desideri e quello che si immaginava per la sua vita gli risultano piuttosto confusi. Neanche la preghiera lo ha aiutato a chiarirsi le idee e le sensazioni che lo hanno dominato sono state strane e difficilmente descrivibili. Il rapporto con la cinese, quello che ha provato per il tizio che ha cercato di ammazzarli in piena China Town, il sorriso di Ngemi, la fiducia nei confronti del ragazzino italiano che hanno incontrato solo qualche ora fa. Tutto troppo veloce, tutto troppo diverso da quello che era stata la sua vita finora. In un certo senso e' come se Hassan aspettasse di conoscere il contenuto del testo che si e' portato nascosto nei pantaloni e di trovarvi le risposte che cerca da tanto tempo, la svolta nella sua vita che ha immaginato tante volte mentre dormiva nel sudicio di un capannone in mezzo ad arabi mezzi infedeli che cercavano di sopravvivere alla metropoli e a se' stessi. Li si sente ogni giorno piu' equilibrata. E' come se la svolta che l'arabo ha imposto alla sua vita l'abbia liberata in realta' dai limiti che Li stessa si era imposta. Scoprire di poter ripensare il rituale della sua esistenza quotidiana anche al di fuori della dimensione familiare della zona di via Sarpi le ha dato un'energia che non conosceva. In realta' la maggior parte del tempo degli ultimi giorni Li lo ha passato a cercare di capire che cosa fare quando questa ricerca sara' conclusa. Dopo che sapranno cosa c'e' scritto in quei quattro fogli inutili, che cosa faranno? Che cosa fara'? Le e' del tutto evidente che il risultato del codice non le interessa e che l'incontro con l'arabo per lei e' stata l'occasione per ridefinire la sua vita. Chissa' che cosa avrebbe detto sua nonna... A Li piacerebbe potersi confrontare con qualche anziano cinese che la aiutasse a capire che strada prendere o come interpretare gli eventi degli ultimi giorni. Ma sa che non sara' possibile e quindi cerca di attendere un qualche segno o evento che imponga un ulteriore svolta a quello che l'attende. Forse ormai mancano pochi minuti. Christian esce di casa sincronizzato sugli orari dell'11. Nel primo mese in cui ha abitato in via Bassini e' stato piu' forte di lui memorizzare i passaggi del tram nelle due direzioni in modo da minimizzare il tempo tra uscita dal letto e uscita da casa. Ha stampato i fogli del testo decodificato e anche le pagine che ha recuperato da una rapida ricerca su google. Comunque aveva la sensazione che qualcosa gli stesse sfuggendo e sperava che i curiosi individui che aveva deciso di aiutare fuor di strippo avessero qualche elemento in merito. Per un attimo ha pensato se ritardare un po' per stampare una seconda copia, ma ha deciso che il fatto che fosse domenica fosse un segno del destino. Il giorno dedicato alla pigrizia non poteva essere smentito da ulteriori attivita' non richieste. Gia' aver decifrato il testo oggi voleva dire fare qualcosa d'altro che non dormire e dubita che il suo personale codice etico perdonera' questo gravissimo sgarro. Ma era entusiasta. Il codice non era difficile. Quasi tutte chiavi singole. La cosa un po' stronza di chi l'aveva pensato era che era codificato per parti con una chiave diversa. Era come decodificare tanti testi diversi, ognuno con la sua chiave. Ma per fortuna sua ogni parte era codificata con il meccanismo piu' semplice di tutta la storia della crittografia. Una lettera, un simbolo. E poi ogni lettera era spostata di un numero di lettere avanti rispetto alla sua posizione originale dell'alfabeto. Fanno tanto gli esoterici tutti questi pazzi in giro per il mondo, ma forse dovrebbero studiare un po' di matematica. Ghigna come un cretino da solo sulla panchina di legno bollente del tram, il cui autista ha deciso di attentare alla vita dei passeggeri accendendo il riscaldamento abbastanza ingiustificatamente. Non avendo dormito la sua attenzione per il clima esterno era stata decisamente poca e deve aspettare la meta' del tragitto per ritrovarsi stupito del contrasto tra la nitidezza della luna quasi piena della notte precedente che illuminava la sua stanza quasi quanto il monitor del pc, e il grigio uniforme e autunnale di questa domenica milanese. Christian spera che stanotte ci sia ancora un cielo terso anche se l'assenza di vento non depone molto a favore di questa ipotesi. Christian arriva alla fermata tra viale Tunisia e corso Buenos Aires e scende con il pacco di fogli sotto il braccio. Fortunatamente non piove. Cammina lungo viale Tunisia guardando in alto verso le insegne luminose dell'Arcobaleno, diventato multisala solo da due o tre anni. I soliti film del cazzo di settembre. Appena dopo il cinema gira a destra. Arriva in via Lecco e si ferma un secondo di fronte al portone che Li gli ha indicato. Si guarda intorno. Per un secondo si sofferma sull'unico altro essere umano che alle nove e mezza di domenica mattina abbia avuto il coraggio di affrontare l'asfalto milanese, un signore muscoloso ed elegante che sta fumando una sigaretta appoggiato alla ringhiera della basilica che si apre tra via Lecco e corso Buenos Aires. Chissa' chi cazzo sta aspettando... Dopo un altro attimo si decide a suonare e sale due a due i gradini per arrivare al piano rialzato, chez Ngemi. -+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+ - Allora... Si tratta di un libro. - Che grande scoperta! - Hassan si lascia sfuggire con sarcasmo, mentre Ngemi serve del the bollente e Li ascolta impassibile. - Senti, mister simpatia, almeno fammi finire. Si tratta di un libro dell'inizio del secolo. Il suo titolo e' "Le vie di Milano e l'origine dei loro nomi" di Ottavio Brentari. Pubblicato da uno degli editori piu' noti del Novecento a Milano, Vallardi. Il codice per decifrarlo non era troppo difficile, ma era fatto pezzo per pezzo. Probabilmente originariamente, almeno cosi' mi dice Google.... - Google? - Si, mister simpatia. E' una roba che ti aiuta a cercare informazioni in rete, Internet, hai presente? Hassan si ammutolisce un po' in imbarazzo di fronte al fatto che il ragazzino ritenga che questa cosa di Internet debba essere un informazione scontata e banale. In realta' vorrebbe capire di che cazzo sta parlando, ma suppone che non sia che una questione accessoria alla sostanza del libro. - In ogni caso, ho fatto qualche ricerca ed e' venuto fuori che sto libro e' uno dei primi stradari completi di Milano, almeno dopo che Milano si e' allargata oltre le mura dei bastioni, diventando grande piu' o meno quanto lo e' adesso, chilometro piu' o chilometro meno. La pagina che ne parla e' un sito fatto da professori universitari, e dice che in origine doveva contenere una cartina, che pero' evidentemente o tu non hai trascritto o non era tra le cose che chi vi ha dato questo libro in codice aveva. Christian aspetta qualche secondo e si ricorda di aggiungere: - Non ho avuto tempo per andare a cercare dove ce ne sia una copia cartacea che includa la cartina ma potrebbe non essere una cattiva idea. Probabilmente in Sormani o da qualche librario antiquario si trova. Nella cucina di Ngemi l'unico rumore sembra essere quello del fumo che esce dai bicchieri pieni di te scuro e bollente. Ngemi non dice nulla. Li pensa. Christian aspetta con calma una risposta. Hassan cerca di controllare la rabbia mentre risponde. - Vuoi dire che non e' un libro particolare? Che non contiene nessuna informazione particolare? - Proprio cosi'. Infatti mi chiedevo perche' foste cosi' ansiosi di decifrarlo. - Vaffanculo, vaffanculo, vaffanculo. Che cazzo significa tutto questo? Morti ammazzati, inseguimenti, gente che mi pedina per farmi la pelle, per un tuttocitta' del cazzo? - Pare di si. Hassan beve un sorso di the, desiderando ardentemente che fosse un the alla menta come quello che beveva da piccolo vicino a Riad. Cerca di controllare la rabbia che sente salire dal plesso solare fino alle braccia, al collo, al torace. Ngemi abbozza un sorriso che lo fa imbestialire ancora di piu'. Dopo qualche minuto di silenzio, mentre l'imbarazzo di Christian gli stava facendo commettere l'errore di fare la domanda sbagliata, la voce di Li rompe la tensione. - Allora dovremmo andare a cercare un originale per capire qualcosa di piu' preciso. Gli antiquari saranno aperti? - Tentar non nuoce - dice Ngemi. - Se avete un pc troviamo gli indirizzi di tutti gli antiquari in un attimo... - Niente pc. Pero' esiste il telefono e le pagine gialle. Hassan sta in silenzio. Sente la rabbia trasformarsi in disperazione, mentre osserva lentamente la sua vita ritrasformarsi in quello che era solo una settimana fa. Niente svolta, niente novita', niente di niente. Una vita da immigrato spacciatore fino a che le botte degli sbirri non lo rispediranno in un parcheggio con le sbarre fino a piazzarlo su un aereo e reimpatriarlo a Riad. Forse le miserie della sua famiglia in Arabia sono qualcosa di piu' certo e meno aleatorio dei sogni che sperava di realizzare. Forse e' meglio cosi'. In pochi minuti Ngemi e Christian tirano giu' l'elenco degli antiquari e delle biblioteche. Essendo domenica non hanno grandi speranze, ma fanno affidamento sulla passione maniacale di chi ama i libri e l'odore di polvere annichilito nelle pagine per alimentare le poche possibilita' di trovare un luogo aperto con una copia del libro raro che stanno cercando. Christian ha cercato di definire numericamente la possibilita' di riuscita della ricerca, ma Li lo ha fermato cercando di spiegarli che non era una questione matematica. Ngemi sorride e invita Hassan ad uscire con una pacca sulla spalla. Per la prima volta, Hassan ricambia il sorriso. Un sorriso di una tristezza infinita, mentre infila i fogli di codice di nuovo nei pantaloni. -+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+-+ Fernando controlla i muscoli del viso e si benedice per gli occhiali scuri, nonostante le nubi che affossano la luce gia' opaca di Milano. In compenso si chiede se il ragazzino che sta citofonando alla casa dei suoi sorvegliati speciali sia qui per diventare l'ennesimo protagonista della caccia al tesoro o se abbia la sfiga di avere un amico che abita nello stesso palazzo dell'africano. In ogni caso lo osserva e memorizza il viso e la corporatura. Non si sa mai, pensa. Quando dieci minuti dopo escono tutti e quattro dal palazzo ha giusto il tempo di infilarsi in auto per non farsi vedere, anche se nota sia il ragazzino arrivato poco fa, che il nero che lo guardano di sottecchi, con due espressioni completamente diverse. La stessa curiosita' di prima nel ragazzino italiano. Una risata complice e silenziosa nel nero. Mentre li segue con la coda dell'occhio, Fernando valuta se sia il caso di mobilitare i suoi committenti, se l'ora X sia arrivata per il variopinto gruppo di sprovveduti che sta pedinando. Accarezza il telefono nella tasca della giacca con calma, mentre tira le ultime boccate dalla sigaretta. E decide che non e' ancora il momento. Scopre che non ha nessuna fretta di coinvolgere Mr Rossi e Grassi, e che il non essere sicuro che sia il momento giusto e' un ottima scusa per tenerli alla larga dai ragazzini ancora per un po'. Fernando sorride, come non gli capitava da tempo. E non e' perche' ha portato a termine un lavoro. Sorride perche' sa che questo lavoro probabilmente finira' diversamente da come si aspettava. Anche se non e' sicuro di che cosa implichera' questa sensazione. Fernando non ha paura e non sente alcun peso sulle spalle. E' uno di quei giorni in cui il cielo grigio e uniforme di Milano sembra essere un prato dove corre un vento gelido e fresco che si infila diretto nei polmoni, una specie di estensione dell'orizzonte indefinito. Fernando non e' mai stato capace di definire la sensazione di infinito che un cielo cosi' grigio e' alle volte capace di trasmettere alla parte meno comprensibile del suo cervello e del suo corpo. Sorride, mentre esce dalla macchina per seguire il ragazzino arabo e i suoi tre amici, sorride dell'animo invisibilmente grigio e profondo della citta'. ########################## 25. Siam Pronti alla Morte ########################## Questa notte e' una notte che non si puo' dimenticare. Milano e' una citta' speciale, in questo primo scorcio di secolo, e non si puo' negare la sua grandezza. Strade asfaltate, migliaia di persone, piazze gremite, auto, fabbriche, scioperi, incontri. Non e' possibile lasciar dormire il cervello un attimo. Sono stato travolto da questa citta', dalla sua fame di gloria e dalla sua potenza nel segnare la storia. Ho sentito sin dal primo momento che era la citta' dove potevo trovare posto anche io, anche il mio segno nella storia. Ho attraversato le sue strade con calma, la gola e il petto ancora gonfi per quello che abbiamo vissuto stasera alla riunione. E' come se la notte mi riempisse le viscere, parlasse incessantemente al mio cuore, troppo colmo per riuscire ad accettare ancora altre voci, altre grida, altre mani e braccia e muscoli e fiamme e motori e calici. Ce l'ho fatta. Inizia stasera. Dalla sede della riunione al Covo non e' poi cosi' breve e avrei potuto tagliare per il centro ma ho voluto rendere omaggio al luogo che ha reso possibile tutto cio', che ha rappresentato la svolta che mi ha portato via da quei vigliacchi pusillanimi senza spina dorsale di Turati. Puah. Che schifo, il solo nominarli mi riempe di sdegno. Ma hanno finito di dormire sonni tranquilli. Sara' la loro fine. Uno a uno. Dieci a dieci, fino a che non ne rimarra' neanche uno a poter anche solo ricordare i loro errori. .o.oo.oo..oo.o.oo..o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o. La strada fino al Covo e' quasi tutta asfaltata e illuminata dalle luci elettriche fornite dalla nuova societa' pubblica dell'elettricita', fioche ma determinate, come la metropoli che si affaccia sul ventesimo secolo. Di notte Milano non e' molto differente da cento anni fa: balordi, puttane, pezzenti e gente con la coscienza sporca o che l'avra' tra poco. Nonostante questo a volte, soprattutto dopo la nascita dei cinematografi, dei cafe', dei teatri di ballo, dei ritrovi per le strade si trovano anche fino a tardi esemplari ancorche' rari di un po' tutte le specie umane. Inclusa quella che poco fa ragionava cosi' camminando curva e arroccata sui propri pensieri dalle parti di piazza Missori. Ed e' la figura che seguiamo in questo scorcio di notte alla luce della luna e delle stelle, che a quell'epoca ancora non erano troppo adombrate dai fievoli lampioni di impianti non ancora cosi' perfetti e potenti come piu' avanti nel tempo. La figura subito dopo piazza Missori svolta verso via Larga, ma tra il Covo, come lo chiama, e casa sua ancora alcuni eventi meritano l'attenzione di questa cronaca, che nessuno potra' mai dire se sia o meno frutto della stanca vista di questo giornalista ancora alle prime armi all'epoca. .o.o.o.oo.o.o.o.oooo.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.oo.o.o.o.o. E' proprio mentre cammino per via Larga che i pensieri si fanno piu' fitti, che la mia mente si affanna a cercare di mettere ordine tra i progetti che vedranno la luce nei prossimi mesi e che mi porteranno a spazzare dall'Italia il seme della debolezza e della codardia. Forse dovrei festeggiare? Forse dovrei trovare qualcosa che valga la pena di essere consumato per celebrare, adesso che sono lontano dagli sguardi di chi deve vedere in me l'Uomo d'Acciaio, l'Uomo Invincibile, l'Uomo Italico. E' stato allora che l'ho vista. Seduta su una panchina nei pressi delle vie che portano verso il Duomo. Era splendida e pallida. Chissa' quale sventura l'aveva portata a stare su quella panchina, a vendersi per quattro soldi nonostante la sua bellezza e l'evidente raffinatezza della sua pelle e dei suoi modi. La fortuna non mi era mai stata tanto propizia. La riunione, il senso di potenza e l'occasione perfetta per festeggiare. Ero quasi commosso. .o.o.ooo.o.o.o.o.oo.o.o.oo.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o - Scusi signorina permette? - Certamente, mio signore, se promette di non importunarmi. Sono molto triste. - Come potrei mai? Piuttosto perche' siete triste? - Ho smarrito la via di casa. - E, se posso essere indiscreto, dove si trova casa sua? - In corso Monforte. - Non e' lontano. Se crede, posso accompagnarla. - Non si disturbi. - Non e' un disturbo, e' un piacere. Spero anche per lei. Cosi' dicendo la figura curva ancorche' muscolosa e massiccia dell'uomo che stiamo seguendo convinceva una giovane donna alle prime armi della prostituzione ad accompagnarlo fino al proprio letto. Visto con degli occhi moderni puo' sembrare una conversazione galante. Ma il gioco delle tonalita' di voce e degli sguardi, nonche' l'ora e la posizione dei partecipanti non avrebbe minimamente consentito dubbi sul vero oggetto del dialogo. E cosi' la coppietta, perfetta se si eccentua la natura oscura del carattere, dei pensieri e della fisionomia del nostro uomo, si avviava lungo via Larga. Ma e' all'altezza dei giardini che a un certo punto si aprono nei pressi di Santo Stefano che succede qualcosa che il vostro cronista non poteva prevedere. D'un tratto le figure scompaiono nei cespugli alti ai lati della strada asfaltata, una bizzarra parodia della citta' che esce dalla barbarie per entrare nella civilta' e per riscivolare nella barbarie appena le si lascia il tempo. Dopodiche' nessun rumore e' arrivato alle mie orecchie per i successivi minuti. .o.o.o.o.o.o.oo.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.oo.o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.ooo.oo.oo Le mie mani sul collo perfetto della donna, il suo collo bianco che diventava prima rosso, poi blu e alla fine nuovamente cinereo. L'adrenalina che scorre nelle braccia e nelle guance. Il senso di potere che si estende al di fuori di me attraverso le mie mani, mentre non le lascio il tempo di profferire parola. Sgualdrina lurida e inutile. Di te non sentira' la mancanza neanche tua madre. Che festa! Che festa! avrebbero detto i miei poeti un giorno narrando di questo giorno. E che festa! pensavo anche io mentre stringevo le mani sulla gola della puttana. Il senso di potere che da' un omicidio che nessuno avrebbe voluto ne' potuto punire, il sigillo di una giornata che inaugura la realizzazione dei miei sogni. Mentre lasciavo cadere il suo corpo al suolo, ho pensato alle parole del nostro migliore poeta. Come facevano? Uccidiamo il chiaro di luna. E il chiaro di luna ho ucciso. Avrei voluto gridarlo alla strada e alla citta'. Oggi ho ucciso il chiaro di luna e domani conquistero' il mondo. Chi ne puo' dubitare? Chi puo' dubitare della nostra forza? Nessuno. Nessuno. Nessuno oserebbe sfidare gli uccisori del chiaro di luna, coloro che sconfiggono i pianeti, coloro che sono gli eredi dei cesari. Nessuno. .o.o.o.o.oo.o.o.o.o.oo.ooo.ooooooo.oo.o.oo..o.o.o.o.o.o.o.o.o.o.oo.o. Fino a che non ho visto la figura uscire dai cespugli come un ratto guardandosi attorno, lo scintillio del suo ghigno rifletteva la luce della luna nella notte tersa di milano che si rivela. E' uscito e ha iniziato a correre verso Porta Venezia come un ladro, come un balordo, come uno degli abitanti oscuri delle notti di questa citta'. Non ho avuto il coraggio di chiedere ai commissari del comune che cosa sia successo o chi fosse la donna, ne' di raccontare alcunche' di questo episodio quando il giorno dopo mi hanno chiesto se avessi sentito qualcosa. Non c'e' nulla da raccontare a una citta' che non ha nessuna intenzione di scoprire verita' che conosce gia'. Ricordo che mi sono rimasti impressi il pallore della ragazza che cercava qualcosa che non ha trovato e l'arroganza che sembrava trasparire da ogni passo della figura scura che l'ha ammazzata. Se dovessi essere sincero, a cosi' tanti anni di distanza, giurerei che quel ratto in fuga sia andato a nascondersi in una casa in via Castel Morrone, in compagnia di una donna senza spiriti e di pensieri che qualcuno poteva pensare grandi ma che erano nient'altro che la sublimazione di quella notte di codardia e gloria assassina. Come si dice adesso? Siam pronti alla morte, siam pronti alla morte. ############## 26. Wanderlust ############## Cercare un antiquario aperto a Milano di domenica e' un impresa che Hassan, Li, Christian e Ngemi pensavano piu' semplice. Avevano supposto che una metropoli come Milano non conoscesse qualcosa come il giorno festivo. Tutto sommato guardando la storia degli ultimi anni un milanese doc non saprebbe se dare loro torto o ragione. Milano e' una metropoli atipica, in cui i mezzi si fermano poco dopo la mezzanotte e nella quale rientrare in periferia dopo le dieci e mezza di sera puo' diventare un'avventura degna delle epiche latine. E' una metropoli in cui i supermercati, i cinema e i kebabari restano aperti, ma dove chiude quasi tutto il resto. Riuscire a trovare una biblioteca aperta di domenica e' quasi impossibile, in particolare quelle fornite di libri antichi in numero sufficiente a garantire la possibilita' di trovare la guida che interessa a quattro ragazzi. Non parliamo neanche degli antiquari. Quasi tutti quelli che fanno questo lavoro lo fanno per hobby. Nel mondo moderno non si vive facendo i librai per le scuole elementari, figuriamoci se si commerciano libri che al massimo di solito interessano alle mummie... Christian sa che ci voleva un'idea. La scoperta della banalita' del contenuto dei fogli che aveva atteso con tanto desiderio era stata per l'arabo una mazzata troppo feroce e sembrava che non accennasse a riprendersi. La cinese Christian non capiva mai esattamente che cosa pensasse e quanto al nero, Christian se lo ricordava per un paio di canne fumate insieme qui e la' in posti poco attraenti per la maggior parte delle persone o frequentati solo da adolescenti in corpi un po' troppo cresciuti. Christian cammina lasciandosi portare di delusione in delusione, di saracinesca in saracinesca, setacciando la memoria alla ricerca di qualcuno o qualcosa che possa essere utile nel ritrovare un libro antico o sue notizie. Fossero stati in Inghilterra, sarebbe stato piu' facile. La combinazione letale della mania conservatrice inglese con il gusto per le cose prive di gusto e l'attrazione per parrucche e ogni suppellettile polveroso, aveva portato non pochi negozi di libri di seconda mano a essere molto forniti e ad accumulare un notevole quantitativo di materiale piu' o meno raro. Ma non erano in Inghilterra, ne' a Brighton, ne' a Eastbourne, ne' nella metropoli per definizione.... Londra. Siamo a Milano cazzo e Christian non sa manco se esiste piu' una copia originale di quel libro se non in qualche museo. E soprattutto Milano e' l'unica metropoli che non si cura minimamente della propria storia: nessuno studio organico, nessun museo specificatamente dedicato alla storia di milano, nessun cartello stradale che ti dia una qualche informazione in piu' che non nome, cognome, eta' anagrafica di qualche mattone cadente qui e la' nella citta'. Hassan e' rintanato nel suo mondo di delusioni e di pensieri cupi, di immagini del ritorno a dormire in fabbriche abbandonate, di giornate senza capire come mangiare il giorno dopo, di sessioni sul cavalcavia Bussa a pregare a un dio che evidentemente non ascolta la minima parola di quello che lui sta pensando mentre si concentra sul profeta, sulla mecca e su allah. Ha la sensazione che stiano girando intorno al problema, sbattendo qua e la' per Milano come degli uccelli feriti chiusi in una gabbia priva di alcun segno particolare se non quello di essere una gabbia vuota. A ogni saracinesca chiusa, a ogni segno di penna di fianco al nome del lungo elenco stampato da Ngemi e Christian, Hassan ingoia un sapore amaro e acido, come se stesse distillando lui stesso la cicuta da bere per sottrarsi al ritorno a una vita ordinaria, piena di infelicita' o felicita' che fosse, di ordinarie soluzioni di merda. Li continua a seguire il flusso degli eventi, ormai convinta che abbiano un senso in se', che non sia tanto la soluzione di quel vagabondare quello che realmente significhera' qualcosa, ma il vagabondare in se' che stia comunicando qualcosa e trasformando le loro vite. E' per questo che sorrideva all'africano. Perche' ha capito il motivo per cui ride sempre. E sa che presto, quando avesse appreso quello che c'era da apprendere in questo viaggio, avrebbe riso anche lei. Avrebbe riso di una risata che non conosce da quando era bambina. Il pomeriggio avanza in una successione di nomi depennati da una lista che si assottiglia sempre di piu'. Il quartetto, seguito a debita distanza da una figura elegante che solo Ngemi sembra essere in grado di notare con uno sguardo dietro le spalle ogni tanto, si sta aggirando per la zona occidentale del centro della citta'. Qui le case sono strane nella loro diversa normalita', case eleganti ma numerose, palazzi abitati da famiglie benestanti che non ostentano una simulazione di agiatezza e aristocrazia attraverso una villa come nella insipida brianza, ma che si contentano di comunicarla per piccoli dettagli, come si conviene all'arroganza della citta' in cui vivono. Un pavimento in marmo raro in questo atrio al numero otto e una serie di lampioni d'epoca restaurati nella parte di via che si dirige verso la periferia. Eccetera, eccetera, eccetera. Mentre passano dalle parti di piazza San Sepolcro, notano una strana folla, considerata la sacra domenica pomeriggio normalmente consacrata al calcio, alla famiglia o in alternativa alla pigrizia piu' totale. Un gruppo di vecchietti incartapecoriti e racchiusi in vestiti il cui costo rappresenta ben di piu' delle entrate annue di uno qualunque tra Hassan, Ngemi, Li e Christian, staascoltando rapito un tizio vestito in gessato e pastrano scuro. Senza dire nulla Christian e Li si avvicinano al gruppo per ascoltare, seguiti a breve da Hassan e da Ngemi a chiudere la fila. Sul pastrano nero dell'uomo e' appeso un badge con un simbolo che Christian sembra riconoscere. Sforza la memoria ma non riesce a cogliere. Un giornale forse, o un editore, ma non legge molti giornali deve ammettere. Non cartacei quantomeno. Il tizio in pastrano nero e' evidentemente una guida. Sta raccontando qualche cazzata su Milano ai suoi ascoltatori, che pero' sembrano raccogliere qualcosa che da tempo cercavano in una Milano che non cerca mai di narrare le sue storie. Sembrano ritrovare qualcosa a cui loro hanno partecipato e che l'uomo con il pastrano rievoca come parte di qualcosa che va al di la' della loro ormai quasi conclusa esistenza. - E' qui in questo palazzo, in piazza San Sepolcro, che un giorno di principio di primavera, il 23 notte, un gruppo di cento, centocinquanta persone si e' ritrovato per segnare la storia degli italiani. Il tizio in pastrano si gira e indica un palazzo che non sembra molto diverso dagli altri palazzi della zona. Un atrio spazioso e che ostenta ricchezza, il lampadario in ferro battuto, il cancelletto che taglia in due l'ingresso, il portone in legno massiccio. - Qui, proprio qui, il 23 marzo del 1919 nascevano i Fasci da Combattimento, il movimento che Mussolini volle fondare per riformare alle radici la nazione. Non un partito, ma un movimento, per scuotere l'Italia da cima a fondo. Non si puo' dire che non gli sia riuscito. Christian sbianca quando collega l'oggetto del racconto con le facce rapite degli ascoltatori. Per un attimo spera che sia la bravura della guida, ma e' costretto a ricredersi quando si ferma un attimo a riflettere sulla qualita' delle parole che ha appena sentito. Niente di speciale. Nota che Ngemi, Li e Hassan lo guardano con un punto interrogativo disegnato nel bel mezzo delle pupille. Christian si gira e si allontana seguito dagli altri. Quando e' a meta' strada si blocca. Un momento di epifania totale lo blocca in mezzo alla strada quando si ricorda che cosa gli sembrava famigliare della guida e del simbolo sul pastrano. Non era una casa editrice. Era l'insegna di un negozio. Un negozio che per tanti anni era stato la meta di studenti che non avevano voglia di partecipare ai cortei che partivano da piazza Cairoli e che vi si rintanavano alla ricerca di qualcosa di curioso. Un negozio che aveva frequentato poco, ma che gli era dispiaciuto quando si era trasferito per lasciare spazio all'ennesimo bar costoso davanti al Castello. Christian torna indietro. Si avvicina alla guida e gli fa un cenno per parlargli in un orecchio, sotto gli occhi attoniti dei suoi tre compagni di viaggio per le strade di Milano alla ricerca di un antiquario. Dopo qualche istante Christian torna verso Hassan, Li e Ngemi con un sorriso raggiante - Bene. Se non lo troviamo dal vecchio Luigi, la sfiga ci sta comunicando qualcosa di significativo Hassan lo guarda storto. - Che cazzo stai dicendo? - Primo. Non mi chiamo willis. Ah ah ah. Secondo. Ho trovato dove si e' trasferito un antiquario molto strampalato conosciuto da tutti gli studenti di Milano come uno strippato di cimeli e cianfrusaglie sulla storia di Milano. Stava in largo Cairoli una volta ma poi si e' trasferito. La guida lavora per lui. L'ho riconosciuto dal simbolo sul pastrano. Ho chiesto alla guida se e' aperto oggi e lui mi ha detto che e' aperto sempre che tanto non ha mai nulla da fare. Quindi. - Quindi andiamo li e vediamo se ha quello che ci interessa. Li ha parlato tranquillamente come se non ci fosse un'altra possibilita' degna di nota. - Esatto. E se non ce l'ha lui, dopo che e' tutto il giorno che giriamo... O questa e' una botta di culo, o questo e' il segno della sfiga. Ngemi esplode in una risata che fa girare tutti i vecchietti, strappati alle loro memorie infami. - Bravo zio. Cosi' ci piaci. Andiamo. Dov'e' sto posto? - In Bovisa. Ho qui l'indirizzo. Da qua non ci mettiamo neanche tanto. Neanche tanto significa circa 45 minuti. In effetti neanche poco, e' il commento di Christian. Scendono in piazza Bausan per dirigersi verso la Bovisa vecchia. Uno dei quartieri popolari piu' vecchi, uno degli ultimi territori annessi al comune di Milano. Forse dopo la Bovisa solo Affori e pochi altri quartieri periferici. Case scolorite, basse e zeppe di gente umile che cerca di sopravvivere alla desolazione della zona da un lato e ai tentativi di trasformarlo nell'ennesimo deserto universitario. Nonostante questo e' ancora un buon posto se uno cerca di trovare le sensazioni di un luogo a misura di essere umano. Il negozio di Luigi e' uguale a quello che aveva in Cairoli. Solo che e' piu' scuro, piu' impolverato e infilato in una vietta che sembra uscita da un libro di Dickens anziche' su una piazza luminosa e centrale. Luigi e' identico a dieci anni fa. Canuto, con gli occhiali appoggiati sul naso e il maglione a v bordeaux aperto sulla camicia verdina. Quando vede Christian lo apostrofa "cappellone" mostrando di ricordarsene o semplicemente usando le arti della vecchiaia per mettere a suo agio il giovane e i suoi amici stranieri. Luigi non ci impiega che pochi secondi a capire che non sono venuti a curiosare come facevano una volta i ragazzini in Cairoli o come fanno tuttora i ragazzi un po' piu' vecchi che girano ogni tanto da queste parti. - Che cosa cercate? Li, Hassan e Christian si perdono nelle centinaia di fogli, libri, cartoline di 50 anni fa, statuine, pezzi di vetro della Galleria dopo il bombardamento, dagherrotipi, un frammento del primo dirigibile che si e' alzato su milano. Storie. Infiniti pezzi di storie appoggiati sugli scaffali di questo negozietto. Luigi sembra muoversi a suo agio attraverso i vari strati della storia di milano, come se fosse un po' una animale cronologico, una nuova specie di uomo, l'homo cronico canutis. - Un libro. "Le Vie di Milano e l'Origine dei lo... - Loro Nomi. Vallardi. Ne avranno stampate 100 copie... Luigi guarda i quattro con una faccia milanese. Quelle che non capisci se ti dicono si, no, forse, se cercano di smontarti o se cercano di estrarti maggiori informazioni, o anche solo un sorriso o un ghigno. Christian non sa come comunicare la sua impazienza. Hassan si sta palesemente incazzando. Li non capisce gli occidentali. Ngemi ghigna al suo solito. - E? - Beh io una copia ce l'ho, ma e' l'unica che conosca ancora in circolazione qui a Milano. Ngemi blocca Hassan che sta per saltare al collo di Luigi, mentre Christian prorompe in un "figata" di chiaro stampo giovanilista. Li si avvicina al vecchio che e' chiaramente messo in soggezione dalla bellezza della cinese. Quando e' davanti al vecchio, che alza lo sguardo dalle cianfrusaglie per capire cosa vuole una femmina cosi' giovane da lui, Li parla con la sua voce con un accento solo lievemente cinese. Dopo un attimo di esitazione, il vecchietto parla balbettando un po'. - V-Va Bene. Pero' state attenti. La copia di Luigi non ha la cartina tanto quanto i fogli di Hassan. Questa scoperta getta Hassan nello sconforto, per l'ennesima certezza distrutta a pochi centimetri da quello che pensava essere il traguardo. Mentre Hassan si siede in un angolo su una poltrona del Teatro Verdi Politeama, ora Teatro Puccini, uno dei primi teatri popolari di Milano, Christian studia il testo, cercando di ricordarsi quello che ha decodificato. Luigi ogni tanto emerge dal retro per vedere che non siano spariti con il libro. Li legge insieme a Christian il libro cercando di capire che cosa il ragazzino italiano vi stia cercando. Ngemi cerca di far ridere Hassan senza riuscirci. Dopo un'ora circa, il cielo si sta facendo scuro. I quattro si guardano e decidono tacitamente che e' tempo di andare, riattraversando le periferie di Milano fino a Porta Venezia. Hassan ha la sensazione che sia finito tutto, nonostante Li, Christian e Ngemi non sembrino particolarmente turbati. Mentre escono il sole sta tramontando, illuminando di un colore finalmente diverso da una tonalita' di grigio l'orizzonte milanese. I rimasugli di un'epoca industriale che non c'e' piu' si tingono di rosa e di rosso mentre il sole cala, lasciando la Bovisa al buio. Insieme a loro esce anche Luigi, che si dirige in direzione opposta a quella del sole e dei quattro che devono prendere la 92. - Beh, grazie Luigi - dice Christian. - Di niente, spero piuttosto che vi sia stato utile per la vostra ricerca a scuola. Christian sorride. - Piuttosto com'e' che il tuo negozio non c'e' sulle pagine gialle? - E chi vuole tutta quella gente che viene a comprare le cose nel mio negozio? Mica tengo aperto per vendere le cose che ho impiegato una vita a trovare... Buona serata ragazzi. Nduma... Luigi si allontana seguito da un corvo grosso come un bulldog. Nessuno di loro l'aveva notato prima. Anche Ngemi ha per la prima volta una faccia un po' stupita. Hassan si gira verso gli altri e dice. - Merda. E non ho neanche pregato. Tanto non serve a un cazzo. - Su andiamo. Devo vedere delle cose a casa dello zio qua. - indica Ngemi. Christian si gira e si allontana fischiettando. Ngemi ride seguendolo e Li li accompagna seria ma serena. Dietro di loro Hassan chiude la fila. Se ci dimenticassimo di contare l'uomo vestito elegantemente che a qualche decina di metri sale in macchina. ####################################### 27. Per Alcuni un Bivio e' come il Mare ####################################### Era da parecchio tempo che non capitava a Fernando di dover fare un pedinamento sui mezzi pubblici. Forse era un po' di tempo che non lavorava, o i suoi ultimi lavori erano state delle banalita' noiose della serie "aspetta-verifica-ammazza". I suoi bersagli, i ragazzini, si sono girati mezza citta' in autobus e metro alla ricerca di qualcosa che evidentemente non hanno trovato in quello che il suo committente voleva recuperare. Non si e' chiesto se questo fosse bene o male. Anche perche' Mr Rossi & Grassi gli sta decisamente sulle palle. Nonostante questo sta pedinando i quattro obiettivi per capire se trovano qualcosa o meno. E' domenica. In giro non c'e' quasi nessuno e non farsi notare e' piu' difficile, ma l'unico che potrebbe riconoscerlo in qualche modo e' troppo perso nei suoi pensieri per notarlo. Invece il nero continua a incrociare il suo sguardo a intervalli regolari, senza dire nulla pero' ai suoi compagni. Che sia un altro a libro paga di Mr Rossi & Grassi? Gli viene il dubbio che possa essere cosi'. Come diceva quel film idiota? Siamo sotto doppio controllo segreto. A Fernando non sono mai piaciuti i film idioti. In generale ha sempre apprezzato i film silenziosi, lo scorrere delle immagini senza troppi commenti. Ha sempre pensato che la realta' fosse un po' come un film senza troppe parole. almeno la sua di realta'. Le immagini che scorrono si spiegano da sole, o lasciano che chi le guarda le spieghi ai suoi sensi, le interpreti, le faccia proprie fino a trovarvi un senso che vale solo per lui o per lei. Nei film idioti questo succede raramente. E anche nei film dove ci sono troppe parole. Il linguaggio spesso e' un sistema di comunicazione troppo evoluto per lasciare spazio all'interpretazione cosi' profondamente come invece fanno i suoni o le immagini. Fernando segue i quattro tutto il giorno condividendo con loro la sensazione che non stiano cavando un ragno dal buco. Almeno lui e' pagato profumatamente per pedinarli. Deve aspettare fino al tardo pomeriggio quando in piazza San Sepolcro sembrano trovare una pista. Sono dei principianti e non sanno neanche dissimulare un minimo la felicita' per aver trovato una via d'uscita nel vicolo cieco di saracinesche abbassate in cui si erano infilati. Appena si parlano concitati, Fernando ha gia' capito. Va a prendersi un caffe' nell'attesa di poter chiedere al tipo in pastrano dove stanno andando. Un po' di relax, che un caffe' e una sigaretta non si possono certo guastare stando in tensione per non perdere di vista i quattro ragazzini. Mentre beve il caffe, vede i quattro che si allontanano verso la periferia. Quando sono fuori dalla vista, Fernando avvicina il tipo con il pastrano sotto lo sguardo attonito dei suoi clienti che stanno ancora aspettando di sapere la fine della storia dei Fasci da Combattimento che Fernando sospetta sappiano fin troppo bene. Gli passa cinquanta euro, che mettera' sul conto di Rossi & Grassi tanto per gradire, e il tizio non ci impiega mezzo secondo a dirgli tutto quello che si sono detti con il ragazzino appena arrivato. E' piu' di quanto Fernando abbia bisogno per farsi trovare all'appuntamento. Si stupisce sempre di quanto le persone siano sordide. Qualche decina di euro e non ci vedono niente di male a farsi i cazzi degli altri senza curarsi delle conseguenze. E se li dovessi ammazzare? Vorrebbe chiedere questo al tizio con il pastrano. Se mi avessi dato l'indirizzo esatto per andare a farli fuori come quattro cani? Te ne preoccuperesti? O come fa Milano ti laveresti la coscienza con la convinzione di non essere precisamente responsabile di nulla? Faresti finta che era qualcosa di predestinato, nominandoti ingranaggio di un destino gia' scritto? Fernando torna in Porta Venezia, recupera la macchina e si porta in Bovisa Blues. Mette su un cd di Tom Waits e si mette anche il cappello in suo onore mentre torna verso la versione milanese dei sobborghi dove e' nato il blues in america. In effetti era da molto tempo che non si sentiva cosi'. Questo lavoro sta sfuggendo tra le sue mani ruvide come sabbia, aggiungendo segni ai segni della pelle, ma senza lasciare alcuna altra traccia che sia piu' concreta di cosi'. Eppure non e' molto preoccupato. Preferisce godersi il blues che esce dalle casse ad alta qualita' della macchina noleggiata. Bella la vita a volte. Quando i quattro escono dal negozio in via Canciani e' quasi notte. Nel frattempo lui ha fatto un minireport a Mr Rossi & Grassi per tenerlo buono dicendo che il pedinamento prosegue senza intoppi. Mentre sale in macchina per seguire i quattro che dalla Bovisa stanno presumibilmente o tornando a casa o andando verso la soluzione e quindi verso la loro morte, incrocia il padrone del negozio in compagnia di un grosso corvo imperiale, che Fernando credeva non potessero sopravvivere allo smog grigio e aggressivo di Milano. Il vecchietto non lo degna di uno sguardo mentre gli occhi del corvo sono gli stessi occhi del nero che accompagna l'arabo e la cinese. Per un attimo Fernando rimane interdetto. Giusto il tempo di perdere di vista i quattro. Diocane. Andare a casa del nero o cercarli altrove? Fernando decide di puntare verso casa, per una sorta di istinto che gli permette di navigare le scelte un po' a vista, come se fosse un mare in cui si puo' scegliere ogni direzione e arrivare dove si deve arrivare. Dopo qualche ora i quattro escono. Fernando e' in macchina nel buio eloquente e silenzioso delle notti domenicali milanesi. La quiete della domenica notte a Milano parla della natura doppia e multiforme della citta', di come in un attimo da centro frenetico di finanza e soldi diventi di nuovo una citta' che pulsa e che sente. La domenica sera e' il sentimento di Milano, almeno tanto quanto il lunedi' mattina e' il suo portafoglio e il sabato pomeriggio e sera sono i suoi organi genitali. Quando i quattro si dirigono verso Porta Venezia, i neon sopra le loro teste dicono: "abbiamo trovato quello che cercavamo". Se lui fosse li' per fare quello che era stato ingaggiato per fare sarebbero gia' morti. Credono di essere in un telefilm questi quattro imbecilli. Fernando ha un moto di rabbia, ma lo controlla. Si trova di fronte il mare, la distesa d'acqua infinita delle scelte. Solo alcune sono sagge. Solo alcune sono giuste. Quasi tutte non sono ne' una cosa ne' l'altra. Ma se si e' in mezzo all'acqua si deve navigare. Fernando decide di chiamare Lucio. - Si sono mossi. Si stanno dirigendo verso la periferia. Adesso capisco dove vanno a parare di preciso e poi se non riesco a intervenire io, vi chiamo per eventuale supporto. Tenetevi pronti, siamo agli sgoccioli. Fernando ha deciso di lasciare indietro Mr Rossi & Grassi. Non sa bene neanche lui perche'. Pero' se questo lavoro deve finire in modo diverso da quello che aveva previsto, preferisce essere lui a scegliere quale sia il modo diverso. E poi per la prima volta in tanti anni si trova a inseguire qualcuno che non cerca soldi, che non cerca di fargli le scarpe o di estorcere ancora piu' soldi di quanti ne estorca lui. Questi quattro imbecilli si sono lasciati coinvolgere perche' pensavano che fosse la cosa giusta da fare. Anche Fernando pensa che lasciare un po' al largo i suoi committenti sia la scelta giusta. E poi Mr Rossi & Grassi gli sta decisamente sulle palle. Di squali ce n'e' gia' abbastanza. Mentre di persone che sanno sperarci non ce ne sono piu' poi cosi' tante. Si chiede solo se sanno che cosa stanno facendo e che finira' male. Spera che prendano questo breve percorso per pensarci e lasciare gli squali al largo mentre si portano su una qualche riva. Mentre ricomincia a pedinarli, Fernando si da dello stupido sottovoce, e si incammina a piedi verso il centro. ######### 28. Segni ######### Arrivano a casa di Ngemi che e' passata l'ora di cena da un pezzo. Almeno in quel di Milano. Camminano rapidi, senza che nessuno corra loro dietro, e si infilano in un portone tra i tanti in via Lecco. Appena entrati in casa Christian chiede i fogli ad Hassan e si sdraia sul letto raggomitolando un cuscino dietro la schiena per poter stare semisdraiato a leggere. Hassan si siede su una poltrona sistemata di fianco al letto, mentre Li usa una semplice sedia. Ngemi va in cucina e mette su il bollitore. Prima di andare anche lui a prendere posto in quella che ha l'aria di essere una improvvisata e silenziosa riunione, Ngemi va verso la finestra e si sofferma a guardare fuori, prima di prelevare alcuni steli d'erba dal davanzale. Andando verso la stanza da letto versa il te in quattro recipienti diversi pescati a caso tra quelli non ancora in avanzato stato di decomposizione e li porta agli altri. Si siede a terra e comincia a buttare gli steli per terra, uno dopo l'altro. Poi li raccoglie e li getta un'altra volta. Al terzo giro Li alza un sopracciglio, abbandonando per un attimo l'impassibilita' che l'ha contraddistina finora. Dopo il sesto giro di steli gettati a terra, l'africano alza lo sguardo verso Hassan e Li, dato che Christian e' completamente assorto dalla lettura del testo decodificato. I suoi denti bianchi spezzano l'oscurita' solare del volto. Ngemi inizia a parlare con una voce che non sembra la sua. Non e' la voce squillante e sbilenca del personaggio che ha accompagnato la cinese e l'arabo. E' una voce profonda e con un inflessione africana molto piu' forte. Forse, pensa Hassan, e' la sua voce piu' vera, quella che usa per parlare sul serio. "La condizione della terra e' accogliente dedizione Cosi' il nobile, con l'ampiezza del suo carattere, porta il mondo esteriore". Li non lascia all'africano il tempo di continuare. - Che cazzata e' questa? Che cazzo vuole saperne un africano del Libro dei Mutamenti? Piantala. E' di cattivo gusto. Non hai neanche un'idea vaga di che cosa significhi per noi cinesi quella roba. - Ma soeur, non ti devi incazzare. L'oracolo ti ha appena detto di fare appello alle tue doti femminili e tu ti incazzi cosi? Non sta bene contraddire l'oracolo. - Non dire cazzate. Ngemi sorride e raddrizza le spalle restando seduto per terra. - Non sono cazzate. Sono un'altra cosa e tu dovresti saperlo. Sai qual'e' l'immagine vero? - Il Ricettivo. Hassan guarda i suoi due amici con uno sguardo interrogativo. Non sta capendo molto. Ngemi guarda Li dritto negli occhi, come Hassan non e' mai riuscito a fare da che la conosce. - Gia'. Il Ricettivo sorellina. La Terra. Sei linee spezzate. Per quasi tutti, dalla preistoria in poi, era la Grande Dea, la Dea della Fertilita'. In epoca moderna e' ridotta alla figa. Vedi, le sei linee spezzate non ti ricordano nulla? Scommetto che al nostro amico arabo richiamano istintivamente una cosa ben precisa. La figa. - E con questo? - la voce di Li e' increspata dal disprezzo e dalla rabbia. - E con questo bisognerbbe pensarci, no sorellina? Tu che dici "cappellone"? Christian sporge un occhio dai fogli, dimostrando di poter ascoltare e leggere allo stesso tempo. - Segni. Epifanie. Perche' sono importanti per gli uomini fin da quando esistono? Non sapevano neanche cucinarsi qualcosa nel paleolitico eppure gia' veneravano una grossa figa pulsante. Perche'? Perche' la disegnavano? Perche' era un segno. Era qualcosa in cui riconoscevano altro, in cui riconoscevano una forza. Da che l'uomo esiste, esiste anche l'interpretazione dei segni, esistono le caste di sacerdoti che sanno leggere i segni, che sanno indicarti una via. Ma perche' mai un uomo dovrebbe credere a un altro? Non perche' sa leggere i segni meglio di lui. No. Perche' li sa interpretare, li sa inserire in uno schema che li racconta, che li ammortizza. I segni non portano gli eventi. I segni portano i segni. E' questo che la maggior parte non capisce. I segni non sono messaggi. I segni sono epifanie. I segni sono sensazioni che prendono corpo, che si fanno materia. I segni sono proiezioni. Un segno non e' un segno in quanto espressione del destino. La figa non e' il destino di nessuno. La figa al massimo e' l'origine, la madre, la terra. Ma non e' questo il punto. I segni sono una manifestazione delle nostre sensazioni, di quello che leggiamo dentro di noi, delle armoniche che manifestiamo nella realta' che ci circonda. Non sono i segni a scandire la nostra vita, ma la nostra vita a richiamare i segni. E' tutto al contrario, sorellina. Per questo non ci si capisce mai nulla. Per questo ci si affida ai segni. Perche' e' difficile accettare di affidarsi a se' stessi e alla propria risonanza con la realta'. I segni sono qualcosa di esterno, cosi' ci insegnano, in modo che possano diventare i capri espiatori di noi stessi. Perche' sono tanto potenti? Perche' hanno abbattuto imperi? Perche' hanno generato caste? Troppi perche' forse. I tuoi antenati lo capivano meglio di noi. I segni erano la manifestazione della malvagita' dell'Imperatore, non un avvisaglia che il tempo stava cambiando e che un altro potente stava venendo sgambettato da qualche generale. Che cosa da' cosi' tanto potere ai segni, a questi 50 steli, al volo degli uccelli, all'acqua, alle fiamme, ai gusci di tartaruga, alle monetine lanciate, ai fondi di caffe'? Cosa? Noi. E' quello che vi proiettiamo, cio' che vi leggiamo e che informa la nostra esistenza materiale e spirituale. I segni sono spiriti, ma sono i nostri spirti, non quelli di qualcuno che ci manda dei messaggi esoterici. I segni sono proiezioni dei nostri sogni, dei nostri desideri, e con essi si rafforzano. E piu' con gli anni raccolgono sogni, piu' i segni sembrano potenti, ma sono stati potenti i sogni che hanno incarnato. Senza i segni la realta' non esiste. I segni esistono prima del linguaggio, prima del cibo, prima di qualsiasi altracosa che non sia la sfera del nostro desiderio e dei nostri sogni. Per questo ne cerchiamo in continuazione e solo raramente ci accorgiamo che il mondo che ci circonda ne e' pieno, perche' ogni mattone e' una proiezione di noi stessi e di cio' che percepiamo della realta'. Sogni su sogni che diventano segni, per tornare ad alimentare i nostri sogni e crescere fino a cambiare la materialita' delle cose intorno a noi. Noi che sogno abbiamo? O forse stiamo cercando un segno perche' non siamo in grado senza di esso di dare un nome e una forma a un sogno? Ngemi raccoglie gli stelli e li brucia. Poi raccoglie la cenere e la mette in un pendente che porge a Li. - Vero sorellina? Hassan e' impietrito, e solo adesso riesce a richiudere la mandibola e mandare giu' il te. Li ha ripreso la sua abituale dimensione glaciale, ma gli occhi tradiscono un fuoco che prima non c'era. Si direbbe che Ngemi abbia colto nel segno. Christian ha ascoltato facendo finta di leggere e ci impiega qualche minuto per ritrovare la concentrazione, mentre il nero beve grandi sorsi dalla sua tazza che e' ovviamente la piu' grande delle quattro che ha servito appena sono rientrati in casa. Il suo sorriso in questo momento sembra essere la cosa piu' saggia che potrebbe capitarvi di incontrare una notte di luna piena di sabato a Milano Passano le ore. Hassan rimugina su quello che ha detto Ngemi. Li ha indossato il pendente e fende il silenzio della stanza con il suo sguardo fisso e concentrato nei suoi pensieri. Ngemi osserva la strada dalla finestra, illuminata dai lampioni arancioni e da scorci di luce lunare, ospitata da un cielo con poche nubi. Nubi che dominavano la giornata e che sono scomparse come per magia. Ngemi pensa di nuovo ai segni e sa che anche gli altri stanno pensandoci. Christian si alza e va a prendere una cartina di Milano che ha visto sotto il telefono di Ngemi. Prende una penna e silenziosamente inizia ad annotare delle cose. Gli altri lo guardano fissi, come se stesse per rivelargli qualcosa che aspettano da tutta la vita. Christian segna delle cose e poi tira linee su tutta la cartina. Sembra che la stia usando come base per un dipinto di Kandinsky. Dopo una mezz'ora buona, alza lo sguardo sorridendo con ogni parte del corpo, la soddisfazione di quando risolvi un rebus dipinta sul viso. - Ci siamo. Muoviamoci. ################ 29. Ora e Sempre ################ Carlo non e' un assassino. Carlo faceva l'operaio alle Falck a Sesto San Giovanni. Quindici ore al giorno chiuso dentro un capannone a respirare acciaio e fuoco, sentire i polmoni che ti bruciano e vedere il colore della tua pelle che cambia lentamente dal suo rosa naturale al bruno pigmento delle infiltrazioni del ferro e del carbone. Sapere che la stessa cosa sta succedendo ai tuoi polmoni e al tuo cervello. Carlo non fa piu' l'operaio. Se n'e' andato quando insieme ad alcuni altri ragazzi che non ce la facevano piu' ha deciso di formare un nucleo di ribelli. Si nascondevano negli scantinati della nonna di uno di loro che continuava a lavorare per non destare sospetti. Le loro sorelle e le loro donne hanno fatto per tre anni le staffette per portare loro il cibo e gli ordini del comitato clandestino, attraversando la citta' distrutta dai bombardamenti degli americani, violentata dall'arroganza vuota dei tedeschi e dei fascisti, dalle loro torture, dalla loro prepotenza. I primi mesi di azioni con i suoi compagni sono stati entusiasmanti: sabotaggi dei mezzi dei fascisti, azioni dimostrative nelle sedi dei tedeschi in centro, sentivano la paura di tutti quei conigli dei generali crescere parallelamente al silenzio degli operai che non gli permetteva di scoprire dove fosse il loro covo. Ma tre anni sono lunghi. Tre anni nascosti come ratti, nella speranza che la guerra finisca, di poter vedere di nuovo il sole sopra il cielo abbruttito dalla barbarie di Milano e gioirne all'aria aperta, senza il timore di dover caricare il fucile al minimo rumore. Milano di silenzi lunghi e benvenuti, e di rumori che portano la morte e il sangue. Solo quando non senti alcun rumore sei certo di essere al sicuro. Praticamente mai. Carlo non ci crede che e' finita. Finalmente e' arrivato l'ordine di insurrezione generale. I GAP e la Garibaldi hanno assaltato Niguarda, la Fiera, i fascisti e i tedeschi scappano a gambe levate, nascosti dai mantelli e dentro i serbatoi dei camion. Sanno che per loro non ci sara' nessuna pieta'. Ma Carlo ha imparato a conoscere gli uomini e quanto poco valga la loro parola. Ha visto troppe persone vendere i propri compagni, e troppe persone sciacquarsi la coscienza con un giuramento di fedelta' a un nuovo Governo dopo aver servito per vent'anni il Duce. Carlo ha dei conti da regolare, senza i quali non si puo' ricominciare da zero, come vanno predicando al CLN. Ha seguito i carabinieri e il personale della Questura di Milano, che gia' si sa, rimarra' al suo posto, che accompagnavano quella merda del tenente Rosai verso i camion dove l nasconderanno per farlo espatriare. Sanno che non tutti possono restare. Ma non sanno che c'e' chi li segue per fargliela pagare. Carlo sa che e' ora o mai piu'. Che i prossimi mesi saranno sangue su sangue cercarndo di saldare debiti troppo grandi per essere saldati da uomini e donne. Ma Carlo sa anche che non ci si puo' sottrarre al tentare di portare in pari la bilancia. Almeno lui non puo'. Non puo' lasciare andare Rosai. Carlo ricorda... Ricorda un giorno del 1944 a Primavera. Ricorda la mattina presto portarsi alla Fiera Campionaria dove stanno i carri dei tedeschi per sabotarli. Ricorda quando sono entrati mentre il sole stava appena sorgendo, approfittando della luce dubbiosa dell'alba per mimetizzarsi con i rifornitori dei tedeschi, le tute regalate da un compagno che lavora per la societa' che porta il gasolio. Ricorda tutti in posizione ai serbatoi dei carri e le bombe piazzate appena sotto il motore, tra i cingoli. Ricorda la corsa verso la recinzione, gli spari, il fuoco di copertura del Pettirosso e di Coppola. Ricorda i suoi compagni morti per terra mentre salta con un balzo la recinzione. Ricorda l'immagine alle sue spalle di Fulvo che rimane fermo in piedi di fianco ai carri, gli occhi a terra incapaci di guardare i suoi compagni morti grazie alla sua soffiata. Ricorda Rosai che piscia sui cadaveri e che da una pacca sulla spalla a Fulvo. Carlo non dimentica. A Carlo non basta vedere Rosai avvolto in coperte logore e cenciose, che si nasconde come un verme, con gli occhi solcati dai capillari rotti dal sonno perso e dal terrore di morire. Nessuno dei suoi compagni quella mattina aveva paura. A Carlo non basta. Esiste un tempo per costruire e per sognare. Per ora a Carlo non resta che il tempo per uccidere. Il camion e' parcheggiato in largo Augusto e il gruppetto arriva dall'Universita', passando per i giardini di Santo Stefano per sfruttare le fronde per essere meno in vista. Carlo si e' posizionato dall'altro lato della piazza, verso piazza fontana, dietro a un gruppo di cespugli. I primi quattro colpi sono per i due carabinieri e per gli sbirri della questura. Secchi e precisi, e gli sgherri vanno giu' come birilli. Carlo pensa che e' meglio cosi'. Che di gente che serve indifferente i fascisti e la Repubblica che verra' ce ne saranno fin troppi. Che uno sbirro fascista e' uno sbirro fascista e non diventera' mai un amico. Carlo ha paura di quello che succedera' dopo la guerra. Ha paura perche' sa che il governo non rinunciera' a tutti i poliziotti, i carabinieri, i giudici, i prefetti che hanno retto l'ordine nelle citta' fino ad oggi. Gli lavera' il curriculum , si lavera' la coscienza e tutti quelli che sono stati torturati e incarcerati da questa gente, tutti quelli che hanno visto le proprie mogli e sorelle violentate dagli sbirri insieme ai tedeschi, che cosa faranno? Che cosa faremo? Quando Rosai capisce di essere da solo accenna una corsa verso il camion, lasciando indietro la sua donna senza neanche pensarci. Carlo corre con la pistola gia' in mano. Sente il calore che si diffonde nel plesso solare e i suoi sensi diventare acuti e piu' precisi. Si posiziona esattamente tra Rosai e il camion, sul marciapiede a 50 metri da largo Augusto. Quando Rosai lo vede e' tardi e anche la sua donna fa a tempo a raggiungerli prima di rendersi conto che restare lontana da questa merda di uomo era la sola soluzione per salvarsi. Carlo spinge i due oltre l'inferriata che protegge i giardinetti li' di fianco e li butta a terra. Si ferma e torna a ricordare, rincuora la sua rabbia e la sua frustrazione. - Alzati, Rosai. Nessun uomo dovrebbe morire buttato per terra di schiena, neanche un fascista come te. Rosai si alza e non dice niente. Si guarda intorno cercando una via di fuga che non c'e'. Il terrore che porta nello sguardo e' quello di un uomo che non ha coraggio. Carlo non dice nient'altro. Spara due colpi fermi. Uno per Rosai e uno per la sua donna. Poi si gira e si allontana verso sud, a raggiungere gli altri che stanno riconquistando i quartieri popolari intorno ai Navigli. Mentre si allontana sorride e il suo sguardo e' quello di un operaio della Falck che ha fatto quello che andava fatto. Senza rimorsi, senza rimpianti. Ora e sempre, pensa Carlo, cosi' dicono i suoi compagni. ################ 30. Run Baby Run ################ Fernando esce dalla macchina e inizia a seguirli a piedi. I quattro camminano veloci, eccitati dalla scoperta in maniera talmente evidente che gli fanno quasi tenerezza. Se fosse un sentimento che ancora sapesse provare. Seguirli non e' difficile, se si eccettua il fastidioso particolare che il nero sembra sempre sapere dove si trova Fernando. Fernando e' grato che non piova questa sera. Seguirli a piedi sotto l'acqua nell'epilogo di questa storia sarebbe stato un po' troppo. Fernando cammina un paio di centinaia di metri dietro ai quattro, sotto il cielo blu-grigio di Milano, intervallato solo ogni tanto dall'arancione delle luci dei lampioni. Non ci sono nuvole e Fernando giurerebbe di poter vedere addirittura qualche stella, anche se si rende conto che sotto i lampioni della zona di Porta Venezia e' quasi impossibile vedere nient'altro che il diffuso alone un po' malato delle luci della citta'. Le inferriate dei giardini di Porta Venezia e del Museo di Storia Naturale scorrono veloci superati dal suo passo svelto e Fernando nota con curiosita' come la discontinuita' delle sbarre di ferro sembra diventare un armonia uniforme simile a quella di un tessuto nella visione periferica del suo occhio destro. Le cose cambiano a seconda di come le guardi. Le cose possono cambiare molto. Diciamo che puo' cambiare tutto. E' un po' la sensazione di Fernando. L'aveva detto che fare il sicario a Milano e' un lavoro del cazzo. Non si ricorda neanche perche' abbia deciso di fare quel mestiere. Pero' dal primo giorno ha pensato che si era scelto un lavoro del cazzo. Nessuno si ammazza a Milano. Cioe' non premeditatamente. Per sbaglio, per avidita', per un'occasione. Ma mai per mestiere. Quasi mai. Troppo quasi per diventare un lavoro. E anche questa volta e' finita cosi'. Prima i suoi committenti non vogliono piu' ammazzare i quattro. E alla fine neanche lui li vuole piu' ammazzare. Ne' per gioco, ne' per lavoro. Strana la vita a volte. Non e' mai stato bravo a fare le scelte giuste, o almeno quelle che a tutti sembrano scelte giuste ma che a lui sembrano sempre quantomento inadeguate. Preferisce usare con cautela il termine "sbagliato". Mentre i quattro continuano a camminare verso il centro, Fernando sente squillare il telefono. Mette la mano in tasca e si accende una sigaretta in un movimento fluido che quasi non conosce interruzione, mentre con l'altra mano prende il telefono per guardare il numero, anche se sa che gli unici ad avere quel numero non lo chiamano mai. Numero privato. Niente di buono in arrivo. Chi nasconderebbe il suo numero a un sicario, soprattutto se l'unico modo che hai avuto per ottenere quel numero e' fare affari con lui? Risponde per sentire la voce di Lucio, il tirapiedi morto vivente di Mr Rossi e Grassi. - Dove sei? - Sono in piazza Repubblica. Si stanno muovendo verso la Centrale. - Bene perche' il padrone voleva farti sapere i nuovi ordini - Cosi' per telefono? Devono essere dei cambiamenti gravi - In un certo senso. Te lo passo. Passano circa venti secondi. Un tempo troppo lungo. Fernando attacca il telefono. Numero privato, una telefonata piu' lunga del necessario. Una telefonata piu' che altro non necessaria. Una sola cosa. Tracciarlo. Mr Rossi e Grassi non si fida. D'altronde come dargli torto? Gli ho ammazzato il fidato cucciolo e gli sto mentendo. Anche io non mi fiderei. Fernando spera solo che i dieci minuti tra questo momento e l'arrivo degli sgherri dei suoi clienti bastino ai quattro per trovare quello che cercano e dileguarsi. Accellera il passo e riduce la distanza con il nero che chiude la fila dei quattro ragazzini che sta inseguendo. Ora che ci pensa il nero non e' poi cosi' un ragazzino. Infatti capisce al volo che non e' aria e sospinge il gruppo nell'accelerare il passo. --+-+-+-++++--+-+-+-+-+++-+-+-+-+-+-+-+-+++++-++--++-++-++-++-+-- Mentre escono di casa quasi cadono per le scale per la fretta. Christian e' in preda a un raptus, brandisce la cartina come se fosse la formula della relativita' mentre salta due gradini alla volta. Hassan lo segue di pari passo aspettandosi una spiegazione in fretta. Li corre al loro fianco a passi corti e fiato calmo, sorridendo. Ngemi chiude la fila con la sua mole alta e scura, esile e un po' mossa come l'ombra che proiettano le candele. Diversamente dalle ombre pero' l'oscurita' del suo vestito e della sua pelle e' interrotta dai denti bianchi del suo perenne ghigno. Che solo a volte sembra un sorriso. L'aria di Milano dopo giorni e giorni di nuvole grigie e pioggia di un grigio appena piu' chiaro, e' fresca e umida, quasi confrotevole. Milano e' l'unico luogo in cui dopo la pioggia l'aria e' piu' leggera, lo smog depositato vischiosamente sul selciato e l'acqua ancora sospesa nell'aria che ti rinfresca. L'odore della citta' prima e dopo la pioggia e' un segnale inequivocabile, che sa un po' di terriccio e un po' di acqua ferma. Il cielo e' blu scuro misto al grigio delle sempiterne nubi e in mezzo ai lampioni Christian, Hassan, Li e Ngemi intravedono la luce della luna che illumina le poche zone d'ombra. E' quasi mezzanotte, l'ora delle streghe, pensa Christian ridendo come un cretino della sua battuta da film di serie Z. Mentre quasi corrono verso il centro, Christian parla con la voce spezzata dal fiatone dei passi veloci, indicando sulla cartina che sbattacchia cose che gli altri non riescono a fissare nella concitazione. - Vedete, quando abbiamo visto il libro da Luigi mi sono reso conto che c'era qualcosa che non mi quadrava. C'era un qualche particolare che non mi tornava. Prima ho pensato che fosse il numero dei capitoli, o che ci fosse qualche capitolo in piu' o in meno. Cosi' mi sono segnato dal libro di luigi i titoli dei capitoli e la loro successione, le pagine a cui comparivano. Onestamente speravo che fosse questo perche' non mi sembrava che il linguaggio fosse diverso. D'altronde se avessimo dovuto confrontare parola per parola i due testi non ne uscivamo vivi. Cioe'... non in cosi' poco tempo. Quando siamo tornati a casa ho iniziato a verificare le cose e mi sono anche riletto alcuni capitoli che mi ero letto con attenzione dal vecchietto. La mia memoria per le parole non e' granche', ma mi sembravano identici. - E quindi come hai fatto a capire dove stiamo andando? - Hassan, se mi fai finire, magari ci arrivo, no? Li alza gli occhi al cielo incontrando lo sguardo dei due metri di Ngemi che quasi si deve fermare per ridere appoggiato al muro di Corso Venezia. - A un certo punto ho notato una cosa un po' singolare nella trascrizione del libro decodificato. C'erano dei numeri di fianco ad alcune parole. Dei numeri romani, tipo due I o cose cosi'. Io pensavo fossero note alla cartina che non c'era o qualcosa di simile. Ma poi mi sono accorto che c'era qualcosa che non quadrava... Minchia il fiatone... Sono proprio una mezza sega, mi viene il fiatone perche' camminiamo in fretta... Comunque... C'era sti cazzo di numeri romani che si ripetevano a due a due in punti abbastanza a caso del libro. Tipo che a pagina uno dove c'era la frase "monumento alle cinque giornate" c'era il numero I e poi dieci pagine dopo dove c'era la descrizione del Lazzaretto c'era lo stesso numero. Era ben difficile che corrispondessero alla stessa nota sia sulla cartina, che in una eventuale bibliografia. Poi, voglio dire, sempre e solo due citazioni per ogni libro della bibliografia? O il tipo e' un maniaco, o c'e' qualcosa che non quadra. Poi, facendo mente locale, mi sono reso conto che di quei numerini romani io non me ne ricordavo manco uno nel libro che abbiamo visto da Luigi. - Che imbecilli che siamo! - Certo perche' era banale pensare che il tuo amico avesse messo dei numeri dentro un libro criptato per indicare una cazzo di mappa? Dai per favore, Hassan non dire cazzate. In ogni caso, ho piazzato i numeri sulla mappa in corrispondenza dei luoghi che erano descritti nel libro. Erano sparsi un po' dappertutto. Poi ho tirato delle linee tra i numeri uguali, e indovina un po'? Si incrociavano esattamente in un solo punto preciso. - E cioe'? - Beh ci stiamo andando, lasciatemi un po' di suspence per fare lo sbruffone quando ve lo mostro, no? Li e Ngemi non riescono a trattenere una risata, mentre lo sguardo di Hassan per un attimo tradisce istinti omicidi. Ma l'idillio dura poco. E' l'africano a parlare, di nuovo con la sua voce cupa e profonda, quella che non usa per scherzare. - Fra', conviene muoverci, qualcuno ci segue. E' in quel momento che Hassan si gira e vede il tizio di piazza Duomo e di Brera, il tizio vestito elegante che lo segue dall'inizio di questa storia. Ma perche' se li sta seguendo cosi' da vicino non li ammazza subito? Non li minaccia per sapere dove stanno andando e non la fa finita? Hassan e' confuso, ma si gira verso Ngemi e cerca di capire cosa fare: - Non dovremmo cercare di depistarlo? - Non siamo professionisti. Meglio andare a vedere che succede quando arriviamo alla X della nostra mappa del tesoro virtuale, no fra'? - Forse hai ragione... Forse ormai, quello che potevamo giocarci ce lo siamo gia' giocati - Muovetevi. E' Li che come al solito chiude la discussione iniziando a correre. Christian indica la direzione a ogni incrocio, rimanendo indietro a chiudere il gruppo senza fiato. Hassan e' abituato a scappare. Ngemi non sembra neanche accorgersi della differenza tra cammino e corsa. ############################### 31. Non puo' Piovere per Sempre ############################### Quando arrivano davanti alle inferriate del giardino della chiesa di San Bernardino alle Ossa, Christian indica il portone sempre semiaperto nonostante il lucchetto che vi troneggia. Un giardino chiuso da una cancellata che non e' mai chiusa. Buffo,no? pensa Christian. Il giardino di San Bernardino non e' grande, non piu' di trenta metri quadri. Non e' neanche particolarmente rigoglioso. Un aiuola centrale terrosa che forse un tempo era una fontana, a giudicare dal muretto, delimitata da una stradina larga meno di un metro che corre intorno a tutto il giardino e che confina con una aiuola esterna coperta di edera scura e sempre verde, che ha coperto i monumenti che costellano alcuni punti del giardino, e che nessuno ricorda a chi siano dedicati. I muretti che delimitano il vialetto sono usati per lo piu' come panchine da barboni all'ultima bevuta e amanti al primo bacio. Questa domenica notte di fine estate e inizio autunno la luna e' piena e illumina tutto il giardino di una luce surreale e tagliente, appoggiandosi alle ossa del muro della chiesa ossario. La domenica notte non c'e' nessuno in giro a Milano, e il silenzio di una citta' normalmente caotica stupisce chi ci vive quasi di piu' che un'epifania misteriosa. Mentre entrano nel giardino quattro figure scure e silenziose, si chiedono che cosa succedera' ora. Ngemi osserva la situazione rimanendo sul vialetto in prossimita' dell'ingresso. Li, Hassan e Christian si avvicinano a un punto vicino al muro della chiesa, dove l'aiuola e' lievemente piu' alta. Li si abbassa per scostare le foglie di edera, che sembrano assecondare il silenzio circostante e la tensione che domina il plesso solare di ognuno dei tre. Li sposta la terra che sembra coprire una superficie liscia appena sotto il livello del suolo, poi si toglie il bastoncino di legno con cui si e' legata i capelli e lo passa sul contorno del rettangolo di metallo che inizia a emergere da sottoterra. Hassan e Christian cominciano ad aiutarla, fino a che una scatola di metallo opaco emerge da una buca poco profonda nel terreno scuro e umido di pioggia del giardino. Hassan, Li e Christian guardano la scatola, chiedendosi chi avra' il coraggio di aprirla. Hassan si abbassa e apre la scatola sbloccando i ganci laterali. Alza il coperchio lentamente, fino a quando la luna illumina di traverso le pareti vuote dell'interno della scatola. Nessuno si stupisce quando sotto il sorriso distante di Ngemi e il suo sguardo volto verso la strada, e' Li a parlare. - Non e' quello che troviamo qui che e' importante, ma quello che ci mettiamo dentro. Non e' un segno da trovare, ma un segno da lasciare. Non e' cosi'? Abbiamo lasciato tutto quello che stavamo facendo per inseguire una scatola vuota in un giardino semi abbandonato nel centro di questa citta' inospitale e di un colore solo. E' qui che lasciamo tutto quello che siamo stati per diventare qualcos'altro? E' qui che incontriamo il segno che cerchiamo? Cosi' dicendo Li getta la fascia elastica nella scatola, sentendo sciogliersi il fascio di nervi che gli aveva bloccato ogni parte del corpo. Mentre la fascia passa dalla tasca alla scatola in mezzo alla terra, Li si accorge che non ha piu' motivo di tornare dal signor Wang, o al ristorante. Non direbbe che e' cresciuta, ne che e' maturata, forse direbbe solo che ha ritrovato alcuni sogni. Hassan e' sempre piu' confuso. Mano a mano che Li parla, rimette in ordine i propri pensieri e le parole di Ngemi, le proprie sensazioni, le proprie passioni, cio' che ha trovato cosi' inutile in questa settimana passata pensando di cambiare la sua vita e cio' che ha scoperto cambiarla. Dai pantaloni tira fuori i fogli del codice e vi avvolge il libretto pieno di versetti di un tempo che ormai e' passato. Accartoccia il pacchetto e lo lancia nella scatola. - Allah Akhbar. Allah e' grande. Non ha bisogno di parole scritte mille anni fa per parlarmi. E io non ho bisogno di un profeta per parlare e camminare. Ne' di un profeta antico e saggio, ne' di un profeta criptico e banale. - E dovevi farti tutto sto sbattimento? Christian interrompe il momento che sembrava essere troppo drammatico per durare. Anche le sue parole pero' sono misurate e pesanti come qualcuno che ha capito alcune cose. - Avessi la Bibbia o ci credessi la butterei anche io. Ma io non ho nulla da buttare in quella scatola. Nulla che non butterei gia' nella pattumiera o che cancellerei dal mio hard disk. I segni forse li ho gia' trovati e abbandonati molte volte. E questa volta e' una in piu'. Si vede che avevo gia' deciso di rimanere a Milano, e di vedere che cosa succede in questa citta', in cui accadono molte cose e a volte nessuna. In cui quasi sempre ti chiedi perche' ci sei rimasto, e quasi sempre quando te ne vai ti chiedi perche' te ne stai allontanando e quando la reincontrerai. Fernando ha un talento per rompere i silenzi, imbarazzanti o solenni che siano. - E' ora che vi leviate dalle palle ragazzini. Le parole di Fernando precedute dal suono del cancello che tintinna contro la catena aperta rompono il silenzio che la notte stava proiettando su Li Hassan e Christian intorno alla scatola. Nessuno e' piu' stupito dalla presenza di un uomo dai capelli grigi e dal collo taurino chiuso in un completo nero elegante. E Hassan per la prima volta non si sente in pericolo vedendolo. - Se rimanete qui due minuti ancora vi ammazzeranno come cani per prendersi quella merdosa scatola inutile. Li, Hassan e Christian seppelliscono la scatola e la ricoprono con l'edera rapidamente, avvicinandosi al cancello passando nella zona illuminata dalla luna. Hassan vorrebbe dire qualcosa ma la notte e la sua calma anomala vengono interrotte bruscamente dal suono della sgommata di un auto che arriva a tutta velocita' da piazza Missori. Il rumore trascina il silenzio nel baratro da cui e' emerso nella metropoli. Ed e' subito seguito dal rumore degli spari che arrivano dalla macchina verso di loro. Fernando e Ngemi spingono Hassan, Li e Christian impietriti sul marciapiede. - Scappate solo quando ve lo dico io, altrimenti il mio diversivo non servira' a un cazzo. Mi avete capito? Fernando aspetta che la macchina sia sufficientemente vicina da non poter piu' sterzare e poi si gira verso i quattro: - Adesso. Mentre Hassan, Li e Christian scappano con tutta l'adrenalina che hanno nel corpo verso la Statale e piu' in la', fino a dove il fiato li riesce a portare, Ngemi si trattiene giusto il tempo di raccogliere la domanda dalle labbra decise di Fernando. - Tu lo sapevi, vero? Non ci sono sogni senza sangue, nero... - No, Fernando, non ci sono. Mentre Lucio e altri quattro sgherri di Mr Rossi e Grassi scendono sparando con le loro automatiche verso Fernando, Ngemi si allontana correndo. Fernando ha gia' in pugno le pistole. Non si ricorda esattamente il momento in cui le ha estratte ma sa che ci ha pensato la parte piu' primordiale del suo cervello a farlo per lui. Mentre spara arretrando verso il punto in cui, a ridosso delle mura della chiesa, e' seppellita una scatola di metallo con dentro i sogni di tre ragazzini, Fernando ride, ride come non aveva fatto da moltissimo tempo. "Nonostante tutto, almeno una fine degna di un sicario me la sono meritata, no?" pensa ghignando, mentre abbatte a uno a uno gli sgherri di Mr Rossi e Grassi. Non si accorge della pallottola che lo passa da un lato della cassa toracica all'altro, l'ultimo regalo di Lucio mentre muore per la seconda volta. L'adrenalina lo regge, uno dei segreti dell'immortalita' degli uomini mortali. Mentre il sangue inizia a inzaccherare il terreno sotto i suoi piedi, colando dalla camicia e dai pantaloni del completo che continua a sembrare nero come se fosse nuovo, si appoggia al muro della chiesa fino ad accasciarsi sopra la scatola. Alza la testa ghignando verso il padrone dei piedi ancora in mocassini scuri che gli si para davanti. Mr Rossi & Grassi, I suppose. - Sei uno stupido, Fernando. - Anche tu. E sei pure stronzo. Fernando preme il grilletto per l'ultimo colpo in canna, puntando direttamente alla faccia del suo ex-committente che esplode impreparato a quell'ultimo guizzo del cervello rettile del sicario. L'ultimo pensiero di Fernando e' per la sua citta'. Ha smesso di piovere, ma il cielo e' sempre grigio. In questo momento pero' e' striato di blu e sembra cambiare forma con le nuvole e la luna e il vento che le trascina. L'ho sempre detto che il sicario era un lavoro del cazzo per Milano. ########### 32. Pandora ########### Sono giorni maledetti. Giorni maledetti che continuano a succedersi l'uno all'altro. Claudio ci ha pensato. Ci ha pensato moltissimo dopo quello che e' successo a Zibecchi e Varalli. Morti ammazzati dai fascisti e dagli sbirri. Morti ammazzati perche' fascisti e sbirri hanno paura. Perche' i padroni hanno paura. Perche' tutti tranne la gente che lavora hanno paura. E fanno bene. Perche' per la prima volta da almeno mezzo secolo a quella parte troppa gente aveva deciso di non starci. Di non starci piu'. Di non credere alle cazzate che gli raccontavano. Sono giorni maledetti, ma sono anni furiosi e emozionanti. Anni in cui si sta distruggendo tutto per costruire qualcos'altro. Anni in cui i sogni sono vivi, pulsanti, violenti nella loro determinazione e nella loro indisponibilita' ad essere rinviati. Eppure Claudio soffre. Ha visto due suoi amici morire nel giro di due giorni. Uno freddato da quei bastardi dei fascisti. L'altro arrotato dai carabinieri. E leggere i giornali non aiuta. Frasi dopo frasi, ricostruzioni dopo ricostruzioni senza senso, artifici per mascherare la verita' di una guerra con cui il Paese non ha ancora fatto i conti. E Claudio ha deciso che e' venuto il tempo per lui di prendere un'altra strada. Di vivere questa guerra fino in fondo, fino al punto in cui vale la pena viverla. Pero' deve ssapere se e' pronto a fare questo balzo nel vuoto della sua coscienza, di classe e di uomo. L'altro giorno dopo che hanno ammazzato Zibecchi, Claudio e' andato in quartiere, nella parte piu' meridionale e povera di Milano, in piena periferia. Ha contattato due amici e ha fatto in modo che gli trovassero un ferro. Niente di particolare, qualcosa con cui potesse fare un po' di pratica. Si e' esercitato nel silenzio dei cascinali abbandonati nella nebbia della Paullese. I colpi dei proiettile come bombe nella notte senza luce. Colpo su colpo fino a che non si e' sentito sicuro di quello che stava facendo. Il piano per Claudio e' semplice. Prima capire a cosa e' disposto, poi cercare di agganciarsi ai gruppi che stanno nascendo e che cercano di portare la lotta di classe oltre il livello della contestazione dentro la dinamica della guerra di classe. Non sara' facile. Lui e' troppo giovane e quei gruppi troppo chiusi e difficili da beccare per essere una cosa rapida. Ma Claudio ha pazienza. E determinazione. Il suo grande banco di prova e' la manifestazione del giorno dopo. Come al solito Claudio si tiene a distanza del servizio d'ordine, bulli e spacconi che hanno a che fare con la rivoluzione quanto i capitani della nazionale di calcio. Nella tasca della giacca sente il ferro della pistola che preme sulle mani, mentre negli occhi sente la pressione dell'adrenalina. Quando partono gli scontri in via Larga, lui aspetta che si siano calmati tutti e che scattino i rastrellamenti nelle vie laterali. Quando i due sbirri passano davanti alla vietta che porta da via Larga alla Statale, Claudio prende la mira. Sente il sudore colargli lungo la guancia, sente il braccio tremare come non succedeva i giorni prima alle cascine. Sparare a due bottiglie non e' come sparare a due merdosi sbirri. Claudio sente che la determinazione e' forte, ma che la paura di ammazzare e' ancora troppo forte, piu' forte del suo desiderio per la rivoluzione. Abbassa il braccio e l'arma. I due sbirri non si sono accorti di niente. Merde. Vorrebbe gridare. Invece non grida. Si gira e recupera una scatola di metallo da terra, tra le tante cose lanciate agli sbirri dai manifestanti. E' un po' bruciacchiata ma perfettamente integra. Si volta e cerca un posto riparato dove imboscarsi. Trova rapidamente il giardino di San Bernardino alle Ossa, si accuccia nell'aiuola e scava. Non va tanto in profondita'. Quanto basta a coprire la scatola. Claudio prende la pistola e le munizioni che aveva recuperato e le chiude nella scatola, poi getta la scatola nella buca e copre tutto con il terriccio. Rimette a posto le fronde dei cespugli e si alza, guardando la strada. Pezzi di legno, aloni di molotov per terra che ancora bruciano, il fumo nero e denso che sa un po' di gomma e un po' di vernice. Pietre dappertutto e candelotti di lacrimogeni. E' stata battaglia anche oggi. Ma lui non e' ancora preparato ad arrivare dove vuole arrivare. Claudio respira profondamente e guarda verso i giardinetti. Resta li', pensa... Resta li' fino a che non avro' imparato a combattere fino in fondo per i miei sogni. La guerra e' andata avanti molto dopo quel giorno. Ma a Claudio non e' servito cosi' tanto tempo per imparare a combattere fino in fondo. ######## 33. Exit ######## E' uno strano spettacolo quello che si puo' trovare nel prato dietro la piazza del Cannone la mattina presto. Cento corpi che si muovono in sincrono esercitandosi. Cento bambine che corrono nel parco a ritmo sostenuto, guidate da una maestra seria e molto giovane, che porta i capelli legati con una bacchetta. Dopo la corsa e gli esercizi tornano tutte insieme all'edificio al centro dei giardini di Porta Venezia dove si trova la loro scuola. Lezioni, cucina, calligrafia. Alle cinque tutte a casa a vivere la propria vita spensierata di bambine. Mentre le bambine si allontanano nella scuola non rimane che la loro maestra. Le guarda allontanarsi nella pioggia lieve di Milano o nel sole tenue delle sue primavere e sorride. Sorride come non sorride mai durante le lezioni che svolge ogni giorno. Alla sera medita e ogni tanto esce a bere qualcosa con qualche vecchio amico o qualche amica, cercando di convincerle a uscire dal ghetto e conquistare la metropoli monocromatica. I giorni di quando lavorava a China Town sembrano lontani mille anni se non fosse per gli incontri che ogni quindici giorni organizza insieme alla Signora nella sala nuova e moderna del Ju Bin, dopo la chiusura del locale. E' una nuova vita e una vecchia vita al tempo stesso. E forse e' questo che cercava di spiegarle sua nonna quando era troppo piccola per capire la continuita' tra passato e futuro, tra desideri e sogni. _______________________________________________________________________ Christian ha finito l'universita'. Adesso lavora per un po' in una industria che fa tetti. Inventa nuove macchine per fare meglio i tetti. E' il nuovo strippo. Durera' ancora un po'. Poi sara' sostituito da un altro ancora. Sembra che la sua curiosita' non l'abbia ammazzato qualche anno fa, e non l'abbia neanche svantaggiato. Ogni tanto gli capita di ricordare quello che e' successo e di cercare di capire che effetto ha avuto su di lui e sulla sua vita. E non riesce mai a darsi una risposta. Pero' e' rimasto a Milano e la vede con occhi diversi, con gli occhi che un tempo riservava solo a Napoli e ai suoi vicoli magici e pericolosi, alle sue idiosincrasie e alle sue sorprese. Non sa se e' questo che l'africano si aspettava da lui, o quello per cui il sicario che li seguiva si e' fatto ammazzare, ma sa che anche se in una forma invisibile, il segno di quei giorni e' rimasto dentro tutti coloro che li hanno vissuti. Forse erano questi i segni che dovevano cercare, o solo la capacita' di vedere frequenze che di solito non riescono ad andare oltre alla percezione del segno in se' e non della sua origine. _______________________________________________________________________ Esiste un solo posto a Milano e forse non solo Milano dove gli omosessuali di tutte le etnie si incontrano senza menate e a viso aperto. Questo posto e "L'Incrocio". "L'Incrocio" e' un locale nato da un paio di anni in zona Porta Venezia. E' stato fondato da un gruppo di mediorientali che hanno sfidato i pregiudizi della loro comunita' e che hanno lanciato l'idea di un luogo in cui le diverse etnie in cui l'omosessualita' e' normalmente una vergogna si incontrassero. Di locali omo italiani ce n'e' parecchi. Di locali principalmente frequentati da arabi e africani non altrettanti. E la cosa curiosa e' che all'incrocio si parla quasi sempre di religione e filosofia. Quando non si ascolta musica. Hassan ci ha impiegato un po' a convincere gli amici che ha trovato dopo la fine della storia dello stradario che parlare pubblicamente delle loro passioni era una virtu' e non un peccato mortale. Ma dal giorno in cui hanno aperto la loro vita e' diventata un turbine senza fine di emozioni, di pensieri, di persone. Era come aver stappato una bottiglia di vino invecchiato quasi al limite delle sue possibilita'. Tutti volevano provarne un po'. Anche chi fino al giorno prima definiva frocio ogni persona che non corrispondesse a se' stesso. Hassan non sa se questo e' il sogno di cui ha colto i segni quella notte. Ma sa che e' il segno in cui ha trovato una nuova vita che non gli fa piu' desiderare di tronare a Riad. _______________________________________________________________________ Ogni tanto basta sporgersi in una vietta in un ex quartiere popolare quasi in centro per scorgere la figura alta e dinoccolata di un nero che si allontana a braccietto con una bella donna, con un trans, con un ragazzino alle prime canne o con un balordo che da dieci anni fa finta di fare i domiciliari. Si scambiano qualcosa in maniera rapida e furtiva, ma gli occhi e le orecchie del nero sembrano sempre percepire qualcos'altro, e i suoi denti bianchi accompagnano sempre il momento dell'addio con una risata e una pacca sulle spalle. Nessuno sa dove abiti o da quanto tempo passi le sue giornate per le strade di questa citta', forse neanche lui. E lui, dal canto suo, non si ricorda quanti nomi ha cambiato da quando ha deciso che un santo patrono nero, vivo e vegeto era meglio del ricordo glorioso di mille santi disonesti che la tradizione di questo paese era riuscita a mettere insieme. - Beh fra', andiamo in piazzetta e dimmi che ti serve... _______________________________________________________________________ L'ultimo sguardo e' per Milano, per il suo cielo, le sue strade, le sue architetture grigie eppure dense di storie e di sogni. Non si sa mai dove ti porteranno, ma certo non si puo' restare indifferenti agli improvvisi silenzi delle sue notti e alle improvvise folate di luce che ti stordiscono, mentre la mente e' vittima di troppi sensi e di troppi cambiamenti. Cambiamenti che alla fine sembrano ricostituire la monocromatica litania dei giorni della settimana. Non si puo' viverci e non si puo' vivere senza.